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Dietro il conflitto tra Armenia e Azerbaigian

La tregua annunciata non sembra risolvere lo scontro tra le due repubbliche caucasiche sul possesso del Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo, Russia e Turchia schierate su fronti opposti

19 Settembre 2022 Vittorio Bonanni  1457

Non conoscono pace le ex repubbliche dell’impero sovietico. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina, che ha provocato una guerra dagli esiti incerti, ecco ritornare a galla il conflitto tra due Stati, l’Armenia e l’Azerbaigian, facenti parte una volta dell’Urss, che si contendono la regione del Nagorno-Karabakh, nel Caucaso. Un conflitto iniziato nel lontano 1994 e conclusosi, allora, con un bilancio di 65mila vittime; le due parti si erano di nuovo scontrate il 27 settembre del 2020 in una ripresa delle ostilità che provocò oltre seimila vittime, terminando il 9 novembre dello stesso anno, grazie alla mediazione del presidente russo Putin, e con gli azeri, militarmente superiori agli armeni, usciti vincitori, avendo ripreso il controllo di alcuni territori da decenni nelle mani dell’avversario.

Ma la settimana scorsa, presa a pretesto la reazione armena per l’uccisione di un loro soldato, da parte azera c’è stato un ritorno di fiamma, con l’aggressione di Baku (capitale dell’Azerbaigian) contro Erevan (capitale dell’Armenia), che ha provocato almeno 105 morti tra gli armeni e cinquanta tra gli azeri. Ancora una volta, la tregua è stata raggiunta, il 14 settembre, con la mediazione del Cremlino. Ciò malgrado, gli armeni non vogliono sentir parlare di pace con quelli che, a ragione, considerano gli aggressori, sostenuti per di più dal loro nemico storico, quella Turchia che ha perpetrato un genocidio, tra il 1915 e il 1916, causando la morte di almeno un milione e mezzo di armeni.

Nel Nagorno-Karabakh la maggioranza della popolazione è armena: dunque vorrebbe far parte del Paese governato dal presidente Alen Simonyan, ma un accordo definitivo sembra lontano dall’essere raggiunto, perché gli azeri non hanno nessuna intenzione di trattare la restituzione dei territori da loro occupati. Tra gli armeni, regna insoddisfazione e malcontento nei confronti del loro governo. Poco prima dell’annuncio della tregua – da parte di Armen Grigoryan, segretario del Consiglio di sicurezza dell’Armenia –, la gente era scesa in piazza nella capitale chiedendo le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan, accusato di avere tradito il Paese in occasione dell’intesa del 2020. 

Secondo quanto affermato dal ministro degli Esteri azero, Jeyhun Bayramov, durante i colloqui con il rappresentante speciale della presidenza russa per la cooperazione culturale internazionale, Mikhail Shvydkiy, Baku avrebbe offerto unilateralmente a Erevan un cessate il fuoco umanitario. Naturalmente questo scenario suscita non poche preoccupazioni nella comunità internazionale.

Russia e Turchia, più volte in contatto per risolvere la crisi ucraina, si trovano invece su fronti contrapposti nel Caucaso. Mosca, vicina agli armeni, già nel 2020 schierò circa duemila peacekeepers, la cui presenza, tuttavia, non è servita a impedire la ripresa delle ostilità. Al centro della preoccupazione occidentale c’è, come sempre, la produzione e il passaggio, in quell’area, di gas e petrolio. Preoccupazione espressa sia dal segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, il quale, malgrado il conflitto russo-ucraino, ha fatto appello a Mosca “per calmare le acque”, sia dalla ministra degli Esteri francese, Catherine Colonna, che ha fatto appello a entrambi i Paesi affinché cessino le ostilità.

Ma anche l’Italia non è certo indifferente agli avvenimenti caucasici. Roma infatti riceve gas da Baku attraverso il Tap, e ha recentemente firmato un accordo per aumentare la fornitura di gas e cercare di liberarsi dalla dipendenza da quello russo. Il momento, insomma, non è certo dei migliori per destabilizzare di nuovo il Caucaso.

Tutto questo è avvenuto proprio in concomitanza con il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, durante il quale Putin ha incontrato l’omologo cinese Xi Jinping e quello turco, Recep Tayyip Erdoğan, il quale non ha mai nascosto le proprie smanie egemoniche su quella regione, in evidente contrasto con Mosca. Il raggiungimento del cessate il fuoco contribuisce, almeno per il momento, ad allentare la tensione, ma resta la precarietà della situazione.

Anche in questo caso, potremmo definire il conflitto una “guerra per procura”, che vede appunto contrapposte Russia e Turchia. Quest’ultima ha sempre dichiarato che l’Azerbaigian “non sarà mai solo”, mentre l’Armenia firmò nel 1997 con la Russia un Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza (Csto), il quale prevede che i Paesi membri difendano l’integrità territoriale e la sovranità dell’altro, in caso di attacco da parte di un Paese straniero. Quella con Mosca è dunque una relazione importante, che però ha pregiudicato all’Armenia un rapporto quanto mai necessario con l’Occidente, facendola restare in una situazione di isolamento non più sostenibile per Erevan.

Il conflitto – in un’area geografica che delimita l’Europa dall’Asia – è iniziato, come dicevamo, ventotto anni fa, a soli tre anni dalla dissoluzione dell’Unione sovietica. La regione del Nagorno-Karabakh è popolata in maggioranza da cristiano-ortodossi, in un Paese nel quale vivono in maggioranza musulmani. Il tentativo di quella regione di dichiarare la propria indipendenza, col nome di Repubblica dell’Artsakh, non è andato a buon fine, anche perché essa non è mai stata riconosciuta a livello internazionale, nemmeno dalla stessa Armenia.

Da Putin la riapertura di un altro fronte è vista con evidente preoccupazione. Per Laurence Broer, direttore a Londra del progetto di cooperazione “Programma del Caucaso, risorse di conciliazione”, “è un fatto che questa escalation si verifichi mentre il Cremlino è alle prese con il crollo del fronte di Kharkiv, e l’azione offensiva contro Erevan può avvalersi dell’ondata di avversione globale contro la Russia di cui l’Armenia è formalmente alleata”. Al contrario Baku gode di una posizione di vantaggio nei confronti dello stesso Cremlino, interessato a controllare quell’area per mantenere un contatto con l’Iran e l’Asia, assolutamente indispensabile per uscire dall’isolamento. La stessa esigenza dell’Europa, a sua volta alla ricerca, com’è noto, di nuovi partner per uscire dalla dipendenza dalla Russia.

Per l’Occidente, impegnarsi a risolvere il conflitto armeno-azero, approfittando delle difficoltà russe a intervenire come si dovrebbe, diventa dunque cruciale. Coerenza vorrebbe che, come Washington, Londra e Bruxelles non hanno perso doverosamente tempo a sostenere la resistenza degli ucraini contro l’invasore, la stessa cosa accadesse con l’Armenia, costretta via via a cedere territori all’Azerbaigian. Saremo in grado, in quanto occidentali, di mettere da parte determinati interessi facendo prevalere un principio di solidarietà, che non può essere applicato a seconda delle convenienze? Il pessimismo è d’obbligo – ma, paradossalmente, un contributo alla risoluzione di questo conflitto potrebbe essere l’occasione per riprendere un complicatissimo dialogo con Mosca.

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