Fra circa novanta giorni, il 10 aprile, si svolgerà il primo turno delle elezioni presidenziali francesi, il secondo due settimane dopo, mentre a giugno si svolgeranno le elezioni legislative. Appena finite le ferie natalizie, è iniziato il rush finale. Emmanuel Macron, ufficialmente non ancora ricandidato, è partito per primo: anzitutto con l’esposizione della bandiera dell’Unione europea sotto l’Arco di trionfo al posto del tricolore; e a seguire con il proposito dichiarato di volere rompere le scatole ai non vaccinati (per la precisione, l’espressione utilizzata è stata molto più volgare, j’ai envie de les emmerder). Due momenti che hanno innescato feroci polemiche, volute probabilmente dal presidente stesso per delimitare il campo e mettere in difficoltà quella che lui ritiene la sua più temibile avversaria – la neogollista Valérie Pécresse –, ma che dividono ulteriormente l’opinione pubblica e che, secondo l’avviso di molti osservatori, possono rivelarsi armi a doppio taglio.

Nel frattempo gli ultimi sondaggi indicano che quattro candidati sono sulla dirittura d’arrivo per andare al ballottaggio con il presidente uscente, di cui tre di destra e di estrema destra e uno della sinistra radicale. I due candidati di sinistra meglio piazzati, il verde Jadot e l’insoumis Mélenchon, rifiutano le primarie proposte dalla candidata socialista in difficoltà. Ambedue si rifiutano di venire in soccorso del Partito socialista che patisce gli effetti di una crisi ormai storica. Infine, molti militanti della sinistra diffusa si chiedono cosa si può fare di concreto in questa situazione.

Macron, un presidente che divide la Francia

Come riferito dal “Corriere della Sera”, un recente saggio (La France sous nos yeux di J. Fourquet e J.-L. Cassely) rileva come la fotografia delle zone buie di notte (le aree periferiche e periurbane) e di quelle illuminate (i grandi agglomerati urbani) si sovrappone al voto nel ballottaggio del 2017 tra Le Pen e Macron. Questa contrapposizione tra la Francia dell’ombra e la Francia della luce è quella che vuole rimarcare il presidente uscente per la sua rielezione. Lui l’erede della Francia des lumières e della ragione, i suoi avversari irrazionali e antiscientifici. Lui l’europeista, gli altri i vetero-nazionalisti.

Va ricordato che, dal primo gennaio, Macron è diventato per sei mesi presidente di turno della Unione europea, a tredici anni dalla presidenza europea di Sarkozy. Per non interferire nella campagna elettorale avrebbe potuto posticipare la presidenza francese al semestre successivo, come gli ha proposto Bruxelles, ma ha preferito utilizzare il podio europeo per avere maggiore visibilità. La bandiera della Unione sotto l’Arco di trionfo ha voluto ricordare a tutta la Francia questo suo nuovo impegno, con il rischio che molti concittadini si convincano che passa più tempo a occuparsi dei problemi degli altri che di quelli loro. Impugnare l’europeismo come arma elettorale è per lui un azzardo, in quanto dai sondaggi di fine 2021 risulta che solo il 29% dei francesi auspica un’Europa più integrata (contro il 50% degli italiani). In realtà, Macron intende rivolgersi in primis all’élite colta urbana. Certo, i francesi non desiderano comunque uscire dall’Europa e nessun leader politico di conseguenza propone il “Frexit”. Ma il dibattito non si può certo riassumere nell’alternativa tra federalismo europeo e uscita dalla Unione. Molti sentono l’esigenza di un recupero di sovranità da parte degli Stati-nazione – a partire dallo stesso Michel Barnier, candidato sfortunato alla primaria dei neogollisti, per ben due volte commissario europeo e negoziatore della Brexit, che attualmente propone di trasformare l’Unione in una confederazione.

La sua seconda calcolata mossa è stata la boutade nel corso di un’intervista del 4 gennaio al quotidiano “Le Parisien”. La frase volgare contro i non vaccinati, voluta e rivendicata, è stata pronunciata per mettere in difficoltà la candidata della destra moderata, evidenziando le sue contraddizioni. Una battuta che contribuisce al degrado del dibattito pubblico ed evoca un nemico interno, i cinque milioni di francesi non vaccinati, sui quali scaricare tutte le inefficienze del servizio sanitario indebolito da anni di politiche liberiste. Non era proprio ciò che raccomandava l’Organizzazione mondiale della sanità: “convincere più che costringere”. Così facendo, Macron dà nuova linfa a quelli che pretende di combattere, come segnala la ripresa in massa delle manifestazioni dei “no vax” in tutta la Francia. L’affermazione più grave è stata però un’altra: quando ha detto che chi non si vaccina “è un irresponsabile, e un irresponsabile non è più un cittadino”. Una dichiarazione grave da parte di colui che dovrebbe essere il garante delle istituzioni e che non riconosce più (almeno virtualmente) a questi francesi i diritti civili e politici, quindi lo stesso diritto di voto.

Chi andrà al ballottaggio con Macron?

Un presidente, dunque, divisivo e violento che ha svoltato a destra, non solo nelle parole ma anche quando ha imposto, ricorrendo al meccanismo della fiducia e stroncando il confronto parlamentare, la controriforma dell’indennità di disoccupazione a discapito dei lavoratori, ha represso violentemente le contestazioni di piazza, esacerbato le diseguaglianze e tradito i suoi impegni nei confronti della Convenzione cittadina per il clima.

Un sondaggio dell’agenzia Cluster 17, dell’inizio di gennaio 2022, rileva che, dietro Macron al 23%, seguono quattro candidati molto vicini tra loro: Pécresse (15%), Zemmour (15%), Le Pen (14,5%) e Mélenchon (13%). Gli altri candidati di sinistra sono molto distanziati: il verde Jadot (4%), Hidalgo (2%), Roussel (1,5%) e Montebourg (1,5%). Lo stesso sondaggio, dividendo i francesi in sedici cluster, consente di disegnare un profilo più preciso dei loro elettorati. Macron, per esempio, mobilita i più anziani, i settori borghesi e beneficia del 49% dei voti dei “socialdemocratici”; Le Pen pesca i suoi voti tra gli operai e gli impiegati; Zemmour nelle classi medie e superiori, così come Pécresse; Mélenchon riceve i favori dei ceti popolari ma meno che nel 2017; gli altri candidati della sinistra attraggono solo le classi medie o superiori che abitano le metropoli. Il leader degli insoumis deve riuscire a convincere, nel contempo, i ceti medi orientati verso la sinistra moderata e quelle classi popolari che desiderano soluzioni più radicali e si sono rifugiate nell’astensionismo. Guardando ai sondaggi si deve rilevare come, sommando le preferenze per Hidalgo e quelle per Montebourg (i due candidati di area socialista), si raggiunge una percentuale inferiore alla stessa esigua quota di Hamon nel 2017 (il 6%). Tutto ciò dipende dalla storica cesura tra i socialisti e le classi popolari.

Il fallimento storico del Partito socialista francese

Una cesura che può essere fatta risalire al 1983 e alla delusione che seguì l’abbandono del programma comune concordato con i comunisti e alla conversione di Mitterrand al “rigore” e alle ragioni dell’europeismo ordoliberista. L’abilità di Mitterrand consistette nell’indurre i militanti del partito a passare dall’ideale socialista a quello europeista. I socialisti invocarono i limiti imposti dalla globalizzazione e dalle regole europee. Ma questa globalizzazione non è una forza della natura, né il risultato esclusivo delle innovazioni tecnologiche, della comparsa delle navi porta-container o di internet. Questa mondializzazione è in realtà una costruzione politica e istituzionale dovuta a dei “socialisti”, in particolare francesi, tramite e per l’Europa. Ed erano stati proprio loro – cioè Jacques Delors (presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995) e Pascal Lamy (commissario al Commercio dal 1999 al 2004, in seguito direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio dal 2005 al 2013) – a contribuire, con un ruolo di primo piano, alla definizione di queste regole. La cui messa in opera si sviluppò a partire dal febbraio 1986 con l’Atto unico europeo che stabilì il voto a maggioranza qualificata per numerose questioni, e condusse all’adozione di circa trecento direttive che istituirono il mercato europeo liberalizzato.

Nell’aprile del 2002, il candidato del Partito socialista, Lionel Jospin, fu eliminato al primo turno dell’elezione presidenziale. In seguito il segretario del partito Hollande si alleò con il presidente Sarkozy, nel 2008, per approvare il Trattato di Lisbona, malgrado che nel 2005 il 65% dell’elettorato di sinistra avesse votato “no” al referendum per l’adozione di una costituzione europea. Nel maggio 2011, il think tank “Terra Nova”, vicino al Partito socialista, pubblicò un documento che decretava il declino della coalizione storica incentrata sulla classe operaia, per colpa dei lavoratori stessi sempre più ridotti di numero e pervasi da spirito conservatore. Il documento auspicava una nuova alleanza per la Francia di domani con i diplomati, le minoranze, le donne, abbandonando le vecchie idee marxiste della lotta di classe. Ha prevalso una sinistra “foucaultiana”, che ha tralasciato i temi del lavoro e dei lavoratori, concentrata sui diritti civili e digiuna di marxismo economico. Il Partito socialista francese è rimasto vittima di ciò che un ex stretto collaboratore di Lionel Jospin e Francois Hollande, Aquilino Morelle, in un suo libro ha definito “l’oppio delle élite”. Era così spianata la via all’avvento del macronismo.

Comunque, nel 2012, gli elettori, dopo anni di gollismo, daranno la loro fiducia a Hollande, anche se fu come dare ai socialisti un’ultima chance. Dopo avere designato il capitale finanziario come suo principale avversario, il presidente, subito dopo la sua elezione, si adeguò invece ai voleri di quel mondo.

La sinistra storica francese ha così perso il popolo, e riesce ormai a parlare ai ceti popolari solo facendo loro la morale. Sono gli stessi ambienti che hanno colpevolizzato i settori sociali coinvolti nella rivolta dei gilets jaunes perché utilizzavano la più economica auto diesel per andare al lavoro o a fare la spesa, mentre loro stessi prendevano l’aereo per gli spostamenti del weekend, o riscaldavano con il kerosene la piscina della loro seconda casa. Ma il moralismo non è un progetto politico. D’altronde il discorso è valido anche per altri Paesi. La sinistra socialdemocratica in Europa ha accompagnato lo sviluppo dei “trenta gloriosi” (1946-1975) e poi ha favorito la regressione dei “quaranta pietosi” (1983-2021). In diversi componenti della sinistra manca la consapevolezza dell’impossibilità di perseguire politiche di pieno impiego nel quadro della libera circolazione di capitali e merci. Le delocalizzazioni delle industrie, anche in Italia, sono lì a dimostrarne le conseguenze pratiche per la classe lavoratrice.

Ricostruire l’unità a sinistra con la primaria popolare?

Alcuni militanti, esasperati dalle divisioni a sinistra, hanno raccolto circa trecentomila firme per una primaria popolare. A questa iniziativa aveva aderito, l’8 dicembre scorso, a sorpresa e abbastanza strumentalmente, la stessa Hidalgo, in difficoltà nei sondaggi, ricevendo pochissime adesioni, peraltro di area socialista (Montebourg e Taubira), ma il netto rifiuto del verde Jadot, di Mélenchon e del comunista Roussel. In una competizione per la presidenza della Repubblica segnata da una personalizzazione estrema, la spiegazione più banale è quella che attribuisce le difficoltà dell’unità ai narcisismi dei vari leader. Una spiegazione semplicistica che non tiene conto, peraltro, degli umori dei rispettivi elettorati: i sondaggi dimostrano che gli elettori di Mélenchon al secondo turno voterebbero Jadot ma non Hidalgo, e che i votanti per Jadot e Hidalgo, al turno decisivo, voterebbero più per Macron che per Mélenchon. Niente garantisce dunque al vincitore della primaria di potere beneficiare dei suffragi degli altri elettori di sinistra.

Il rifiuto di aderire alla primaria da parte dei leader di sinistra più significativi nasce da due considerazioni: i tempi troppo a ridosso dalla scadenza elettorale, e soprattutto le profonde divisioni programmatiche. Ormai solo la lotta all’estrema destra sembra unire la sinistra. L’astensionismo di massa dipende in larga misura dalla constatazione che i governi di destra e di sinistra hanno portato avanti le stesse politiche liberiste di smantellamento dei servizi pubblici e dell’ambiente. Non occorre dunque confondere la conseguenza (la frammentazione della gauche) con le sue cause.

Le linee di frattura sono in effetti molteplici, a iniziare dal diverso approccio alle questioni sociali, come si è visto, oltre che in occasione delle misure prese da Hollande sul mercato del lavoro, anche durante il movimento dei gilets jaunes. Sul nucleare, verdi e insoumis sono decisamente contrari, mentre il Partito socialista è ambiguo e i comunisti sono a favore. Sulla transizione ecologica Mélenchon ritiene che i verdi, nella versione Jadot, non abbiano nessun serio programma che ne preveda la pianificazione pubblica, e nessun piano per la decrescita delle attività economiche inquinanti da collegare a una garanzia occupazionale di ultima istanza da parte dello Stato. Sulla Unione europea basti ricordare che, al referendum sulla costituzione del 2005, in cui vinse il “no”, Mélenchon, i comunisti, la sinistra del Partito socialista e la stessa ex ministra di Hollande, Christiane Taubira, erano contrari al trattato, mentre Hidalgo e i verdi erano favorevoli. Una frattura che non si è mai rimarginata. I verdi e i socialisti sono atlantisti, mentre la France Insoumise vuole uscire dalla Nato. Ancora, gli insoumis vogliono ritornare a una repubblica parlamentare (la sesta repubblica), mentre altre forze non sono d’accordo. Diventa dunque difficile, al di là della buona volontà di alcuni, redigere anche solo un programma minimamente comune e credibile.

Di fronte a questi dinieghi, il 4 gennaio, la sindaca di Parigi ha abbandonato l’idea, addossando la colpa a Jadot, e quindi rilanciato la propria campagna elettorale in solitudine, annunciando che presenterà il programma il 13 gennaio. Nel frattempo, sabato 8 gennaio si è recata a Jarnac, presso la tomba di Mitterrand, per la celebrazione del ventiseiesimo anniversario della sua morte. Anche se c’è da dubitare che il riferimento alle vecchie glorie, peraltro controverse, del socialismo francese sia in grado di rianimare i sondaggi a suo favore.

Nondimeno una trentina di personalità, tra le quali l’economista Thomas Piketty e lo scrittore Cyril Dion, hanno chiesto di fare emergere, al di là dei sondaggi, una leadership che sappia riunificare la sinistra. Altri dodici, tra eletti e militanti, hanno iniziato uno sciopero della fame per spingere Jadot e Mélenchon a partecipare alla primaria popolare; tra di loro, soprattutto militanti della generazione che si batte per il clima affermando che “se passa la destra con Macron, oppure con Pécresse, avremo cinque anni ulteriori d’inazione climatica”.

La primaria si terrà comunque, dal 27 al 30 gennaio; ma di fronte alla reticenza dei candidati sarà una primaria di “investitura popolare”. In pratica, sarà possibile votare per tutti i candidati di sinistra alle presidenziali che abbiano aderito o meno alla primaria popolare (una decina in tutto, tra i quali Hidalgo, Jadot, Mélenchon, Taubira, Roussel). Il vincitore dovrebbe, da buon giocatore, accettare questa investitura ed essere in seguito sostenuto da tutti gli elettori che parteciperanno alla consultazione. Per avere un minimo di successo, il numero dei partecipanti dovrebbe comunque essere cospicuo e superare almeno il numero dei partecipanti alla primaria dei verdi (122mila persone). In ogni caso, c’è da dubitare fortemente che questa iniziativa possa avere un seguito costruttivo. Pesa il precedente della primaria socialista del 2017, vinta da Hamon, ma che una frazione significativa di quel partito, capeggiata da Manuel Valls, non rispettò votando per Macron, e contribuendo così alla vittoria del blocco borghese.