Home Tags Francia

Tag: Francia

L’operazione “ombre rosse” trascolora nel grigio

Affiora un passato irrisolto, si risentono parole d’ordine e dichiarazioni di stile. E tornano antiche contraddizioni. “Ombre rosse”, spettacolo già nel nome, azione esemplare....

Chi ha vinto la “guerra dei vent’anni” 2001-2021?/1

Anzitutto, per quanto sia antipatico cominciare con un “l’avevamo detto”, è proprio il caso di sottolineare che non ci eravamo sbagliati: era fallimentare la...

Ancora su estradizione e “anni di piombo”

Nell’appello a favore degli italiani per cui è stata richiesta l’estradizione dalla Francia, apparso sul quotidiano “Libération” del 29 aprile, si legge: “Nell’Orestea di Eschilo, un omicida vaga nell’esilio braccato dalle divinità della vendetta (le erinni) che reclamano riparazione in nome della vittima. Ma Oreste dice questa cosa curiosa: ‘Non sono più un supplicante con mani impure: la mia macchia si è cancellata a contatto con gli uomini che mi hanno accolto nelle loro case o che ho incontrato per strada’”.

È un più profondo senso del diritto e della giustizia a spingere verso il superamento dello spirito di vendetta, caratteristico delle erinni o della legge del taglione. Ma anche i meccanismi legali possono essere ingiusti, specie a distanza di tanti anni dai reati, se usati in modo persecutorio. Spiace che la ministra della Giustizia Marta Cartabia si sia infilata in un ginepraio legale che difficilmente vedrà la giustizia francese cedere ai capricci (perché di questo si tratta) della politica italiana e di un governo che ha al suo interno la Lega. A dirla tutta, come mai le richieste di estradizione che hanno portato alla “retata” francese non sono state inoltrate al tempo del governo gialloverde? La risposta è semplice: la Francia e il suo presidente centrista, che deve la sua elezione al rifiuto dell’estrema destra lepenista, mai avrebbero accolto una richiesta proveniente da un governo che vedeva Salvini al ministero dell’Interno e un altro ministro, Luigi Di Maio, che flirtava con i “gilet gialli”. Dunque doveva arrivare l’immacolatissima Cartabia a farsi carico del tentativo, ultimo in ordine di tempo, di chiudere i conti con i cosiddetti anni di piombo italiani.

Arresti in Francia, non si parli di giustizia

“La storia è un incubo da cui cerco di destarmi”. A venire alla mente è la famosa citazione da Joyce, quando si è raggiunti dalla notizia della retata che in Francia ha portato in gattabuia sette ex terroristi italiani delle Brigate rosse e di gruppi minori della cosiddetta lotta armata. Ce n’eravamo quasi dimenticati, ci sembrava di avere dovuto scontare già abbastanza – come sinistra, come progressisti in genere – la scelleratezza di alcuni. Se infatti nobili parole come “comunismo” e “socialismo” sono divenute oggi quasi impronunciabili in Italia, ciò dipende certamente dalla fine ingloriosa dell’azzardato colpo di mano di una minoranza – quello che si ebbe in Russia, nell’ottobre 1917, all’interno però di un processo rivoluzionario –, ma anche da quegli anni nefasti più vicini a noi, in cui un’altra minoranza – ancor più piccola della precedente e senza che vi fosse alcuna rivoluzione in corso –, abbacinata dalla possibilità di un colpo di Stato (bombe stragiste, abortita messinscena di un golpe con Junio Valerio Borghese, eccetera), cadde nella trappola del potere democristiano di allora: stabilizzare al centro la situazione politica scossa da una lunga stagione di movimenti operai e studenteschi, provocando a sinistra un estremismo uguale e contrario a quello neofascista.

Ma quanto più ci si addentra a ritroso nei meandri dell’incubo italiano, tanto più si scopre che la “trama nera” fu anche in larga misura “trama rossa”: il caso Moro insegna (c’è su questo da consultare ormai un’intera biblioteca, fornita da storici e giornalisti, tra cui la nostra Stefania Limiti). Rivisitare quella tragedia di quaranta o cinquant’anni fa – anche mediante nuovi processi – ha un senso quando si tratti di fare luce su aspetti che all’epoca si potevano soltanto oscuramente intuire; ne ha molto meno quando si tratti di dare esecuzione a sentenze contro coloro che oggi non appaiono più né terroristi né ex terroristi, ma poveri diavoli finiti in una trappola.

La Francia in alto mare nella lotta contro il Covid

Gabriel Attal vede nero: “La terza ondata è tutt’altro che superata”, così ha dichiarato il 14 aprile il portavoce del governo francese, constatando mestamente...

Per una politica internazionale dei diritti umani

L’Italia non si distingue certo per la sua politica dei diritti umani. È il decimo esportatore di armi nel mondo; fa accordi con le bande armate che in Libia catturano e torturano i migranti (e Draghi di recente, con involontario sarcasmo, è arrivato a elogiare i “salvataggi in mare” della guardia costiera libica); all’Onu vota contro una risoluzione che intendeva denunciare il concetto di “embargo”, un modo per fingere di sanzionare i potenti colpendo gravemente le popolazioni… Però, a essere sinceri, non un solo paese al mondo può dirsi del tutto esente da critiche sotto il profilo dei diritti umani; mentre una politica incentrata su questi non potrebbe che avere un carattere internazionale.

Se il mondo fosse diverso, di diritti umani non ci sarebbe neppure il bisogno di parlare: sarebbe semplicemente scontato che le controversie non si risolvono con le guerre, che la vita e la dignità delle persone vanno sempre rispettate, che i migranti sono nel loro pieno diritto quando si spostano da una zona del globo a un’altra, e così via. Tutto ciò rientra nel progetto illuministico di una “pace perpetua”. Un obiettivo perseguibile – come ben sapeva Kant – solo all’interno di una confederazione mondiale di Stati basata sul diritto internazionale: oggi, in sostanza, rendendo operante nella realtà ciò che l’Onu esprime unicamente in linea di principio. Negli anni passati, invece, si è assistito perfino a una strumentalizzazione, da parte dei paesi occidentali, del diritto internazionale: con la dubbia nozione di “ingerenza umanitaria”, si è data una verniciatura ideologica a vere e proprie guerre di aggressione.

Postfascisti, per meglio dire neopoujadisti

Pierre Poujade, chi era costui? Un cartolaio di un piccolo borgo nella Francia centrale, che negli anni Cinquanta del secolo scorso diede vita a un sindacato dei commercianti dal forte accento antifiscale. Si presentò alle elezioni, ottenendo un certo successo, con un movimento denominato Unione e fraternità francese. Tra le sue file, fu eletto per la prima volta il padre di Marine Le Pen, quel Jean-Marie che successivamente fondò il Fronte nazionale con la benedizione di Giorgio Almirante, riprendendo dal Movimento sociale italiano il simbolo della fiamma tricolore, finito poi nell’emblema di Fratelli d’Italia.

“Tutto si tiene”, come dicono i francesi. La storia talvolta va a ritroso: essere “postfascisti” può significare essere “prelepenisti” o “neopoujadisti”. La proposta venuta da Meloni e dai suoi (ma respinta in Senato) di destinare i soldi del cashback, cioè il parziale rimborso delle spese effettuate con carta di credito, anziché agli utenti, ai ristori per le aziende in difficoltà, va collocata infatti all’interno di una prospettiva prettamente poujadista. La misura voluta dal governo Conte 2, disincentivando l’uso del denaro contante, è stata una mossa concreta contro l’evasione fiscale, nella quale si distinguevano, ben prima della crisi sanitaria, molti negozianti. Proporre di assegnare i soldi, invece che agli acquirenti, al sostegno per i venditori, è la stessa cosa che dire a questi ultimi: “Tranquilli, evadete pure, anzi vi giriamo anche quel piccolo premio che si pensava di dare a chi utilizza la moneta elettronica per i pagamenti”.

Gendarmeria europea. A chi risponde?/1

Nella bella cittadina di Vicenza, tra ville palladiane e basi militari, sorge la caserma Chinotto sede della Forza di Gendarmeria Europea (Eurogendfor - EGF)....

Quel nuovo welfare che passa anche dai Tampax. L’esempio francese

Il modo di contenere il flusso mestruale ha cambiato, nei secoli, la vita delle donne. Dall’antichità, in cui si usavano lana, tessuti, pelli di animali, papiro ammorbidito, per citare solo alcuni metodi, fino ad arrivare alla “rivoluzione” introdotta dall’uso degli assorbenti: esterni, con l’adesivo, e soprattutto interni, come i Tampax. Si può dire che l’emancipazione della donna sia stata accompagnata dalla possibilità, data dall’utilizzo di questo nuovo dispositivo per l’igiene intima, di governare quei giorni in cui, prima, era costretta a casa. Dopo l’introduzione degli assorbenti, le donne hanno potuto finalmente uscire di casa, essere autonome, controllare la propria vita, lavorare e svolgere tutte le mansioni che svolgevano nei giorni di assenza del ciclo. La libertà di movimento è anche una forma di libertà di pensiero.

Ma oggi, nel 2021, ci si scontra ancora con quell’escalation negli anni della tassazione degli assorbenti, un bene di largo consumo necessario, basilare nella vita di qualsiasi donna in età fertile, che sono tassati con aliquota al 22 per cento, come i beni di lusso. Al contrario, il rasoio da barba è tassato al 4 per cento. Come si può associare un assorbente ad un prodotto di élite? Una condizione che si aggiunge come altro importante elemento di difficoltà economica nel periodo delicato in cui stiamo vivendo.

Perché parliamo ancora della Comune di Parigi centocinquant’anni dopo

Molti, grazie alla lapide, conoscono il Muro dei Federati, a ridosso del quale il 28 maggio 1871 furono fucilati i 147 comunardi sopravvissuti all’ultima...