La tensione dei giorni scorsi, con l’incubo di un Eliseo lepenista e filoputiniano, non si è sciolta in un rito liberatorio ai piedi della Tour Eiffel. Le note della canzone dei Daft Punk One More Time, che facevano da colonna sonora ai festeggiamenti, non hanno scaldato una piazza che sembrava già prevedere come quella fosse last one time, l’ultima volta per il suo candidato. E in effetti, fra cinque anni, non ci saranno né lui né probabilmente la sua contendente. E anche fra cinque mesi non ci sarà il contesto che ha accompagnato questa elezione: guerra e crisi economica resetteranno tutto. Sarà l’ultima volta di un centro tecnocratico e moderato che coagula, come male minore, i voti di una moltitudine che non è popolo, ma sicuramente non si sente censo. L’ultima volta anche per una destra putiniana, che brandisce il populismo come una clava, e si contrappone a un elitarismo tecnocratico che sta sbiadendo.

Entrambi i contendenti di questa consultazione sono dunque già il passato: la guerra, con la crisi economica che l’accompagna, sta appannando loro e riclassificando sia la geografia sia la dinamica del voto. Le elezioni francesi, da questo punto di vista, sono un vero e proprio tornante storico: aprono una nuova fase politica in Europa, in cui la discriminante che taglia la scena elettorale sarà, per molto tempo, la guerra – o meglio, la contrapposizione che la guerra ha innestato fra chi sceglie il fronte atlantico, e chi si trova a confondersi con un populismo autocratico e autoritario di marca putiniana.

L’accusa, che Macron ha gettato in faccia alla candidata della destra nel dibattito diretto, di collusione con Mosca, ha pesato. Ha offuscato l’immagine “popolare” di una Le Pen sorpresa a mercanteggiare sostegni economici con il Cremlino, e soprattutto ne ha svelato la natura autoritaria, che porta i gruppi neofascisti francesi a sostenere l’attacco alla democrazia occidentale della Russia ortodossa. Al centro della scena, sempre più si staglia la questione del modello di vita: come e con chi vogliamo organizzare la nostra società?

La minaccia putiniana, se ha affondato i neofascisti lepenisti, non lascia indifferente nemmeno l’elettorato vincente. Non si tratta di corruzione, di subalternità ideologica della destra: al centro della scena, è il modello di democrazia rappresentativa, è la catena decisionale che ormai esclude troppa gente, troppi interessi, troppe culture.

Alle spalle, la lezione rimasta inascoltata di Trump nel cuore del Paese guida del capitalismo occidentale: ancora oggi rimane pressante l’ombra di un ritorno di quella destra oltranzista che combina base popolare frustrata e plebiscitarismo autocratico e semplificatorio, che vede nello Stato come spazio pubblico il nemico del momento. Oggi è questa la posta in gioco: una nuova idea di spazio pubblico, che risponda alla pretesa sociale di essere parte in causa. Come scriveva Hannah Arendt nel suo saggio sui totalitarismi, descrivendo la base sociale del nazismo, “le masse fecero irruzione nella storia anche a costo della propria distruzione”. Chi riesce a dare uno sbocco a questa ansia di partecipare?

Putin ha attaccato in Ucraina dopo aver molto soppesato i dati e le analisi di questo primo scorcio di nuovo secolo, in cui si è saggiata la tenuta dell’Occidente sotto la pressione popolare. La conclusione è che il mondo del capitalismo liberista non regge più: il bastione americano si sta sfaldando, e il ridotto europeo sta regredendo a una inconcludente alleanza finanziaria e commerciale, senza anima politica.

Sia la Cina – con il suo soft power economico-relazionale, la sua “via della seta”, che lega interessi e rivincite di aree depresse, come in Africa, e velleità autonomistiche nella stessa Europa – sia la Russia, con la sua spallata alla periferia orientale della Nato, hanno aperto una nuova fase di confronto con la piattaforma euroamericana, che, oggettivamente, pretende un nuovo assetto degli equilibri e dei modelli di governance, globali e interni ai singoli Paesi. La democrazia liberale non può più essere il paravento di nuovi domini tecno-finanziari, in cui una classe privilegiata, culturalmente eclettica e trasversale, si congiunge tribalmente lungo crinali di privilegio e di successo sulla testa di masse sottoposte a un primato incontestabile. “Vota Macron chi sa l’inglese” – aveva urlato Le Pen per rivendicare la frustrazione di chi non può permettersi un master a Londra o a New York.

Siamo sempre più vicini al nodo di un cambio radicale di assetti e gerarchie sociali, soprattutto delle modalità e dei criteri con cui stabilire i primati, sia individuali sia geopolitici. La Francia apre la stagione di uno scontro di civiltà che, a differenza di quello vaticinato da Samuel Huntington, non divampa sulla frontiera fra capitalismo occidentale e statalismo asiatico, ma fra partecipazione orizzontale e notabilato verticale.

In mancanza di un presidio politico di questo nuovo dualismo, senza partiti o forze politiche che rappresentino i due corni del conflitto, proliferano ancora le strumentalizzazioni eversive: la partecipazione è contrabbandata ai fini di una riaffermazione dell’unicità del modello liberale; il verticalismo è diventato plebiscitarismo autoritario dell’uomo forte.

Macron, con la sua fredda vittoria, porta all’incasso la sua maggiore presentabilità istituzionale e versatilità politica rispetto a un fronte reazionario che inesorabilmente avrebbe reso subalterno il Paese a forze inadeguate. In questo snodo, la novità è proprio il terzo candidato invisibile, Jean-Luc Mélenchon, il leader di una sinistra ancora fluida e multiforme, che ha consolidato, dopo cinque anni, il suo radicamento in quel girone di medie e piccole città della provincia, schiacciando i rivoltosi lepenisti nelle periferie di campagna e accerchiando i bobos di marca macronista nei centri storici delle grandi metropoli.

È questa la novità di queste elezioni, la vera vincitrice delle elezioni, non numericamente ma come capacità di coagulo di un nuovo equilibrio: una forza che strappa alla destra il monopolio dei ceti più disagiati, che rimette in un circuito programmatico la paura dei penultimi di essere annegati dalla marea degli ultimi, e soprattutto dà un popolo a un apparato che negozia globalmente il ruolo della Francia. Giovani e immigrazione islamica hanno – con il voto a Mélenchon al primo turno, e non riversandosi su Le Pen al secondo – dato a Macron un vantaggio che non poteva conseguire da solo.

I primi dati sui flussi dicono che la maggioranza degli elettori della France insoumise ha seguito l’indicazione del proprio leader: non un voto a Le Pen, maturando un credito che potrà essere incassato alla prossima tornata di elezioni parlamentari a giugno. Nel Nord del Paese, e nella pancia Sud, casa per casa, quartiere per quartiere, i lepenisti sono stati disarmati nella loro identità anti-sistema proprio dagli elettori del candidato escluso dal ballottaggio.

Mélenchon ha colto con grande intuito due passaggi fondamentali: la guerra in Ucraina affida alla Francia, come traino di un’Europa sociale, il ruolo di tagliare l’erba sotto i piedi al populismo slavo antidemocratico; e insieme ha intuito che oggi, per una forza come la sua, il terreno di battaglia sono le elezioni parlamentari: il terzo turno per il terzo partito, potremmo dire. A giugno, se riuscirà a federare i nani della sinistra, come comunisti e socialisti, recuperando quella pulviscolare presenza che ancora i due marchi politici conservano sul territorio, integrando nel suo network la presenza del terzo settore francese – quelli che una volta erano i club mitterrandiani, e che ora sono grumi autorganizzati di interessi momentanei contro l’arroganza degli apparati – potrà marciare realmente sulla capitale, chiedendo a Macron di condividere non il potere, ma un programma di adeguamento della Repubblica alla domanda di partecipazione che oggi ineludibilmente è abilitata dalle nuove relazioni digitali.

In questa chiave, leggiamo anche un messaggio per l’Italia: aprire un cantiere che parli – e non organizzi – alle infinite forme di protagonismo negoziale che ci sono nel Paese, dal volontariato ai nuclei civici, dalle associazioni culturali ai centri di autorganizzazione territoriale, per animare una sinistra della rivendicazione, del conflitto, del negoziato con gli apparati. Le prossime elezioni sono troppo vicine per arrivarci già pronti. La guerra spingerà a una nuova emergenza. Abbiamo già in vista prossime consultazioni, dopo quelle del 2023, in cui mettere in campo una sinistra multicolore, a geometria variabile, che muti sul territorio in base alle rivendicazioni e alle mobilitazioni, unita da una visione nuova della democrazia e da una missione attiva della pace. Sarebbe una sorpresa, ma non un sogno irrealizzabile, se a giugno si realizzasse a Parigi.