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La crisi dell’economia tedesca

Decine di migliaia di licenziamenti all’orizzonte. L’aumento del prezzo dell’energia, mentre viene meno il modello basato sul motore a combustione. La mobilitazione sindacale alla Volkswagen

16 Dicembre 2024 Agostino Petrillo  1149

Non è solo Volkswagen, è Mercedes, è Bmw, è Ford: la locomotiva tedesca rallenta e si scompone, rischia di perdere vagoni, si trova a dovere fronteggiare una crisi storica, con decine di migliaia di licenziamenti all’orizzonte. E non è solo l’automobile o il suo indotto a essere in difficoltà: secondo un sondaggio condotto da IW, un istituto privato di analisi economica, la lista dei grandi gruppi che pianificano tagli del personale in Germania è lunga. Basf – un tempo la più grande azienda chimica del mondo – sta tagliando migliaia di posti di lavoro, reindirizzando diversi miliardi di euro di investimenti verso la Cina. Il più grande produttore di acciaio tedesco, Thyssen-Krupp, la scorsa settimana, ha annunciato l’intenzione di tagliare undicimila posti di lavoro. Sia Basf sia Thyssen-Krupp hanno addotto quale motivo delle loro decisioni i prezzi divenuti esorbitanti dell’energia e la burocrazia elefantiaca del Paese.

Il settore più colpito è l’industria, ma anche un gigante del software, come Sap, programma di lasciare a casa 3.500 addetti. L’ombra della stagnazione economica si allunga sul mercato del lavoro, che aveva finora tenuto. Secondo il sondaggio dell’autorevole istituto di Colonia, su oltre duemila aziende, quattro su dieci stanno pianificando un ridimensionamento della forza lavoro nel 2025. Un intero modello economico di stampo ordoliberale, basato sulla pianificazione di una austerità interna che fa da propulsore all’export esterno, alimentando forti surplus di bilancia commerciale, comincia a perdere colpi, a non essere più realistico, nel momento in cui i costi energetici sono fuori controllo.

La malattia viene da lontano, e non può essere ricondotta unicamente alla guerra in atto non troppo lontano dalle frontiere del Paese. La combinazione di un contesto recessivo, gli alti prezzi dell’energia, e le incertezze sull’approvvigionamento energetico, sono tutti fattori chiave, insieme all’alto costo del lavoro e alle complessità burocratiche, che scoraggiano gli investitori stranieri. Ma molto si è sbagliato anche a livello politico. Più nello specifico, per quanto riguarda l’automobile, la chiusura di stabilimenti e i tagli draconiani di posti di lavoro dovrebbero far capire anche agli ultimi scettici che restare attaccati per anni esclusivamente al motore a combustione, ha voluto dire puntare sul cavallo sbagliato e perdere la corsa all’elettrico. L’idea che la responsabilità sia dei consigli di amministrazione e dei potentati dell’industria automobilistica, che hanno continuato a cavalcare questo cavallo in Germania, quando a livello internazionale era morto da tempo, non migliora il quadro. E dovrebbero pensarci bene anche quelle forze politiche che, in Italia, continuano a cantare le lodi dei motori a combustione farneticando di “eurofollia green” e di macchine cinesi che “esplodono”.

Il balletto sulla questione, che si protrae da tempo in Europa, e vede contrapposte le posizioni di chi continua a difendere il vecchio motore a combustione e i fautori del nuovo mondo dell’elettrico, ha portato al vicolo cieco in cui si trova ora l’automobile tedesca. In Cina, che rappresenta un mercato enorme e dove i produttori tedeschi esportavano parecchio, nessuno vuole più le “auto dei nonni”, come sono chiamate le macchine a combustione. L’arretratezza tecnologica delle vetture europee non le rende attrattive, mentre la Cina ha fatto passi da gigante nel campo dell’elettrico, riuscendo a contenere i costi di produzione e assicurando affidabilità ed efficienza. Gli specialisti del settore parlano di un ritardo europeo ormai quasi incolmabile. Un modello produttivo che si rivela tragicamente antiquato proprio nel momento in cui si delinea, sempre più nettamente, un’incombente guerra economica tra Europa, Cina e Stati Uniti.

Volendo, le radici degli attuali problemi economici della Germania possono essere rinvenute anche più indietro nel tempo; possono essere fatte risalire all’amministrazione di Angela Merkel, piuttosto che al da poco tramontato governo di Olaf Scholz. Merkel ha beneficiato delle riforme di mercato e dei tagli fiscali attuati dal suo predecessore, Gerhard Schröder, e così ha tenuto a galla il Paese, pur senza introdurre nessuna nuova riforma, sostanzialmente scommettendo sui vantaggi che sarebbero derivati dall’approvvigionamento energetico fornito dall’ingombrante vicino russo. Ora, in un contesto profondamente mutato, e con la fine dei gasdotti Nord Stream, tutti i nodi vengono al pettine. La decisione della Germania di chiudere le proprie centrali nucleari ha portato il Paese a dipendere dall’importazione di energia nucleare e di elettricità proveniente da centrali a carbone all’estero. Inoltre, nonostante il divieto di fracking a livello nazionale, la Germania, dopo avere speso in fretta e furia una fortuna in rigassificatori, continua a importare dagli Stati Uniti il gas prodotto attraverso la frammentazione delle rocce. Una politica irrazionale e piena di contraddizioni, quindi, che genera incertezza e reazioni scomposte nell’elettorato, costretto a misurarsi con un brusco abbassamento dei livelli di vita e con un welfare che diviene vistosamente zoppicante.

D’altro canto, parla chiaro l’andamento delle ultime tornate elettorali, che mostra impietosamente le vistose crepe che si aprono nel modello tedesco, anche sotto il profilo delle politiche migratorie e sociali: basterebbe pensare alla situazione dell’immobiliare e al dilagare della crisi degli alloggi di cui abbiamo in passato parlato (vedi qui). Curiosamente, in Italia, c’è chi pare rallegrarsi dei guai che attraversa il gigante teutonico; ma quella sorta di Schadenfreude che aleggia, negli ultimi giorni, in una parte della stampa italiana, di fronte alla crisi dei nostri vicini non ne considera le ricadute sulla nostra economia, che a quella tedesca è strettamente intrecciata. I dazi punitivi introdotti da Trump sulle importazioni potrebbero infliggere un’ulteriore mazzata alle case automobilistiche tedesche, che colpirebbe non solo i veicoli stessi, ma anche la catena dei fornitori, tra cui appunto molte imprese italiane, che rischiano di essere pesantemente coinvolte.

Intanto, si profila una prova di forza sociale senza precedenti: il secondo sciopero di avvertimento, lungo il doppio del primo, ha visto coinvolta la stragrande maggioranza dei lavoratori Volkswagen, lo scorso 9 dicembre; e la mobilitazione continua, si preparano scioperi più duri, mentre le trattative tra padronato e sindacati appaiono ferme. Da noi si strepita grottescamente di rilancio dell’economia e dell’occupazione, e il cielo sopra l’Europa si fa sempre più minaccioso.

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