Uno dei film “storici” di James Bond si chiamava Dalla Russia con amore. Da Mosca è arrivato ora il gruppo Wagner, un esercito che, con un “amore” particolare nei confronti della penetrazione russa in Africa e altrove (vedi la Siria), opera in aree controllate storicamente dalla Francia e, più in generale, dall’Occidente. Ma chi sono in realtà questi “mercenari” – le virgolette sono d’obbligo – strettamente legati al ministero della Difesa russo?

Questi uomini, che favoriscono con il loro operato i desideri imperiali del Cremlino, sono parte di un battaglione il cui “nome di battaglia” evoca il grande musicista tedesco caro ai nazisti. A fondare il gruppo, nel 2013 (che in un primo momento si chiamava “Corpi slavi”), è stato l’ex colonnello dei servizi segreti militari russi Dmitry Utkin. Prima operazione, il tentativo di sostenere il regime siriano di Bashar al-Assad, un tentativo che non aveva sortito però grandi risultati. Tanto da spingere Utkin – il quale, pur essendo russo, non ha mai nascosto le sue simpatie per il nazismo – a rifondare l’organizzazione ribattezzandola, appunto, Wagner.

A dare un maggiore impulso economico e politico alla creatura dell’ex militare russo è un uomo legato a doppio filo con il presidente Putin. Si tratta di Evgenij Prigožin, un ricco oligarca che ha le mani in pasta nei settori economici più importanti dell’economia russa, quali quello dell’alimentazione, dell’estrazione mineraria e della gestione dei dati informatici. In un primo momento, questo gruppo di pseudomercenari fu utilizzato in Ucraina, a sostegno dei separatisti di Lugansk, poi appunto in Siria, e infine nel villaggio di al-Isba nel Kurdistan, quando, nel febbraio 2018, nel corso di un combattimento contro i curdi del Fronte democratico siriano, furono uccisi da un raid americano circa cento uomini. È pressoché certa la loro partecipazione anche all’invasione russa dell’Ucraina in corso in queste ore.

Le condizioni di lavoro, chiamiamole così, di questi miliziani sono state denunciate da Marat Gabidullin, ex comandante di un’unità di ricognizione del gruppo, che ha pubblicato – non senza qualche difficoltà, in Russia – Due volte nello stesso fiume, che ha fatto molto rumore, perché descrive i problemi che i Wagner sono costretti ad affrontare nel corso dei combattimenti, che si traducono spesso in pesanti perdite, causate dall’inesperienza del personale, dalle armi scadenti in dotazione, dalla demotivazione, dal difficile rapporto con le Forze armate e, per finire, dall’affarismo estremo che sta dietro alla creazione dei Wagner, che ha l’obiettivo di portare alla realizzazione di profitti a tutti i costi a favore di Prigožin.

La smania di denaro di quest’ultimo – e, ancor più, gli interessi imperialistici sempre crescenti di Mosca – spingono, come dicevamo, la Russia a fare la sua parte in Africa, sostituendosi alla Francia, incapace ed evidentemente stanca di fronteggiare l’ormai onnipresente pericolo del fondamentalismo islamico. Lo scambio è presto detto: aiuto militare in cambio di risorse minerarie. Già nel luglio 2018, alcuni combattenti di Wagner sono inviati nella Repubblica centrafricana, dove vengono uccisi tre giornalisti russi che indagavano proprio sulle operazioni di Prigožin. Il magnate russo, per conto di Mosca, farebbe affari con almeno dieci Paesi, tra i quali la Repubblica democratica del Congo, il Madagascar, l’Angola, la Guinea, la Guinea-Bissau, il Mozambico e lo Zimbabwe.

Dopo aver sostenuto il presidente sudanese Omar al-Bashir, poi deposto nel 2019, uomini del gruppo Wagner sono stati incorporati nelle milizie di Khalifa Haftar in Libia. Ma l’emblema del cambio della guardia, tra Parigi e Mosca, nell’Africa francofona, è il Mali. Nel 2013, l’ex colonia francese – il cui presidente era allora Dioncounda Traoré, poi sostituito da Ibrahim Boubacar Keita – chiese aiuto alla Francia per contrastare, da un lato, i tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad e, dell’altro, gli integralisti salafiti rappresentati dagli Ansar Dine. Parigi inviò così 4.300 soldati nella regione del Sahel, di cui 2.400 nel solo Mali. Ma pochi giorni fa, esattamente il 17 febbraio, il presidente Macron ha annunciato il ritiro delle truppe (insieme con quelle di altri Paesi europei, tra i quali l’Italia), impegnati nella missione antiterrorismo Takuba, e in precedenza nell’operazione Barkhane, che nell’insieme sono costate alla Francia 53 soldati uccisi e circa otto miliardi di euro.

Le ragioni sono diverse. C’è, da parte della Francia, una crescente quanto dispendiosa difficoltà a combattere i gruppi fondamentalisti che infestano buona parte del continente africano. “Le condizioni politiche, operative e legali non sono più soddisfatte”, recita una dichiarazione congiunta diffusa dall’Eliseo al termine di un vertice dei Paesi del G5 Sahel (cioè Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso), che prendono parte all’operazione. Un ritiro che ricorda quello americano in Afghanistan. Su questo punto, si è soffermato l’ex ministro della Difesa Hervé Morin: “È un anno e mezzo che dico che non ci resta nessun’altra opzione se non il ritiro. Siamo in uno scenario che si avvicina ogni giorno di più a quello che abbiamo visto in Afghanistan. Siamo arrivati per combattere il terrorismo e ricostruire uno Stato su un accordo politico, e sembriamo sempre più una forza di occupazione”. 

Si è trattato dell’operazione militare più lunga della Francia dai tempi della guerra d’Algeria. E si deve aggiungere che è diventato sempre più negativo il rapporto con gli attuali padroni del Paese – Choguel Maïga, che guida il governo, e il colonnello Assimi Goïta, presidente provvisorio –, ovvero con quei militari che, nel maggio 2021, si sono impadroniti del potere e che, il 31 gennaio scorso, hanno invitato le truppe di Parigi a lasciare il Paese, chiamando la popolazione a manifestare contro gli ex colonizzatori. A peggiorare i rapporti anche la decisione di Bamako di rinviare le elezioni, previste in questo mese di febbraio, al gennaio 2026. Infine, a far traboccare il vaso – e qui si ritorna alla Russia – è la presenza dei Wagner in territorio maliano, ritenuta dall’Eliseo incompatibile con le truppe francesi e occidentali.

L’arrivo dei contractors russi ha cambiato completamente il panorama militare maliano, e non solo. Secondo fonti francesi, sarebbero tra i seicento e gli ottocento gli uomini di Prigožin presenti nel Mali, e in città come Timbuctù, Gao e Mopti, in un territorio che era il cuore della Françafrique, sventolano le loro bandiere. A riguardo, Mosca (come del resto Pechino, Ankara e gli Emirati) gioca una carta molto più facile della Francia. Non ha infatti mai ricoperto il ruolo di potenza coloniale nella regione, e non ha alcun interesse a interferire negli affari interni dei vari Paesi. Per Mosca può governare chiunque, civili o militari che siano. Come per gli altri “nuovi attori”, nel continente l’unico parametro è quello economico. Punto e basta. 

Se il passato coloniale francese è un macigno non rimosso nel continente, Mosca può vantare una storia specchiata in questo senso, e non ha obiezioni da sollevare verso chi – come il capo della giunta golpista in Mali, il colonnello Assimi Goïta – non sta rispettando l’impegno elettorale. La Russia, con i suoi Wagner, è presente da tempo in almeno metà dei Paesi del continente: dal Sudan, che fu porta d’ingresso di Mosca in terra d’Africa, all’Egitto, fino al Sudafrica. Con tanto di sostegno per rafforzare l’industria bellica locale. È evidente che le modalità che abbiamo descritto rendono più facile la penetrazione russa (o cinese) in continenti tradizionalmente controllati dagli Stati Uniti o, appunto, dall’Europa. Nessuna “esportazione della democrazia” ma solo scambio economico-commerciale. Putin lo ha detto chiaramente: “Offriamo aiuti e contratti commerciali, senza condizioni politiche o di altro genere, contrariamente a quanto fanno i Paesi occidentali che usano pressioni, intimidazioni e ricatti”.

Con il precipitare degli avvenimenti in Ucraina, vittima dell’aggressione russa, è difficile capire come e se il teatro africano possa cambiare. Ma è evidente che un eventuale ripiegamento degli Stati Uniti e dell’Europa renderebbe ancora più marginale il loro ruolo.