Alla fine, si sono messi d’accordo. I Paesi europei hanno raggiunto una faticosissima intesa sul tetto del gas. Dopo mesi di negoziati difficili – con posizioni rimaste a lungo molto distanti (come abbiamo documentato qui) non solo per ragioni politiche, ma anche per differenti situazioni nazionali e distinte modalità di approvvigionamento energetico –, l’accordo, con la sola pervicace opposizione della Ungheria di Orbán, è stato raggiunto. Va detto, a onore del vero, che anche Austria e Paesi Bassi si sono astenuti – a riprova di un diffuso scetticismo sulla validità del provvedimento concordato. Il “tetto” previsto è, per la verità, ragionevolmente alto: 180 euro per megawattora, mentre il prezzo corrente è circa di 115 euro. Va detto, però, che l’estate scorsa il gas era entrato in orbita fino a raggiungere il costo stellare di 350 euro per megawattora.

Si tratta di uno strumento volutamente elastico. Il prezzo del gas, nel commercio all’ingrosso europeo, dovrà essere limitato quando si verifichino determinate condizioni: non appena superi i 180 euro, l’incremento sarà limitato a un massimo di 35 euro per megawattora, al di sopra del prezzo internazionale del gas naturale liquefatto (Gnl). “Non si tratta di un tetto fisso, ma di un tetto dinamico” – ha sintetizzato il ministro dell’Industria ceco, Jozef Sikela. Il meccanismo sostanzialmente garantisce che il prezzo non aumenti eccessivamente rispetto al prezzo effettivo del Gnl.

Il governo tedesco si è a lungo opposto a un simile meccanismo. I consiglieri del cancelliere Scholz temevano che la sicurezza dell’approvvigionamento sarebbe stata messa a repentaglio dall’introduzione di un tetto, perché il mercato del gas è mondiale, e i fornitori avrebbero potuto vendere il loro gas altrove, sui mercati asiatici, per esempio, dove era facile pensare potessero ottenere prezzi più alti di quello concordato in Europa. Il fatto che la Germania si sia finalmente decisa a sottoscrivere l’accordo, cui era stata a lungo contraria, dipende da una serie di misure di controllo che sono state introdotte rispetto alle precedenti versioni. Il ministro verde dell’Economia, Robert Habeck, così ha giustificato il voto favorevole: “Ora abbiamo definito molti strumenti che riducono chiaramente il pericolo di un effetto non ponderato”. Se la disponibilità di gas diminuisce, se è necessario un razionamento, o se il volume del commercio diminuisce, il meccanismo verrà sospeso.

Inoltre, dato che l’accordo diventerà operativo solo a partire da metà febbraio del prossimo anno, sarà possibile verificarlo in corso d’opera, valutarlo nel tempo: “Abbiamo davanti a noi una lunga fase di osservazione” – ha aggiunto Habeck –, “se si scopre che l’intervento sul mercato non è opportuno, spero che troveremo la forza politica per rimetterlo in discussione”. Dichiarazioni oltremodo prudenti, motivate dal fatto che, nonostante le misure finora prese e il ritorno al carbone, il fabbisogno di gas dei tedeschi è cresciuto oltre le previsioni.

Più nel dettaglio, le nuove norme introdotte prevedono che il price cap scatti solo ove il prezzo nella borsa all’ingrosso Ttf di Amsterdam arrivi a superare i 180 euro per megawattora per tre giorni consecutivi e, allo stesso tempo, sia superiore di 35 euro al prezzo internazionale del gas naturale liquefatto. Nel caso il meccanismo venga attivato, la sua applicazione non può andare oltre i venti giorni. Habeck, insomma, pur rimanendo guardingo, ha qualche ragione nel pensare che la complessa macchina di contenimento del prezzo sia stata “alleggerita” dalle componenti che la rendevano assai rischiosa e di dubbia gestione.

I politici e i media di casa nostra – molto meno cauti di quelli tedeschi – hanno celebrato l’accordo come un trionfo dell’“Occidente”, che metterebbe così in ginocchio la Russia, e risolverebbe la questione degli esorbitanti costi energetici. Va però chiarito che, nonostante il grande rilievo mediatico dato all’accordo, che ha fatto fantasticare i non addetti ai lavori di riduzioni a breve termine del prezzo del gas nelle bollette, il progetto riguarda essenzialmente i grandi clienti che fanno trading sulla borsa Ttf di Amsterdam – non i poveri consumatori finali. Il meccanismo infatti si applicherà ai contratti con i quali il gas viene scambiato, e questo scambio avviene con un mese, tre mesi o anche un anno di anticipo. I prezzi al consumo, tra l’altro, sono solo indirettamente influenzati dai prezzi all’ingrosso, e lo saranno “a scoppio ritardato”.

Certo, dopo l’annuncio i prezzi del gas sono leggermente calati: uno scacchista direbbe che, in questo caso, la minaccia è stata per ora più efficace della esecuzione della minaccia, ma in realtà la partita a scacchi sul gas è tutt’altro che chiusa. I russi, irritati, reagiscono con controminacce. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, lo ha detto a chiare lettere: “L’accordo dei ministri dell’Unione europea sul tetto al prezzo del gas è inaccettabile, è contrario ai principi del mercato (…), qualsiasi riferimento al massimale non può essere accolto”. Curiosamente, Peskov ha però aggiunto delle considerazioni che ricordano da vicino quelle di Robert Habeck, e che danno un’idea della complessità della questione, vista tanto da una parte quanto dall’altra dello schieramento: “Ci vorrà del tempo per soppesare a fondo i pro e i contro, e per elaborare una risposta adeguata da parte della Russia” – ha detto. Settimane fa, il Cremlino aveva annunciato che non avrebbe fornito gas ai Paesi europei che avessero sottoscritto un accordo per un tetto al prezzo del gas, anche se poi Putin ha corretto il tiro dichiarando più genericamente che “la Russia non esporterà nulla che vada contro i suoi interessi”. Nel frattempo, le forniture all’Italia pare che siano aumentate.

Per il momento, certo è soltanto che il price cap, nonostante le modifiche introdotte rispetto all’ipotesi originaria, potrebbe avere un effetto destabilizzante sui mercati, creando una situazione caotica. È chiaro, però, che i mesi che ancora ci dividono dalla sua eventuale applicazione e dalla valutazione delle conseguenze, il tempo di cui parlano sia Robert Habeck sia Dmitri Peskov, saranno decisivi anche per il conflitto in Ucraina; e, sotto questo profilo, saranno probabilmente gli sviluppi della guerra, ancora più delle transazioni di mercato, a decidere quanto efficace potrà essere la sua introduzione.