E alla fine non c’è nessuna questione di sicurezza nazionale, di rischio di penetrazione delle nostre frontiere da parte di possibili terroristi e criminali. Non è solo una questione di “pelle”. Razziale, dovremmo dire. Andrebbero capite le ragioni dell’accanimento dei governi di destra, oggi di quello Meloni, contro le Ong, ritenute una flotta di “navigli” fuori controllo, di diverse nazionalità, che traghettano verso l’Europa il popolo dei migranti dall’inferno della Libia e da quell’Africa devastata dalla povertà, dalle guerre etniche, dalle violenze di genere, dai cambiamenti climatici. Perché quest’odio da parte di di chi, pure, dovrebbe avere un po’ di quella “pietà” cristiana che professa, richiamandosi ai sacri valori della famiglia e della vita. E non c’è nessuno che, dal 26 settembre scorso, giorno della vittoria elettorale della destra meloniana, a Roma o a Bruxelles, abbia posto una sola domanda a questi cinici e crudeli governanti in pectore. Perché ve la prendete con le Ong? Di cosa avete realmente paura? Perché non proponete, in cambio, un ruolo attivo italiano e internazionale (europeo) nel controllo del Mediterraneo, dei confini marini dell’Europa? Perché volete che i migranti anneghino nella solitudine, che nessuno li guardi e, peggio ancora, che nessuno provi a salvarli?

Il mal di destra contagia l’Europa. Dovremmo avere l’onestà di riconoscerlo. Precipita con la crisi di credibilità delle istituzioni europee e, a cascata, con la delegittimazione in Italia della sinistra che fu. Il Qatargate ha svelato l’esistenza di una trama corruttiva, che vede coinvolte le istituzioni europee. In realtà, una vicepresidente del parlamento europeo, un ex europarlamentare con moglie e figlia, un collaboratore di parlamentari e cariche istituzionali. E probabilmente esponenti della diplomazia qatariota e marocchina. Il timore è che la metastasi si allarghi, coinvolga altre personalità, come l’eurodeputato Pd Andrea Cozzolino, chiacchierato ma non ancora indagato.

Colpisce che, mentre gli apparati europei di intelligence controllano che i russi in guerra con l’Ucraina non invadano anche i nostri territori, uomini delle istituzioni europee si facciano corrompere da Paesi in cui i diritti umani sono negati, come il Qatar, e facciano gli interessi di Paesi rivieraschi del Nord Africa, come il Marocco. La famiglia socialista europea è coinvolta, finora, in questa pagina nera diventata “giudiziaria”, che mina la credibilità delle istituzioni europee. L’epicentro della politica corrotta vede, finora, l’Italia e la Grecia terremotate.

Nel pieno della fase congressuale del Pd, nessuno dei candidati che dovrebbero dirsi alternativi, nessuno di quelli che dovrebbero segnare una discontinuità con il passato recente, ha saputo prendere posizioni forti e divisive. La dialettica congressuale sembra sostituita da un patto silenzioso di pura sopravvivenza. Tutti i sondaggi danno in caduta libera i consensi al Pd. Ma neppure sulle prossime elezioni regionali del Lazio il Pd prova a invertire la rotta. 5 Stelle, Sinistra italiana, militanti di Articolo uno, spezzoni di ambientalisti e società civile, provano a fare un loro “campo largo”, o meglio una lista progressista a supporto del candidato pentastellato. Il Pd, Italia viva, Azione di Calenda, e i verdi di Bonelli, hanno lanciato la candidatura alla presidenza della Regione Lazio dell’assessore regionale alla Sanità uscente, D’Amato, proponendo nel contempo la costruzione di un termovalorizzatore. Un pacchetto chiuso, nome e programma, che non vogliono mettere in discussione, cioè concordare con gli altri possibili alleati. Il leader dei pentastellati, Giuseppe Conte, va avanti per la sua strada, consapevole che la libertà di movimento premia i 5 Stelle. E in queste ore lancerà una candidatura condivisa dalle forze del “campo largo” che si stanno ritrovando insieme. Loro e il Pd sono del tutto consapevoli di consegnare così anche il Lazio alla destra.