E dunque Christiane Taubira vince la primaria popolare con il metodo del “giudizio maggioritario” al quale hanno partecipato 393.000 elettori, l’84% degli iscritti, con la menzione “bene più”. Seguono il verde Yannick Jadot (“abbastanza bene più”) e Jean-Luc Mélenchon (“abbastanza bene meno”). La socialista Anne Hidalgo finisce addirittura quinta (“passabile”) perfino dietro allo sconosciuto Pierre Larrouturou. Sembra una pagella scolastica. Va ricordato (leggi qui e qui) che i tre principali leader della sinistra avevano rifiutato di partecipare, e i loro nomi erano stati inseriti nelle schede loro malgrado. Hidalgo aveva prima aderito con entusiasmo, per poi cambiare idea; mentre il comunista Fabien Roussel, che rappresenta una sensibilità storicamente presente nella gauche, era stato escluso senza una vera spiegazione. La scommessa numerica sulla partecipazione è stata sicuramente vinta. Un po’ meno quella politica volta a favorire la riunificazione delle diverse forze della sinistra.

Le adesioni alla primaria popolare indicano che la politica oggi si svolge anche fuori dai partiti, come peraltro aveva dimostrato il movimento Le Printemps marseillais (“La Primavera marsigliese”), che era riuscito a eleggere il sindaco della seconda città francese. Un altro indizio della crisi dei partiti era emerso con le elezioni amministrative e il fiorire di liste civiche. Quasi nessuna attenzione era stata inoltre prestata dai partiti, salvo rare eccezioni, ai cahiers de doléances elaborati in seguito alle mobilitazioni dei gilets jaunes.

L’unica vera candidata era dunque Taubira, il cui profilo politico è quello di una politica di lungo corso, nota e stimata per la sua difesa dei diritti civili (per avere come ministro della Giustizia fatto approvare la legge sul matrimonio omosessuale), ma nello stesso tempo abbastanza liberale sul terreno sociale. Un’oratrice eloquente, e tuttavia, com’è stato sottolineato dal portavoce del candidato comunista: “Le poesie vanno bene, sono anche indispensabili, ma non sono sufficienti a riempire il frigorifero”. Battuta un po’ greve, ma che rende l’idea. Dunque, una sorta di Emma Bonino francese, se è consentito il paragone.

Per partecipare al voto online, occorreva indicare le proprie generalità, avere un computer o uno smartphone e indicare il numero della propria carta di credito bancaria: modalità che non stimolavano certo la partecipazione dei ceti popolari. In pratica, una sorta di concilio della sinistra “morale” dei centri urbani. Si trattava, in buona sostanza, di appoggiare una persona senza un vero programma e sulla base di un evanescente zoccolo comune di proposte elaborato dai promotori della primaria.

Nel frattempo l’ultimo sondaggio di Cluster17, che si è svolto tra il 25 e il 29 gennaio (e dunque prima che fossero noti i risultati), mostra una situazione ancora ferma, con Macron in testa (22,5%) seguito da quattro candidati che si contendono l’accesso al secondo turno: Le Pen (14,5%), Zemmour (14,5%), Pécresse (14%) e Mélenchon (13%). I prossimi sondaggi ci diranno se la vittoria, peraltro data per scontata, di Taubira ha cambiato gli orientamenti degli elettori. Al momento, Taubira è al 6% davanti a Jadot (5%) e a Hidalgo (2%).

Un rendez-vous mancato

Questa “investitura” non è riuscita a unificare le diverse forze della sinistra. Nel migliore dei casi, siamo a un’ennesima tappa del percorso per la definizione delle candidature, più realisticamente in un vicolo cieco. Nei fatti, una candidatura in più a sinistra (almeno otto attualmente!). Il comunista Roussel ha messo in luce come Taubira non abbia al momento un vero e proprio programma – un dato che a circa ottanta giorni dalle presidenziali rappresenta un problema notevole –, e ha sottolineato come gli organizzatori della primaria abbiano scelto di “far votare sulle personalità, su dei nomi e non su un programma”. Peraltro non si è svolto alcun dibattito tra i candidati.

La metodologia del “giudizio maggioritario” – inventata nel 2002 da due matematici francesi, Michel Balinski e Rida Laraki – si basa sul calcolo di una mediana. Questa modalità di consultazione, concentrata più sul metodo che sulle idee, non ha certo contribuito a elevare il livello del confronto politico. Ma questo dispositivo ha anche ingarbugliato la lettura dei risultati, complicando per i più la comprensione dei dati ottenuti: e in definitiva ha coinvolto un serraglio di intellettuali già convinto dell’importanza di questo genere di innovazioni. Infatti, i ceti popolari si identificano maggiormente con il lavoro di propaganda sul terreno, e il confronto diretto con il campo avverso, che non con tecniche partecipative sofisticate.

Paradossalmente, ma non troppo, la vittoria di Taubira crea problemi soprattutto al Partito socialista, che formalmente continua a schierarsi dietro la sindaca di Parigi Hidalgo, ma teme che una pesante sconfitta alle presidenziali sia il preludio di una sonora débâcle alle legislative di giugno. I socialisti, per garantirsi i seggi, devono siglare un accordo, ma con chi? I deputati del Ps sono minacciati dalle pretese un po’ velleitarie dei verdi che, non essendo radicati da nessuna parte, vogliono mettere loro candidati dappertutto. Nei 163 collegi in cui la gauche può vincere occorrerebbe fare un accordo non solo con i verdi, ma anche con gli elettori della primaria popolare, il Partito radicale di sinistra e il Partito comunista, per non parlare degli insoumis. Non proprio una passeggiata.

Se la prima cittadina parigina si intestardisce trascinerà il suo partito nel baratro. Diversi pezzi grossi socialisti hanno già manifestato il loro appoggio alla vincitrice delle primarie, a partire dal sindaco di Marsiglia, Benoît Payan. La numero due del partito, Corinne Narassiguin, aveva descritto le primarie popolari come “una volontà civica di riconciliare la sinistra con se stessa e di rifiutare il suo sfarinamento”. Dissidenti redarguiti dal segretario Olivier Faure, ma fino a quando? Certo all’indomani delle primarie il segretario aveva dichiarato che “il Partito socialista e Hidalgo sono la stessa cosa”, ma segretamente molti nel partito sperano che la stessa sindaca si decida a rinunciare alla candidatura. L’ex presidente Hollande ha dichiarato che si pronuncerà a metà febbraio, quasi una minaccia. Non proprio amichevole il commento di Mélenchon: “La povera Anne Hidalgo è caduta da cavallo e, quando si cade da cavallo, è impossibile risalire in sella”.

Tutto dipenderà dai sondaggi del mese di febbraio. Qualora l’ex-ministra della Giustizia dovesse superare di molto le preferenze per i candidati ecologista e socialista, sarà difficile per il Partito socialista continuare a sostenere Hidalgo. Certo Taubira deve ancora presentare un vero programma, e il rischio per lei è di rimanere inchiodata a una percentuale intorno al 6%. La candidatura dell’ex-ministra pone inoltre molti più problemi a Jadot che agli insoumis. Il suo elettorato potenziale, quello della nuova generazione che si è mobilitato per il clima, potrebbe essere attratto dalla proposta di Taubira.

Nel frattempo, la candidata alla primaria Anna Agueb-Porterie ha deciso di appoggiare Mélenchon per il suo programma, sostenendo che l’unico risultato della consultazione è stato quello di ottenere una candidata in più. Tesi peraltro sostenuta da tutti i leader della sinistra. Certo, la France Insoumise ha attratto elettori dei ceti popolari, in particolare quelli originari dell’immigrazione e collocati nelle tradizionali roccaforti della gauche laica e repubblicana del Sud-ovest della Francia, ma non è riuscita a radicarsi adeguatamente nei territori. La scommessa è allora quella di emanciparsi dalla dipendenza dal suo leader Mélenchon.