Il mondo intero ha vissuto una pandemia lunga quasi tre anni, descritta come avvenimento epocale non solo per l’entità e la gravità dell’infezione, ma anche per le riflessioni che ha suscitato sugli stili di vita, sui modelli di crescita e di socialità – assieme a quelli complessivi circa libertà, autorità e democrazia. Ma, nell’Italia che si avvia alle elezioni, i temi del Covid-19 e della sanità sono scomparsi. Nessuno ne parla, dopo quasi centottantamila morti e la crisi terribile che le strutture sanitarie hanno dovuto subire fra il 2020 e il 2022. Tutto sembra essere alle spalle e, al limite, viene descritto come un brutto periodo dal quale si è usciti con la classica tenacia degli italiani, grazie alla loro voglia di tornare a vivere e divertirsi. Questo è il livello del nostro dibattito pubblico sul virus e sulla sanità.

La pandemia e la drammatica crisi della sanità nel nostro Paese potevano e dovevano essere l’occasione per riflettere sull’idea di pubblico per le sinistre, soprattutto in campagna elettorale. Nessuno lo sta facendo – e ciò è paradigmatico della povertà politico-culturale di una compagine politica. Eppure, in Italia, abbiamo vissuto, specialmente nei primi mesi della pandemia, momenti tragici. Da varie testimonianze, sappiamo come – soprattutto in Lombardia – vi siano state famiglie che hanno dovuto scegliere quale familiare ricoverare, perché la disponibilità di posti letto non era sufficiente a curare tutti. In quelle famiglie, i vecchi hanno scelto di morire a casa per far ricoverare in ospedale chi era più giovane.

Dobbiamo allora dire, prima di tutto, che quanto accaduto in Lombardia e in altre parti d’Italia non è una drammatica eccezione locale da trattare come caso di cattiva gestione sanitaria regionale, da imputare magari a una precisa parte politica, o addirittura ad alcuni singoli amministratori. Si tratta, infatti, dell’esito di politiche di privatizzazione condivise negli ultimi trent’anni da destra e sinistra, in base alla fondamentale idea che la sanità dovesse essere trattata come un’azienda, e quindi gestita con strumenti manageriali e criteri di carattere privatistico. Questo trend ha riguardato tutta l’Italia e quasi tutte le forze politiche.

È necessario interrogarsi su cosa significhi privatizzazione della sanità. Essa non riguarda solo la nascita di cliniche private da convenzionare con il pubblico, o la sola gestione privatistica delle strutture pubbliche. Privatizzazione significa, prima di tutto, che non è più all’ordine del giorno il tema della public health, cioè della salute come questione pubblica, sociale e politica. La salute si riduce progressivamente all’idea di cura delle malattie. Hai una patologia cardiaca: vieni ospedalizzato, operato e guarito. Sei affetto da cancro: vieni operato e te la cavi. Il tuo fegato è da buttare: vieni trapiantato e guarisci, con tanto di retorica sulla donazione degli organi e sulle tecniche di avanguardia dei medici e degli ospedali italiani. Questa è ormai la nostra idea di sanità: ammalarsi e guarire. Che si tratti delle strutture pubbliche o di quelle private importa poco. Infatti, se tutto si riduce all’ammalarsi e al guarire, allora la sanità è già diventata privata sia nella testa di milioni di cittadini sia in quella di migliaia di medici.

La sanità pubblica dovrebbe essere invece un’altra cosa: l’impegno di tutta la società al fine di garantire la salute dei cittadini tramite comportamenti responsabili di igiene personale e di prevenzione. Si tratterebbe di una serie di azioni caratterizzate da rapporti di correlazione virtuosa, che mettono in una relazione articolata medicina di base, lavoro, scuola, associazionismo, istituzioni locali e, infine, presidi sanitari di base e grandi ospedali. La malattia non è un accidente a cui rispondere tramite ricovero, ma qualcosa che può essere prevenuta, contenuta e limitata tramite strutture di base che vengono prima ancora dell’ospedale. Può essere, come nel caso di un’epidemia, un tipo di male che richiede in modo rapido il coordinamento tra società, amministrazione pubblica e strutture sanitarie al fine di rallentarne la diffusione. Si tratta di fare in modo rapido ed emergenziale ciò che, nella normalità, una sanità pubblica dovrebbe prevedere: il coordinamento tra istituzioni, scuole, luoghi di lavoro, famiglie, medici di base ecc.

Nell’emergenza da Covid-19, abbiamo verificato la drammatica scomparsa di questa idea di sanità. Non si è stati in grado di pensare il virus prima degli ospedali, perché in tutti questi anni sono venuti meno i presidi sanitari locali e la capacità di fare coordinamento tra le varie istanze sociali e istituzionali, in base all’idea che sanità non è solo ammalarsi ed entrare in un ospedale per guarire (o morire). Quello che non si faceva più da tempo, nella normalità quotidiana, non si è potuto fare, a maggior ragione, nell’emergenza, proprio perché è scomparsa un’autentica idea di sanità pubblica.

La vicenda della sanità, durante la pandemia, ci dice qualcosa sulla sconfitta egemonica della sinistra nel nostro Paese, come nel resto d’Europa. Qui non si tratta solo di privato e pubblico come proprietà e gestione dei servizi e delle loro strutture, ma di pubblico come idea di responsabilità sociale per il bene di tutti, e quindi di collaborazione fra le varie parti di una società affinché tale bene possa essere davvero di tutti; si tratta di privatizzazione come privatizzazione non solo delle strutture ma dell’immaginario e della cultura, per cui il bene è solo un bene individuale a cui pensare autonomamente.

E la sinistra, che ha lamentato la penuria di posti di terapia intensiva negli ospedali pubblici, dimostra di non avere capito il vero senso della privatizzazione della sanità come di tutti gli altri servizi sociali, che è appunto privatizzazione dell’immaginario, dei valori e della vita in genere. Il primo e fondamentale vulnus inferto alla sanità pubblica è rappresentato dalla progressiva scomparsa dell’idea di pubblico tout court. E tale ferita non si rimargina solo chiedendo più posti di terapia intensiva negli ospedali, ma soprattutto ripristinando la sanità pubblica come questione sociale e culturale, di rapporto coordinato e solidale tra istituzioni, strutture sanitarie, medici di base, scuola, mondo del lavoro, corpi intermedi. L’idea di public health non sta più nella testa della stragrande maggioranza dei cittadini: per ripristinarla, per farla ritornare egemonica, non basta un maggior numero di posti letto negli ospedali. Insomma, anche nella vicenda della pandemia, comprendiamo cosa significhi la sconfitta egemonica subita dalla sinistra nel nostro Paese – che non dipende da una sorta di tradimento o dalla mancanza di radicalità, ma dal fatto che il neoliberalismo ha vinto nei cuori, nelle menti e nell’immaginario dei cittadini italiani ed europei.