Quello attuale, in carica, e quello passato che continua a blaterare di essere lui il presidente legittimo: Joe Biden e Donald Trump. Due storie che sembrano proiettate in due direzioni molto diverse, la prima verso un (modesto) successo, la seconda verso un (catastrofico) insuccesso. Vediamo.

Il 2021 era stato un annus horribilis per Joe Biden. Appena eletto e non ancora insediato, il 6 gennaio c’era stato l’assalto al Congresso e, per un momento, era sembrato che gli Stati Uniti finissero come una delle tante democrature afflitte da periodici colpi di Stato e torsioni autoritarie. Poi c’era stata la battaglia contro il Covid: le infezioni dilagavano, i morti aumentavano, la gente si rifiutava di indossare le mascherine e una ondata di no-vax dilagava nel Paese. Arrivarono i vaccini e le cose andarono meglio, ma sempre peggio di molti Paesi avanzati. Ad agosto, inoltre, c’era stato il disastroso ritiro dall’Afghanistan, negoziato l’anno prima dallo stesso Trump, ma attuato in maniera improvvisata e pasticciata da Biden. Intanto l’inflazione aumentava raggiungendo le due cifre; la criminalità di strada, comprese le stragi quasi quotidiane, raggiungeva livelli allarmanti; la Cina si mostrava sempre più assertiva nel mar cinese meridionale, e soprattutto nei confronti di Taiwan. Gli alleati europei, inizialmente speranzosi che con il nuovo presidente le cose sarebbero cambiate, non si fidavano delle turbolenze e dell’incerto nuovo corso (non erano neppure stati avvertiti dell’imminente ritiro dall’Afghanistan). Verso la fine dell’anno, la Russia ammassava truppe e armamenti ai confini con l’Ucraina minacciando l’invasione se le sue richieste non fossero state accettate. Un presidente impotente assisteva alla perdita di influenza del suo Paese apparentemente senza bussola.

Dall’altra parte dello schieramento politico, Donald Trump continuava a presentarsi come il presidente legittimo e gran parte del partito repubblicano gli credeva. L’assalto al Congresso veniva ora raccontato come la manifestazione della giusta rabbia della popolazione per le “elezioni rubate”; i più accesi sostenitori dell’ormai ex presidente diventavano sempre più bellicosi, si armavano (del resto negli Stati Uniti non è difficile) e addirittura minacciavano di scatenare una guerra civile se il loro capo non fosse ritornato alla Casa Bianca. La popolarità di Trump per la verità non era altissima, ma pur sempre superiore a quella di Biden, e in ogni caso tutti gli analisti prevedevano per le future elezioni di midterm una grande vittoria repubblicana.

Ma nel corso del 2022 le cose sono incominciate a cambiare, prima lentamente, poi sempre più rapidamente. Il Covid, seppure non vinto, era ormai sotto controllo, e in tutto il Paese venivano allentate le restrizioni e i lockdown; l’inflazione rimaneva a livelli preoccupanti ma incominciava a diminuire, l’occupazione cresceva (anche se con salari bassi) e soprattutto l’economia, sia quella reale sia la borsa, tiravano. Intanto, a fine febbraio, la Russia scatena l’offensiva contro l’Ucraina, e Biden coglie il suo “momento presidenziale”. Il fronte repubblicano, e Trump in particolare, sono paralizzati: sono note le simpatie e forse gli oscuri interessi che legano l’ex presidente al dittatore russo, come anche i maneggi degli uomini di Trump in Ucraina.

Biden, per contro, non ha esitazioni: getta tutto il peso e l’influenza degli Stati Uniti nel conflitto, scegliendo una linea mediana di aiuti militari ed economici ma non di intervento diretto. Di più, riesce a organizzare e a portare dalla sua parte gli alleati europei inizialmente riluttanti a prendere una decisa posizione antirussa per timore delle ripercussioni sulle forniture energetiche. Per mesi e mesi, mentre fallisce l’assalto russo e inizia la controffensiva ucraina, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito soprattutto, ma anche da numerosi Paesi europei, parte un flusso continuo di armamenti sempre più sofisticati e di aiuti economici all’Ucraina, e al contempo vengono messe in atto sanzioni economiche nei confronti della Russia, che a fine anno hanno portato a una situazione di stallo e frustrato le ambizioni di Putin di una rapida vittoria.

Sul fronte interno, a partire dall’estate 2022, Biden riesce a fare approvare una serie di provvedimenti economici a favore dei ceti meno abbienti (riduzione del prezzo dei farmaci, cancellazione dei debiti studenteschi), di aumento delle tasse per le imprese e di massicci investimenti per incentivare l’elettrico e le energie rinnovabili. Il clima politico, in autunno, comincia così a cambiare. Adesso gli analisti sono meno pessimisti sulle sorti del Partito democratico alle elezioni. E in effetti, arrivato l’8 novembre, non si realizza la temuta “ondata rossa” (repubblicana): i democratici conservano la maggioranza al Senato e perdono per pochi voti quella alla Camera, una mezza sconfitta che, viste le previsioni, è anche una mezza vittoria – tanto più che molti dei candidati sostenuti da Trump vengono sconfitti nelle urne o dai democratici o da candidati repubblicani più moderati.

Per Trump il 2022 è stato speculare a quello di Biden. Afono sull’Ucraina, e spiazzato dall’aggressività di Biden nei confronti della Cina, ha continuato a blaterare con sempre minore credibilità sui complotti che gli avrebbero sottratto la presidenza. In politica interna ha continuato a martellare sull’ondata di criminalità, sull’economia che con lui “era stata la migliore di sempre” (ovviamente non era vero), sugli immigrati dal Messico (“tutti stupratori”), sul suo famoso muro mai costruito quando era presidente, cercando di mantenersi al centro della scena con continui attacchi e previsioni di imminenti catastrofi, che ovviamente non si sono verificate, finendo coll’apparire un petulante “perdente” e – si sa – gli americani non amano i perdenti, soprattutto quelli che si lamentano.

Come detto, i suoi candidati più fedeli e radicali nelle elezioni di midterm sono spesso stati sconfitti, e di conseguenza la presa di Trump sul Partito repubblicano si è allentata. La cerimonia in cui, a pochi giorni dalle elezioni, avrebbe dovuto annunciare trionfalmente la sua ricandidatura alle presidenziali del 2024 è stata un flop cui non ha partecipato neppure la figlia Ivanka, che ha suscitato scarso entusiasmo (più che altro imbarazzo) nell’establishment repubblicano, e spinto molti osservatori a interrogarsi su chi potrà essere il vero candidato repubblicano in grado di vincere, visto che, con tutta evidenza, Trump aveva dimostrato di non poterlo fare.

Chiuso nel suo pacchiano bunker di Mar-a-Lago, l’ex presidente non solo ha dovuto prendere atto della sua progressiva perdita di influenza sul partito e sugli elettori repubblicani (non le frange più estreme che gli rimangono fedelissime, ancorché minoritarie). Ha anche visto intensificarsi le nubi di azioni giudiziarie che, nel corso del 2023,potrebbero portarlo alla rovina politica (ed economica). Una serie di sconfitte giudiziarie si sono venute accumulando proprio da parte dei giudici, che lui stesso aveva nominato. La Corte suprema ha negato che avesse il diritto di mantenere segrete le sue dichiarazioni dei redditi che, una volta rese pubbliche, potrebbero procurargli seri guai giudiziari per evasione fiscale. A New York, un giudice dello Stato ha condannato prima il direttore finanziario delle sue società immobiliari per frode e poi la stessa società ammiraglia, la Trump Organization, per evasione e bilanci fraudolenti. Si è trattato per il momento “soltanto” di una multa di dieci milioni di dollari, poca cosa, ma la perdita di immagine e credibilità finanziaria è enorme. Altri processi sono in corso contro Trump personalmente, questa volta di natura penale: a New York per truffa, nello Stato della Georgia per avere cercato di alterare il risultato delle elezioni del 2020 facendo pressioni sui funzionari statali, in Florida per i documenti segreti sottratti dalla Casa Bianca – ancora non si sa per quali oscuri motivi, forse ricattatori.

Ma la tempesta peggiore che si sta addensando su Trump verrà dalle conclusioni della Commissione di inchiesta sui fatti del 6 gennaio 2021, che ha appena terminato i propri lavori presentando una relazione di oltre ottocento pagine, più decine di migliaia di documenti, filmati e testimonianze. Il quadro che ne emerge non è certo quello, più volte rappresentato da molti deputati repubblicani, di una “scampagnata” di turisti un po’ esagitati finita male. La Commissione ha dimostrato che da mesi l’assalto veniva preparato, con la specifica intenzione di bloccare, attraverso l’occupazione violenta del Campidoglio, la “certificazione” dei risultati delle elezioni e proclamare eletto non Biden, ma lo stesso Trump. Nel corso del 2021 e nel 2022 diverse centinaia di assalitori appartenenti ai gruppi più violenti e negazionisti (Proud Boys, Oath Keepers, 5-Percenters) sono stati arrestati, e molti sono già stati condannati a pene detentive più o meno lunghe. Dei vari singoli episodi si sono occupati e continuano a occuparsi i procuratori e i giudici federali.

La Commissione del Congresso ha invece cercato di appurare le responsabilità specifiche di Donald Trump in ciò che successe quel giorno e, grazie soprattutto alle testimonianze di molti suoi stretti collaboratori, è arrivata a una conclusione univoca: da subito, dopo le elezioni del 3 novembre 2020, grazie al fatto che sarebbe rimasto in carica fino al 20 gennaio dell’anno successivo, il presidente ha usato tutti i poteri a sua disposizione per cercare di sovvertire il risultato elettorale, nonostante numerosi alti funzionari e lo stesso ministro della giustizia gli dicessero che le elezioni si erano svolte in modo sostanzialmente regolare e non c’era alcuna base giuridica per invalidarle. È per questo che Trump come ultima risorsa, quel famoso giorno, decise di fare ricorso alla violenza: arringò la folla davanti alla cancellata della Casa Bianca e la incitò a marciare sul Campidoglio, commettendo così il reato di ostruzione dei lavori del Congresso, e quello ancora più grave di tradimento e attentato alla Costituzione. L’assalto al Campidoglio avrebbe avuto lo scopo di permettere a Trump di proclamare lo Stato di emergenza e prendere i pieni poteri: di fatto un colpo di Stato.

Queste le conclusioni documentate della Commissione di inchiesta, che però non ha il potere di incriminare l’ex presidente, ma soltanto di “segnalare” al ministro della Giustizia e procuratore generale l’esistenza dei reati commessi perché li persegua. E si tratta di reati che prevedono l’ergastolo e, in teoria, la pena di morte.

Il 2023 che si è appena aperto sarà così molto diverso per Joe Biden e per Donald Trump. Il primo potrà sperare, se l’economia e la guerra in Ucraina glielo consentiranno, di portare a termine la propria presidenza con una qualche misura di successo, e forse di essere ricordato come colui che ha saputo mantenere la barra diritta e ridare fiducia al popolo americano in un grave momento di incertezza: non grandi risultati ma, date le premesse, neppure da sottovalutare. Il secondo potrà sperare di non finire in galera e di salvare almeno una parte della sua fortuna economica; ma non potrà evitare di essere ricordato come colui che per la seconda volta nella storia americana – la prima fu la guerra civile – ha portato il Paese sull’orlo della catastrofe.