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I motori delle elezioni tedesche girano al massimo

Il candidato cristiano-democratico alla cancelleria, Friedrich Merz, alla fine non riesce a far passare al Bundestag un indurimento della legislazione sui migranti insieme con l’estrema destra. Decisivi i voti dei dissidenti della Cdu. Favorevoli invece Sahra Wagenknecht e i suoi

3 Febbraio 2025 Agostino Petrillo  1198

Il clima politico in Germania si va arroventando. A chi ha orecchie per intendere era bastato il discorso di fine anno del cancelliere Scholz per chiarire che si andava a uno scontro senza precedenti. Scholz, in genere sempre composto e contenuto nei toni, si è rivolto ai tedeschi spiegando con parole semplici, ma cariche di emotività, la posta della ormai vicina tornata elettorale del 23 febbraio: in gioco c’è il futuro del Paese. Se l’estrema destra di Alternative für Deutschland dovesse ottenere un risultato anche solo paragonabile a quello conseguito nei Länder dell’Est, nelle ultime amministrative, il panorama politico ne uscirebbe stravolto e si innescherebbero dinamiche imprevedibili nelle loro conseguenze. Anche per la stessa Unione europea.

In un simile scenario, ha assunto un rilievo particolare la decisione del segretario della Cdu, Friedrich Merz, che mercoledì 29 gennaio ha accettato di servirsi dei voti dell’estrema destra per fare passare una mozione del suo partito contenente un progetto di legge per limitare i flussi dei migranti e bloccare i ricongiungimenti familiari. È dunque successo qualcosa mai verificatosi in precedenza: al Bundestag una mozione ha potuto ottenere la maggioranza unicamente perché anche il gruppo parlamentare di AfD ha espresso il suo assenso. I voti della Cdu e dei liberali, che da tempo cercano di recuperare terreno elettorale sui temi della politica migratoria, da soli non sarebbero stati sufficienti. Così sono stati sdoganati i voti di un partito ufficialmente classificato dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione come estremista radicale di destra, e del cui possibile scioglimento, proprio per questo motivo, si è discusso fino a pochi mesi fa.

In pratica, mercoledì scorso, è caduto il firewall contro AfD che lo stesso Merz aveva proclamato a gran voce di volere erigere già dal 2022, e che era stato ribadito nel patto preelettorale siglato con Spd e verdi, nel novembre scorso. Nel Paese la reazione è stata immediata, ci sono state manifestazioni in decine di città contro la destra, e contro la decisione di Merz si sono espressi anche nomi molto noti della stessa Cdu, come il primo ministro dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther che ha parlato di quanto avvenuto al Bundestag come di “un’ora amara”. Sono fioccate le dimissioni di diversi intellettuali legati al partito, e la stessa Angela Merkel ha rotto la riservatezza che l’ha contraddistinta negli ultimi anni, dichiarando duramente che si è trattato di “una scelta completamente sbagliata”, e che la Cdu sarebbe dovuta rimanere nell’ambito degli accordi di novembre. “Penso che sia sbagliato non sentirsi più vincolati da questa proposta e quindi permettere consapevolmente che si crei una maggioranza con i voti dell’AfD”, ha aggiunto la ex cancelliera.

Secondo il capogruppo parlamentare socialdemocratico, Rolf Mützenich, i cristiano-democratici stanno scherzando col fuoco e mettono a rischio la democrazia. “Non è solo la linfa vitale della democrazia a essere stata danneggiata in questo caso” – ha affermato –, “temo che se continua così, ne verranno addirittura recise le radici (…), con la sua scelta di collaborare con l’AfD, Merz ha aperto una porta che ora ovviamente non può più chiudere”. Ma poi venerdì, alla conta dei voti, la proposta è stata respinta: si sono sfilati numerosi deputati della Cdu, anche se il BSW di Sahra Wagenknecht ha votato a favore, confermando la tendenza a inseguire l’AfD sul suo stesso terreno, spingendosi così sempre più a destra. Viene da chiedersi cosa rimanga “di sinistra” nel partito personale di Sahra, che mescola ormai la nostalgia del welfare perduto con un vero e proprio sciovinismo nazionalista.

Olaf Scholz ha commentato l’esito del voto dicendo seccamente: “Merz ha giocato d’azzardo e ha perso”. Probabilmente, il senso da dare a tutta la vicenda è proprio questo: Merz ha voluto lanciare un ballon d’essai per vedere che cosa sarebbe successo facendo saltare il firewall, sondando le reazioni dentro e fuori del suo partito. Merz, un miliardario pragmatico, di professione avvocato, che mirava con la sua mossa a indebolire socialdemocratici e verdi, intendeva mostrare che in alcuni casi, e su alcune tematiche, l’estrema destra può essere utilmente usata, ma ha incassato una dura sconfitta, e se l’è cavata con un confuso ragionamento secondo cui: “Ciò che è giusto in una questione non diventa sbagliato se le persone sbagliate sono d’accordo”. Non è escluso che nel progetto del leader cristiano-democratico ci sia una strumentale strategia di avvicinamento a chi ufficialmente disprezza la democrazia e lancia proclami estremi. Non si può quindi escludere del tutto, nonostante la reazione sia stata forte, che dopo le elezioni in Germania si verifichi qualcosa di simile a quanto accaduto in Austria, dove i conservatori del Partito popolare stanno attualmente negoziando una coalizione con l’estrema destra di Kickl (vedi qui).

Al di là dei limiti di Merz, che non è mai parso particolarmente brillante, e pare avere fatto un passo falso, ci sono stati però anche altri segnali che fanno pensare che esistano potenti anticorpi nella società tedesca, che vanno in direzione opposta all’affermarsi di un progetto politico reazionario e autoritario. Il ministro dell’Economia, Robert Habeck, ha riferito di avere ricevuto messaggi dalla comunità imprenditoriale dopo il voto, che esprimevano preoccupazione per il possibile esodo di manodopera qualificata. Le aziende che operano nei Länder della Germania orientale, dove l’AfD “ha già un’influenza sulla politica”, stanno sperimentando grandi difficoltà ad attirare dipendenti da altri Länder. “Al di là delle questioni democratiche e delle promesse infrante”, per Habeck, un’ulteriore cooperazione tra Cdu e AfD sarebbe “il chiodo sulla bara per l’economia tedesca”, che com’è noto già non naviga in buone acque.

Venerdì mattina, la “Bild Zeitung” ha pubblicato un sondaggio commissionato all’istituto di ricerca di opinione Insa. Secondo questo sondaggio, la Cdu ha perso consensi dopo il voto con l’AfD di mercoledì, mentre la Spd ha guadagnato quasi un punto e mezzo, raggiungendo il 17%. Il giochino pre-elettorale con la AfD per ora non paga. Gli unici contenti sono i dirigenti di AfD, che si vedono col vento in poppa, dopo avere incassato lo sdoganamento. Il leader del partito, Tino Chrupalla, ha ribadito la disponibilità a un governo di coalizione con la Cdu, nero-blu. Allo stesso tempo, però, ha anche preso in giro Merz: “Siamo sempre disponibili per tutti i partiti che hanno buone intenzioni per la Germania. Questa è sempre stata la nostra posizione. Proprio come facciamo con le proposte legislative (…) ma sarà difficile lavorare insieme con un cancelliere Merz che, dopo la mala parata, si è permesso di insultare la AfD come fossimo gentaglia (…). Merz è un politico di ieri”. Come dire: saremmo disposti a venire a patti, ma con una diversa direzione della Cdu.

Insomma, si profila un tutti contro tutti, mentre la sondaggistica disegna un elettorato ancora molto volubile: allo stato attuale ci sarebbero i numeri per una grosse Koaliton, che includa anche i verdi; ma il percorso, fino al 23 febbraio, è ancora lungo e seminato di insidie. La Germania sarà dunque il banco di prova su cui si vedrà se è possibile arrestare l’ondata reazionaria che vuole ripristinare gerarchie di appartenenza nazionale, di genere e di classe, che sta percorrendo tutta l’Europa.

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