Ma cosa pensano a sinistra dell’eredità di papa Benedetto XVI? Possibile che i candidati alla leadership del Pd non abbiano alcuna sollecitazione a riflettere su un’eredità per nulla scontata? Bonaccini, Schlein, De Micheli e Cuperlo, che si candidano a guidare una formazione in cui l’impronta cattolica non è certo marginale, non ritengono di farci sapere come leggono quel messaggio? Tanto più che la scomparsa del papa emerito genera un certo imbarazzo, sia in Vaticano, dove la convivenza fra due vicari di Cristo non è mai stata considerata un elemento granché sostenibile, sia nella società civile e politica italiana, che vede nei due pontefici simboli e riferimenti di un dualismo dottrinario e di messaggio sociale molto distanti se non contrapposti.

Nella fase finale del suo pontificato, Benedetto XVI fu addirittura destinatario di una lettera da parte di esponenti significativi della sinistra – Tronti, Vacca, Barcellona – che si appellavano al suo magistero etico per salvaguardare i tratti di una società civile occidentale. Immancabile il timbro di D’Alema che, all’elezione di Ratzinger, fece subito sapere il suo compiacimento a nome del partito delle persone intelligenti. Sia la spettacolarità della lettera sia l’opportunismo dei compiacimenti rimasero fugaci frammenti sul mantello di quella storia. Ma forse non sarebbe vano ritornare su quei passaggi con gli interessati, per condividere lo sforzo di confronto con un tale profilo in maniera meno sbrigativa.

In realtà, i profili dei due capi della Chiesa cattolica sono molto sfaccettati e dialettici per poterli interpretare, con sicurezza e uniformità, come evidenti testimonial di una visione sicuramente conservatrice e retriva – papa Ratzinger – e una altrettanto sicuramente progressista e avanzata – papa Bergoglio. C’è dunque materia per una discussione che possa irrobustire, in maniera non meschina o strumentale, quell’esangue apparato culturale che, al momento, vede muoversi i vertici del Pd. Il papa tedesco è stato indiscutibilmente un guardiano – un “pastore tedesco” come titolò brillantemente “il manifesto” alla conclusione del conclave – di nodi teologici non certo marginali: il ruolo della donna, l’aborto, le differenze sessuali. Così come fu, con il suo discorso di Ratisbona, nel 2006, sui rapporti fra cattolicesimo e islam, in cui rivendicò il primato culturale del cristianesimo, soprattutto nella relazione con la scienza e la ragione. Un discorso che se servì a inorgoglire le componenti più retrive del clero, guidate dal cardinale Ruini – e lo scacchiere politico della destra internazionale che stava già affilando le armi in attesa di un assalto al palazzo d’inverno della democrazia rappresentativa –, autorizzò anche un relativo illuminismo della fede, che si presta a letture complesse e articolate nei nuovi contesti tecnologici. Solo una sinistra che non si occupa più di pensieri lunghi, come questa che si sta consumando in Europa, distolse l’attenzione da quell’approccio, derubricandolo a questioni interne alla gerarchia, o ignorandone le conseguenze per la propria comunità, alla ricerca di visioni e disegno che possano riempire il vuoto dell’amministrativismo spicciolo.

Non abbiamo certo titolo per affrontare i nodi teologici e gli spunti filosofici che il papa scomparso propose. Un punto appare però essenziale e proficuo, ai fini di una lettura anche politica: il suo messaggio su potere e partecipazione incluso nell’atto delle dimissioni: “In mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato”. Sono le poche parole, pronunciate in rigoroso latino, con cui Ratzinger, forse il pontefice teologicamente più attrezzato degli ultimi due secoli, denuncia la propria impotenza nel nuovo mondo – al punto che l’11 febbraio del 2013 sorprendentemente si dimette.

Di quel passaggio, di cui troppo poco si è discusso, tutti precipitandosi alla ricerca di retropensieri, o addirittura oscure minacce, come causa del gesto traumatico, due sembrano ancora oggi le chiavi profetiche da analizzare: rapidis mutationibus subiecto, una frase con cui il vicario di Cristo coglie l’accelerazione in corso nell’evolversi della storia, che rende umanamente, ma detto da lui si direbbe anche divinamente, non più governabile tradizionalmente il mondo; e inoltre la constatazione di essere per tutto questo perturbato. Un termine che in latino ha una valenza più forte e profonda del semplice essere scosso, come facilmente viene tradotto in italiano: “sconvolto”, “iper-turbato”.

Le due considerazioni – in bocca a uno dei più ferrati, ambiziosi ed esperti capi della Chiesa cattolica – non possono non farci tornare, almeno ora che sappiamo come si siano dipanati da allora gli eventi, su quella scelta, con l’obiettivo di leggerla in relazione a quanto sta accadendo. Nel 2013 si era in una fase di ripresa economica, dopo la crisi del 2008, con alla Casa Bianca un presidente Obama già appannato nelle sue prime scintillanti promesse, ma comunque ancora testimonial di una nuova frontiera possibile. In Italia brillava la stella di Renzi, e il Pd si apprestava a toccare il record del 40% dei consensi alle elezioni europee del 2014. In poco tempo, tutto sarebbe precipitato –rapidis mutationibus, appunto. A Washington sarebbe arrivato il ciclone Trump, con alle spalle la guerra ibrida annunciata dal capo di stato maggiore russo, Gerasimov, che con Cambridge Analytica avrebbe impallato la democrazia rappresentativa. In Europa si sarebbe rapidamente imballato il corso guidato dall’intesa franco-tedesca, e i vasi di coccio, come Grecia e Italia, avrebbero pagato un caro prezzo. Infine, proprio nel nostro Paese, le velleità acrobatiche del giovane Renzi sarebbero state bruciate da un temerario referendum sulla riforma costituzionale che, in pochi mesi, trasformò il trionfo alle europee in un inarrestabile tramonto, che poi, alle elezioni del 2018, consegnò il governo alla strana coppia Salvini-Conte. Uno scenario che rende preveggenti le analisi di papa Ratzinger – anche se non ne spiega la folgorazione. Il colpo di teatro con cui lascia la cattedra di San Pietropone, inevitabilmente, una pesante ipoteca sui suoi successori. In questo caso, non possiamo non constatare che nulla è più stato come prima.

Papa Francesco si presenta subito come un primus inter pares, per diventare poi un par inter pares, appiattendo il suo primato in una macchinosa gestione della macchina curiale e alternando impennate moralizzatrici con timori di eccessivi sconquassi interni. Oggi, con il feretro di Ratzinger ancora caldo, arriva l’offensiva della destra curiale, attraverso il monito del solito Ruini, che mette in guardia l’attuale papa: “aprire la Chiesa al mondo ma senza snaturarla”. Paradossalmente Ruini, a differenza del suo modello Benedetto XVI, non sembra per nulla perturbato dai rapidi cambiamenti. E in questo quadro tempestoso, Francesco appare reagire accodandosi all’esempio del predecessore: proprio in questi giorni, quando ha invitato a pregare per il papa emerito che si spegneva, ha ricordato la sua provvisorietà, confermando che le sue dimissioni sono pronte. Forse la dipartita di Ratzinger, rende plausibile che vi sia un altro, e solo, papa emerito in Vaticano.

Mentre le destre si affannano, in queste ore, a impossessarsi dell’eredità di Ratzinger, dobbiamo riflettere sulla sua ultima impennata, perché ci offre un codice di lettura della contemporaneità con cui declinare quello che ormai viene definito lo stato di permacrisi, ossia una condizione di permanente instabilità e incertezza. Guerra e pandemia ne sono la conseguenza e non la causa – sembra dirci l’eredità del papa tedesco. La precarietà delle istituzioni, di tutte le istituzioni, combinata con un appannamento dei grandi samurai del potere tecnologico, che oggi piangono più di tremila miliardi di perdite finanziarie, dice quanto sia evanescente la struttura di comando sul mondo. La guerra in Ucraina ha mostrato come nessuna potenza, per quanto sproporzionata, quale è quella russa rispetto a Kiev, possa oggi prevaricare impunemente una comunità che diventa inafferrabile proprio attraverso l’intraprendenza e l’ingovernabilità dei singoli.

La vocazione dello Stato (come ricordava persino un suo aedo come Carl Schmitt in punto di morte) non è solo il monopolio dell’autorità e della violenza, ma soprattutto il controllo dei sistemi di relazione e di intelligence. Sistemi che si sovrappongono sbriciolando equilibri e costringendo i geometri della geopolitica ad aggiornare quasi quotidianamente mappe e carte meteo. Tanto più ciò vale nella politica, dove uno schiacciamento a destra delle opinioni pubbliche europee, trainate da ceti medi che, come ci ricorda De Rita, non sanno più essere borghesia ma solo centri di interessi, diventando matrici di radicalizzazioni sovraniste e nazionaliste.

A mancare è quindi una capacità di trasformare lo sgomento – o la perturbazione, per tornare a papa Ratzinger – in protagonismo negoziale, ambizione a piegare le forze naturali del mercato in una direzione sociale. Proprio Asor Rosa, scomparso anch’egli nell’anno terribile che è stato il 2022, in un’intervista a “Repubblica” del 2015, due anni dopo le dimissioni di Ratzinger, commentando il suo Scrittori e masse, ricordava che “se non c’è conoscenza non può esserci conflitto. E se non c’è conflitto non c’è pensiero nuovo. E se non c’è pensiero nuovo non c’è rappresentazione”. Si potrebbe aggiungere a questa concatenazione un altro anello: se non c’è rappresentazione, che il tempo nuovo impone come diretta e condivisa, non c’è organizzazione, e dunque partito.

Sono proprio i temi su cui il congresso del Pd dovrebbe spendersi: una visione aggiornata delle relazioni economiche e produttive, comandate dai sistemi di calcolo, e inevitabilmente portatrici di vocazioni cooperative e di partecipazione da parte degli utenti; un accorciamento delle distanze fra governanti e governati, che rende fragile e non credibile un centro di comando – istituzionale o di partito – che non coinvolga la sua base di consenso non solo nelle consultazioni programmatiche ma direttamente nei percorsi deliberativi; infine, una elaborazione di nuove e efficaci forme di conflitto sociale, che diano un’anima trasparente e condivisa a processi organizzativi e gestionali automatici e artificiali mediante una riprogrammazione sociale del calcolo.

Se perfino il potere più verticale, quale è il vicariato del Padreterno, deve fare i conti con un’ingovernabilità del pianeta, la segreteria del Pd dovrà pure riflettere su come ripensare il Nazareno, inteso come palazzo e non come figlio di Dio?