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L’auto europea ha la batteria scarica

Si aggrava la crisi dell’automotive con il crollo delle immatricolazioni dei veicoli Stellantis e l’aumento della cassa integrazione. L’emergenza coinvolge anche un gruppo storico come Volkswagen. In Germania si profila la chiusura di due stabilimenti con forti ricadute sull’indotto

6 Settembre 2024 Paolo Andruccioli  1273

Per tutto il settore dell’automobile europea si è accesa la spia rossa. In Italia, la situazione è tra le più preoccupanti. Dopo mesi di incontri e di dichiarazioni mediatiche rassicuranti da parte di palazzo Chigi, ora i sindacati dei metalmeccanici rilanciano l’allarme, chiedendo un impegno politico da parte di un governo che continua a balbettare di fronte a processi di livello globale e a trasformazioni irreversibili. Grande assente continua a essere la politica industriale, nonostante la propaganda di facciata sul “made in Italy”.

“Le istituzioni – dichiarano Pino Gesmundo, segretario confederale della Cgil, e Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil – senza politiche industriali e in mancanza di una strategia più complessiva non stanno gestendo questa fase di transizione: gli incentivi e i bonus all’acquisto di auto agiscono temporaneamente sulla domanda, ma non sono risolutivi nel lungo periodo. Per questo si registrano sempre maggiori crisi anche nelle aziende della componentistica e in tutta la filiera”.

I numeri parlano chiaro, non sono manipolabili come quelli generali sulle tendenze occupazionali (Giorgia Meloni ha detto: “Mai così tanti occupati dai tempi di Garibaldi”!). Per avere un quadro non propagandistico si devono invece andare a vedere i dati reali dell’industria. La produzione di auto di Stellantis in Italia è crollata, nel primo semestre del 2024, a -29,2% rispetto allo stesso periodo del 2023; il calo sta interessando ora anche la realizzazione dei veicoli commerciali leggeri con -0,5% che finora avevano tenuto e, anzi, fatto da traino. Questa situazione sta determinando un ulteriore aumento dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali, fenomeno presente anche nelle aziende della filiera della componentistica.

La mappa della crisi è impressionante. Secondo i dati forniti dai sindacati (e che ci vengono confermati da Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile settore mobilità), a Cassino si è passati da 30.006 vetture prodotte nel primo semestre del 2023 a 18.375 nel 2024; a Melfi da 99.085 nel 2023 a 56.935 nel 2024; a Mirafiori da 52.000 a 18.500; a Modena da 600 a 160. L’unico stabilimento in cui si registra una leggera crescita è Pomigliano, dove, nel primo semestre del 2023, sono state prodotte 71.520 auto, mentre 85.080 nello stesso periodo di quest’anno. Infine, per quanto riguarda i veicoli commerciali leggeri, prodotti alla Sevel, il calo è da 115.250 nel 2023 a 114.670 nel 2024. Dal 2014 a oggi sono 11.500 i lavoratori diretti usciti dagli stabilimenti italiani di Stellantis, di cui 2.800 dagli enti centrali. E nel corso di quest’anno sono previste ulteriori 3.800 uscite incentivate. A questi vanno aggiunti gli oltre tremila lavoratori in somministrazione che risultano licenziati al giugno 2024. L’unica notizia positiva dell’estate è stato l’accordo per lo stabilimento di Termini Imerese, di cui si era ventilata la chiusura e il trasferimento delle produzioni all’estero.

Secondo la Fiom (e su questo punto l’analisi degli altri sindacati è omogenea) l’andamento dell’occupazione del settore dimostra in maniera esplicita che “il problema della crisi di Stellantis non è determinato dalla transizione, bensì da una chiara strategia di disinvestimento”. Ma è paradossale che, anche in presenza di una crisi profonda che ormai appare come strutturale, venga registrata una crescita esponenziale degli utili di esercizio e del valore aggiunto per addetto realizzata da Stellantis.

All’inizio del mese di agosto, il governo ha convocato i sindacati al ministero che ora porta un nome altisonante: Mimit, ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il ministro Adolfo Urso ha tentato di difendere le scelte della coalizione guidata da Meloni, ma non ha saputo dare nessuna rassicurazione concreta e nessuna indicazione chiara sulla strada da seguire nei prossimi mesi. La strategia dei bonus e degli incentivi alla rottamazione delle auto più vecchie non ottiene risultati apprezzabili, e le politiche del governo appaiono sempre più datate, improntate a un approccio che poteva funzionare in altri tempi.

Ora la rivoluzione è in pieno corso. “Tutte le attività industriali e manifatturiere si trovano di fronte a un bivio – spiegano Maurizio Landini, segretario generale della Cgil e Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil –, o si va nella direzione di una transizione sia ecologica sia digitale, che assuma l’occupazione e il lavoro di qualità, con investimenti pubblici e privati molto consistenti, oppure, nei fatti, si sceglie un processo di progressiva riduzione e ridimensionamento fino alla chiusura delle attività più importanti nel nostro Paese”.

In assenza di una strategia di lungo respiro, e soprattutto di idee industriali, il governo Meloni cerca di cavarsela con la propaganda sul ruolo dell’Italia nella ripresa europea (siamo sempre quelli che vanno meglio) e con l’antica tecnica dei viaggi d’affari. Quello recente della presidente del Consiglio in Cina è stato tenuto prudentemente in sordina, perché la delegazione italiana è tornata alla base con un pugno di mosche. Un risultato negativo che non deve meravigliare più di tanto. “Ricordiamo – ha scritto Vincenzo Comito, uno dei massimi esperti dei rapporti economici tra Italia e Cina – che il governo Meloni non solo ha rinnegato la precedente adesione dell’Italia alla ‘nuova via della seta’, ma ha poi operato altri atti ostili verso il Paese asiatico. Forse il più grave è stato quello di costringere gli azionisti cinesi di Pirelli, che controllano la maggioranza del capitale della società, a non contare alcunché nelle decisioni dell’azienda”. Comito ci ricorda che il governo italiano ha respinto la volontà di altre imprese cinesi di acquistare il controllo di imprese italiane, (sulla scia di Mario Draghi). “Poi però, grottescamente, mentre a Bruxelles i rappresentanti del governo italiano votano a favore dell’imposizione di pesanti dazi sulle auto cinesi, gli stessi chiedono alle imprese cinesi di impiantare una fabbrica di auto in Italia e anche qualcuna in più, con aggiunta possibilmente di qualche stabilimento per le batterie e per la componentistica”. La risposta di Pechino è stata all’insegna della storica arte diplomatica asiatica: si vedrà, per ora non ci interessa.

Che lo scontro principale del prossimo futuro sul ring dell’industria automobilistica sia quello tra Cina ed Europa, lo si capisce molto bene da quello che sta succedendo in Germania. Il gruppo Volkswagen pare abbia intenzione di chiudere due degli stabilimenti storici in terra tedesca. La crisi è legata alla transizione all’elettrico, su cui la Germania e tutta l’industria europea arrivano con fortissimo ritardo rispetto alla Cina, che investe sui motori elettrici da almeno vent’anni. I giornali tedeschi hanno dato notizia dei bilanci in rosso dell’azienda che produce auto dal 1937. Mancherebbero all’appello almeno quattro miliardi, mentre il marchio continua a perdere consistenti quote di mercato. Una crisi che avrà effetti diretti sui lavoratori tedeschi occupati negli stabilimenti Volkswagen, e anche su tutti quei lavoratori italiani che sono legati all’azienda di Wolfsburg per i suoi rapporti stretti nella componentistica.

In crisi, comunque, non sono solo i gruppi multinazionali occidentali, ma un intero settore che non ha scelto per tempo la via dell’innovazione e della sostenibilità, anche per le pesanti responsabilità della politica che si è fatta condizionare dalle lobby del petrolio. L’auto elettrica è un bersaglio delle destre in Italia, così come in Germania e in altri Paesi europei. La maggior parte delle cose che si dicono sui nuovi motori sono fake news fatte circolare per convincere i cittadini consumatori che il motore a scoppio non si tocca. Ma questo è un altro discorso che approfondiremo a parte. Intanto, neanche più le ferie dei manager sono sacre come nella vecchia Torino di Valletta. I tempi sono cambiati, come abbiamo visto dal richiamo dell’amministratore delegato di Stellantis, Tavares, durante il mese di agosto ai suoi manager. Tutti in riga, ma senza un progetto. Le uniche idee riguardano lo spostamento di alcune produzioni nazionali in Serbia, dove si produrrà la nuova Panda elettrica.

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Tagsassenza politica industriale aumento ammortizzatori sociali auto elettrica Cina crisi automotive Paolo Andruccioli Stellantis Volkswagen

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