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Intanto in Europa…

27 Gennaio 2025 Rino Genovese  1376

Abbiamo la Spagna di Sánchez, d’accordo; ma più importante sarà la capacità di resistenza della Germania e della Francia all’“internazionale nera” (vedi qui) che, dopo l’insediamento di Trump – un personaggio che, nonostante l’attacco del 6 gennaio 2021, la giustizia statunitense non è riuscita a bloccare, gettando un’ombra sulla idoneità di quella democrazia a espellere da sé gli elementi antisistema –, si è fatta una minaccia vieppiù concreta. Anche perché, insieme con altri motivi di seduzione, l’estrema destra globale ha dalla sua l’apparente pacifismo di cui si ammanta. Contraddetto certo dalle inquietanti esternazioni di Trump nei confronti di alcuni Paesi vicini, eppure in Europa fortemente sentito, dato che una maggioranza dei suoi cittadini non vede l’ora che tra l’Ucraina e la Russia sia sottoscritta una pace purchessia.

Intanto l’Unione europea continua come se niente fosse. Si prosegue come se si potesse ancora contare sulla storica alleanza con gli Stati Uniti, come se invece non fosse urgente un cambio di passo, a cominciare dall’annosa questione di una difesa integrata europea, di cui certo da pacifisti non siamo dei fans, ma che sarebbe se non altro un modo per affermare la propria autonomia e il proprio destino comune. Se un giorno l’Unione dovrà difendere dalle mire di Trump la Groenlandia, che è parte del suo territorio, avere un embrione di esercito europeo e dei piani di intervento, così da esercitare un minimo di deterrenza, sarebbe fondamentale. Non siamo in una situazione in cui le cosiddette autocrazie antioccidentali (come taluni vorrebbero credere) minacciano l’Europa: piuttosto in un’altra, in cui proprio la massima potenza occidentale sta scivolando verso una forma di dittatura non troppo dissimile da quella russa. Si può dire che, con la collusione di un’estrema destra interna all’Europa, la vita nella nostra parte di mondo sia oggi messa a rischio da due criminali del tutto speculari, Trump e Putin.

Se le cose stanno così, dobbiamo guardare alle elezioni tedesche del 23 febbraio come a un passaggio fondamentale. Alternative für Deutschland deve essere fermata con una grosse Koalition, tipica del resto della politica tedesca, tra socialdemocratici e cristiano-democratici, in testa nei sondaggi. Non dovrà avvenire in Germania quello che sta accadendo in Austria (vedi qui), dove i partiti democratici non sono riusciti a trovare un terreno unitario e i conservatori del Partito popolare si stanno alleando (a meno di novità dell’ultim’ora) con l’estrema destra. Questi giochetti non sono più possibili. In Italia – ricordiamolo – l’avvento del fascismo fu favorito dalla monarchia, certo, ma anche dalla incapacità delle forze non fasciste di raggiungere un’intesa. Allora, a sinistra, giocava un forte ruolo il mito della rivoluzione russa; oggi che cosa dovrebbe ostacolare una politica di unità democratica? A quanto pare, in Austria, solo la contrarietà delle forze moderate all’aumento delle tasse richiesto dai socialdemocratici: da una parte e dall’altra – verrebbe da dire –, è un segno di grave irresponsabilità non essere pervenuti a un accordo.

Sappiamo come stanno andando le cose in Francia (vedi qui). Un presidente della Repubblica ormai alla frutta si è affidato a un suo compare centrista, Bayrou, per un governo che, nelle condizioni attuali dell’Assemblea, non avrebbe alcuna chance di sopravvivere se una mozione “di censura” fosse votata da tutte le opposizioni. Così i socialisti – nella situazione di allarme democratico che vive la Francia, con Marine Le Pen alle porte –, hanno deciso di dare del tempo a Bayrou e di assumersi la responsabilità di trattare con il governo una legge di Bilancio (la Francia ha un deficit non da poco da cui deve un po’ alla volta rientrare) che non vada a scapito delle politiche sociali e dei ceti meno abbienti. Ciò significa che il Partito socialista sta rompendo l’unità a sinistra faticosamente costruita, la stessa che ha impedito nelle ultime elezioni il passaggio in forza dell’estrema destra? No: anche se la destra interna vorrebbe forse farla finita con Mélenchon, la direzione socialista ha chiaro che – se il partito è riuscito a riprendersi dalla crisi verticale in cui era precipitato dopo la presidenza di Hollande – ciò è dipeso proprio dal rapporto ricostruito a sinistra, quindi anche da quello con il tribuno della France insoumise. Questi però sta perseguendo una tattica avventurista: spingere Macron alle dimissioni, sicuro di potere arrivare a un ballottaggio con Marine Le Pen in eventuali elezioni anticipate. Ma con quante probabilità di spuntarla contro la leader dell’estrema destra? Mostrarsi disponibili a trattare una non-sfiducia nei confronti del governo, preparando al tempo stesso una candidatura forte e possibilmente unitaria alle presidenziali, appare dunque la tattica più giusta sostenuta al momento dai socialisti.

Post scriptum (28/1/25) – In Germania il candidato alla cancelleria della Cdu-Csu, Friedrich Merz, ha aperto alla possibilità di votare insieme con l’estrema destra un testo che, in contraddizione con la legislazione europea, inasprirebbe di molto la legislazione sull’asilo. Se ciò dovesse avvenire, sarebbe un passo senza precedenti. Manifestazioni contro questa ipotesi si sono tenute, nello scorso weekend, a Colonia e a Berlino. Se in Germania i conservatori, come sta accadendo in Austria, finissero col rompere il cordone sanitario contro l’estrema destra, il destino dell’intera Europa sarebbe segnato.

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TagsAustria Francia Germania Rino Genovese socialisti francesi Unione europea

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