• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » Serbi nel caos (da Belgrado a Banja Luka)

Serbi nel caos (da Belgrado a Banja Luka)

Ancora proteste in tutto il Paese. E in Bosnia-Erzegovina Dodik sfida Sarajevo

6 Marzo 2025 Vittorio Bonanni  1486

Se si esclude il periodo della Repubblica federale di Jugoslavia (1945-1992), presieduta a lungo dal maresciallo Tito, quel territorio, ora diviso in quattro Stati, anzi cinque con il Kosovo, ha conosciuto solo guerre, sommosse e rivolte di ogni genere, in ogni caso una continua instabilità politica. Se Slovenia, Croazia e Montenegro (le prime due membri dell’Unione europea) stanno vivendo da tempo un periodo di tranquillità, non si può dire lo stesso per la Serbia e per i serbi di Bosnia (vedi qui, qui), presi mani e piedi nel conflitto tra l’Europa e la Russia, tra le due visioni del mondo che stanno scuotendo molti Paesi dell’Europa dell’Est – e perfino gli stessi Stati fondatori dell’Unione, compreso il nostro. Negli ultimi giorni, a Belgrado e a Banja Luka, capitale de facto della Serbia bosniaca, ne sono successe di tutti i colori. Dal proseguimento della rivolta studentesca agli scontri dentro il parlamento serbo, fino alla condanna del leader serbo-bosniaco, Milorad Dodik.

Le proteste dei giovani, per lo più universitari, hanno preso il via nel novembre scorso, all’indomani del crollo nella stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città del Paese, a circa sessanta chilometri dalla capitale, che ha causato la morte di quindici persone. Un incidente attribuito alla scarsa manutenzione, frutto dell’onnipresente corruzione del sistema di potere del presidente nazionalista, Aleksandar Vučić, del Partito progressista serbo (Sns), che governa dal 2012, e che, pur mantenendo un’attenzione nei confronti dell’Unione, ha legami molto stretti con Vladimir Putin.

La città luogo della tragedia è così diventata il punto di riferimento della mobilitazione giovanile culminata, martedì scorso, nell’invito alla popolazione ad attuare uno sciopero generale con le modalità più diverse: dal prendersi un giorno libero dal lavoro o di malattia, all’evitare di usufruire di servizi di ristorazione, o di andare al cinema e a teatro, oppure di prendere mezzi di trasporto. Un’idea originale, nata in occasione dello sciopero generale del 24 gennaio scorso, il cui esito è stato decisamente positivo, il che ha spinto i promotori a organizzare nei prossimi mesi altre proteste.“Ringraziamo coloro che hanno risposto al nostro appello per lo sciopero generale e l’interruzione delle attività – riferiscono i rappresentanti del movimento alla testata online “Serbian Monitor”– e speriamo che altri si uniranno a noi in questa lotta per soddisfare le richieste studentesche, che sono anche le richieste dei cittadini”.

La protesta, oltre a essere indirizzata contro le massime cariche del Paese, vuole evidenziare il cattivo funzionamento delle istituzioni, le pressioni sui lavoratori del settore pubblico, che provocano un malcontento generalizzato. Anche l’Ordine degli avvocati ha proclamato uno sciopero. Srđan Gligorić, rappresentante dell’Ordine, ha dichiarato a “Serbian Monitor” che continueranno a sostenere le richieste degli studenti fino a quando non saranno soddisfatte. “Lavoreremo al minimo, come durante lo sciopero che è durato un mese – ha dichiarato Gligorić – e l’Ordine degli avvocati della Vojvodina ha già proposto al presidente dell’Ordine di Serbia di convocare una nuova sessione per decidere ulteriori quindici giorni di interruzione del lavoro, poiché le richieste degli studenti non sono state accolte”.Ha inoltreaggiunto che “saranno avviati procedimenti disciplinari contro gli avvocati che non hanno rispettato l’interruzione del lavoro”.

Non sono mancati scioperi nelle scuole di grado inferiore, anche da parte di quegli istituti che hanno aderito solo parzialmente al blocco delle attività. Negli ultimi trent’anni, ovvero dalla fine della guerra che aveva insanguinato l’ex Jugoslavia, non si erano mai verificate proteste di queste proporzioni dietro le quali, secondo il presidente, ci sarebbe la mano americana; ma dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid) sarebbero arrivati sostegni perlopiù a programmi e progetti sostenuti dallo stesso governo serbo.

Intanto, nel parlamento serbo l’opposizione si rendeva protagonista di una protesta fatta di cori, fischi e lancio di petardi, con il ferimento di tre parlamentari, contro la decisione di collocare alla fine della discussione parlamentare la validità delle dimissioni del primo ministro, Miloš Vučević, in realtà già uscito di scena lo scorso 28 gennaio. Dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, la stessa opposizione politica e sociale deve registrare un calo di interesse da parte occidentale. “Trump ha sostenuto la sospensione dei lavori di Usaid – dice Giorgio Fruscione, politologo residente a Belgrado, insegnante di italiano, oltre che ricercatore presso l’Ispi –, dando così l’impressione che l’attuale situazione a livello mondiale giochi a favore del presidente Aleksandar Vučić. Sono infatti poche le voci di sostegno che da fuori appoggiano gli studenti. L’Unione europea, sempre più isolata a causa dell’allineamento Washington-Mosca, è stata sin qui silente.  Un paradosso, se si pensa che gli studenti serbi non fanno che rivendicare princìpi da sempre cari all’Unione: giustizia, lotta alla corruzione e rispetto dello Stato di diritto”.

Come abbiamo accennato, le cose non vanno meglio nella vicina Bosnia-Erzegovina, per ciò che riguarda la parte serba del piccolo Paese. Lo scorso 28 febbraio, il tribunale bosniaco ha condannato, in primo grado, Milorad Dodik, presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, a una pena detentiva e all’esclusione dalle cariche pubbliche per non aver rispettato le decisioni dell’Alto rappresentante (autorità istituita a livello internazionale dopo gli accordi di Dayton del 1995), Christian Schmidt, avversato da Mosca e spesso accusato di eccessivo interventismo nella promulgazione delle leggi bosniache, come per esempio quella elettorale del 2022. Assolto, invece, il secondo imputato, Miloš Lukić, direttore della “Gazzetta ufficiale” della Repubblica perché, all’epoca della promulgazione delle controverse leggi, non ne era ancora direttore. Dodik insomma avrebbe ignorato quanto deciso da Schmidt, ovvero impedire l’entrata in vigore di due atti legislativi approvati dall’Assemblea popolare: la legge sulla non applicabilità delle decisioni della Corte costituzionale e quella sulle modifiche alla legge sulla pubblicazione delle leggi e degli altri atti normativi della Repubblica.

Da anni (vedi qui), Dodik – contrario alle istituzioni della federazione – vuole rendere la Repubblica serbo-bosniaca sempre più autonoma, organizzando anche un esercito, e ha manifestato, dopo la sentenza, l’intenzione di promulgare nuove leggi. Siamo solo al primo grado di giudizio e, per il momento, per Dodik (che non ha mai nascosto la sua amicizia e vicinanza politica con Putin) non cambia nulla. Ma qualora si arrivi a una condanna definitiva, che prevederebbe l’estromissione del leader serbo-bosniaco da ogni incarico, la situazione potrebbe farsi seria. C’è solo da sperare che, quando sarà il momento, tra la Russia e l’Occidente i rapporti siano meno conflittuali.

1.512
Archiviato inArticoli
TagsBosnia-Erzegovina proteste studentesche Serbia Vittorio Bonanni

Articolo precedente

“Il Nibbio” nelle sale cinematografiche

Articolo successivo

Fiumicino, la notte in cui il mare fu murato

Vittorio Bonanni

Articoli correlati

Un buon senso molto Acerbo

Belgrado né con Bruxelles né con Mosca

Spagna, non c’è vita a sinistra del Psoe

Renzi si perde tra i cespugli

Dello stesso autore

Un buon senso molto Acerbo

Belgrado né con Bruxelles né con Mosca

Spagna, non c’è vita a sinistra del Psoe

Renzi si perde tra i cespugli

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Ex Ilva, vince la Costituzione
Guido Ruotolo    29 Ottobre 2026
Una rivolta e il suo capro espiatorio
Rino Genovese    28 Ottobre 2026
Per combattere davvero l’antisemitismo va rigettato un disegno di legge controproducente
Giorgio Graffi    26 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Rebus post-elettorale in Israele
Eliana Riva    30 Ottobre 2026
L’insostenibile pesantezza dell’intelligenza artificiale*
Massimo Florio    29 Ottobre 2026
Brasile, Lula fa il miracolo
Claudio Madricardo    29 Ottobre 2026
Ex Ilva, la procura di Taranto di nuovo in campo
Guido Ruotolo    28 Ottobre 2026
Belgrado né con Bruxelles né con Mosca
Vittorio Bonanni    27 Ottobre 2026
Ultime opinioni
I giovani in piazza e il passato che non passa
Paolo Barbieri    2 Novembre 2026
Fermo preventivo per una generazione
Stefania Tirini    2 Novembre 2026
Un buon senso molto Acerbo
Vittorio Bonanni    30 Ottobre 2026
Che bello consumare e non pagare!
Massimo Ilardi    26 Ottobre 2026
Come preservare la figura dell’umano nel nostro tempo?
Mario Pezzella    26 Ottobre 2026
Ultime analisi
Una manovra con le stellette
Paolo Andruccioli    3 Novembre 2026
L’algoritmo del controllo
Marianna Gatta    29 Ottobre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giorgio Graffi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA