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5 Stelle, la tregua dei saggi ha poche alternative

È un bel paradosso. Il destino dei 5 Stelle è nelle mani dell’ala governista del movimento. Cioè soprattutto di Luigi di Maio (ministro degli Esteri), di Roberto Fico (presidente della Camera) e di Stefano Patuanelli (ministro delle Politiche agricole). Sono coloro che sono stati nominati “saggi” insieme al “reggente” Vito Crimi e a Ettore Licheri, Davide Crippa e Tiziana Beghin. Il loro compito è trovare la mediazione per scongiurare la scissione, data fino a qualche giorno fa per sicura. Devono perciò dare forma a statuto, carta dei valori, codice etico per sancire un rinnovato equilibrio politico. Un lavoro delicato, perché i successi dei grillini sono legati all’informalità e all’assenza di norme interne.

Il paradosso è che il movimento che aveva promesso fuoco e fiamme contro le istituzioni e il politichese, di fronte alla propria crisi, ragiona soprattutto su come creare meno problemi possibili al governo di Mario Draghi. La deflagrazione dei 5 Stelle, infatti, oltre a sancire probabilmente la fine della propria esperienza, farebbe scricchiolare l’attuale maggioranza anomala di governo in pieno “semestre bianco”, quello che precede l’elezione del presidente della Repubblica e rende impossibili elezioni anticipate.

Conte e Grillo, mediare o perire

Grillini verso l’implosione o verso il mutamento di pelle nella cultura e nella pratica di governo? Due approdi personificati da Beppe Grillo e da Giuseppe Conte, che intanto non si parlano, se non attraverso le indiscrezioni che trapelano da una parte e dall’altra. Forse si va verso nessuno di questi due approdi estremi, ma in direzione di un declino difficilmente arrestabile che passa nell’immediato da una mediazione tra i due leader, pena la deflagrazione reciproca. Prima o poi dovranno riconciliarsi o divorziare.

La contraddizione è palese. I 5 Stelle se non cambiano muoiono, se restano uguali a se stessi muoiono lo stesso, o si riducono a una pattuglia di guastatori guidati da Alessandro Di Battista. Tornare alle origini del “contro tutto e tutti” è impossibile. Troppa acqua è passata sotto i ponti, troppe giravolte politiche sono state effettuate. Era tuttavia troppo facile pensare che Conte avrebbe avuto una via spianata davanti a sé fatta di rose e fiori.

5 Stelle e Casaleggio, un divorzio quasi consensuale

Era prevedibile che qualche controversia interna ai 5 Stelle sarebbe stata l’occasione per una resa dei conti. Ora i nuovi sviluppi portano a un...

5 Stelle in declino, restano le ragioni del populismo

Dopo il pronunciamento dell’Autority sulla privacy e carte bollate con vari ultimatum, la crisi dei 5 Stelle si avvia a una prima conclusione: la Piattaforma Rousseau consegnerà al Movimento i nomi degli iscritti, il Movimento darà alla società che gestiva la Piattaforma almeno duecentomila euro per spese accumulate. Sul piano politico è scissione. Da una parte Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista, che invocano un ritorno al Movimento barricadero delle origini; dall’altra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio – neppure del tutto d’accordo tra loro – che pensano al futuro dei 5 Stelle in altro modo. L’ex premier punta a una forza che proceda in alleanza e tandem con il Pd verso il ridisegno di un inedito centrosinistra; il ministro degli Esteri – come ha dichiarato lui stesso – pensa a un partito “liberale e moderato”, forse strizzando l’occhio all’arcipelago che si sta coagulando al “centro” del panorama politico. Per ora, siamo solo alla fase interlocutoria del destino di uno dei poli del populismo italiano che fa nel frattempo autocritica con Di Maio per gli eccessi forcaioli e giustizialisti del passato.

È comunque da manuale di politologia questo primo finale dei 5 Stelle. Nati ufficialmente a Milano nel 2009 – su iniziativa di Beppe Grillo, comico teatrante, e di Gianroberto Casaleggio, imprenditore del web e di nuove tecnologie –, hanno scalato le vette del successo politico ed elettorale raggiungendo la cifra da capogiro del 32% nei consensi nelle elezioni politiche del 2018 (227 deputati e 112 senatori, in maggioranza casuali: senza né arte né parte).

Elezioni amministrative: Letta “hot dog” stretto tra 5 Stelle e renziani

Un’immagine impietosa fa assomigliare in questo momento Enrico Letta a un hot dog. Il segretario del Pd è infatti stretto dalla rincorsa verso un rapporto con i 5 Stelle a gestione Giuseppe Conte, mentre dall’altra parte subisce la pressione di Matteo Renzi, e dei centristi di varia natura, che vorrebbero porre condizioni pure loro a una riedizione aggiornata del centrosinistra. In questo quadro, si va alle elezioni amministrative di autunno nel peggiore dei modi per il Pd. Si litiga su strategie e candidati, con la destra che gongola avendo dalla sua la collocazione della Lega diventata forza di opposizione e di governo allo stesso tempo, scippando così uno degli antichi slogan della sinistra.

Le elezioni si terranno, per via del Covid, in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre nei Comuni con scadenza naturale del mandato degli organi eletti nel 2016 e in quelli da elezioni anticipate perché commissariati, o per altri motivi. La scadenza è particolarmente rilevante. Alle urne andranno venti Comuni capoluogo di provincia: Bologna, Carbonia, Caserta, Cosenza, Grosseto, Isernia, Latina, Milano, Napoli, Novara, Pordenone, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Savona, Torino, Trieste e Varese, di cui sei sono anche capoluogo di regione (Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste). Il test elettorale è perciò di grande interesse, e avrà di sicuro ripercussioni sugli equilibri politici nazionali, forse perfino sulla data della fine della legislatura e delle elezioni politiche.

I 5 Stelle e Casaleggio: fumosa vertenza, dura lezione

Bel rompicapo, la vertenza legale fra i 5 Stelle e Casaleggio. L’occasione è venuta da un’espulsione controversa, ma il contrasto è più complesso e...

Pd e 5 Stelle, matrimonio senza alternative

Pd e 5 Stelle, innamoramento obbligato. Sembra uno di quei matrimoni concertati a freddo, quando si scommette sul fatto che l’amore verrà dopo, una volta che consuetudine e stima reciproca avranno preso il sopravvento sulla scelta nuziale.

A rendere inevitabile questo rapporto sono tuttavia l’esperienza comune del governo Conte e i sondaggi. I grillini hanno imparato che, senza alleanze e “patti”, non si governa. Hanno pure imparato dal vivo come la destra italiana non sia addomesticabile. Esaurita la spinta propulsiva antisistema, populista e antipolitica, i 5 Stelle hanno poche alternative nel loro futuro: dividersi da Casaleggio & Rousseau, oltre che dal fronte dei Di Battista, e tentare di diventare una forza collocata nel centrosinistra. Devono però fare una riconversione politica totale dando a Giuseppe Conte il ruolo della leadership e confidando nella sua popolarità acquisita da premier. Dalle prime uscite di Conte in veste di leader, non è infatti ancora chiara l’identità che il Movimento vuole assumere. Al di là della collocazione nel centrosinistra, quale sarà il suo apporto peculiare in un’alleanza che si ricandida al governo? Cosa diventeranno i 5 Stelle è difficile dirlo.

Il Grillo “MiTE” e la crisi dei 5 Stelle

Per quanto possa sembrare incredibile, nel mese di marzo 2021 non è del tutto insensato chiedersi cos'è, com'è fatto e dove va il Movimento...

Una netta sensazione di peggioramento

La maggioranza giallo-rossa era la soluzione più avanzata che il parlamento uscito dalle elezioni del 2018 potesse offrire. Avrebbe dovuto essere adottata fin da subito e durare l’intera legislatura. Soltanto l’inconsistenza di un partito come il Pd – basato sull’elezione a sfondo plebiscitario del proprio leader, un meccanismo che ha prodotto la particolare perversione renziana –, regalando il governo alla Lega, aveva reso possibile l’obbrobrio di una maggioranza, in quel momento dichiaratamente sovranista-populista, tra i 5 Stelle e la Lega. Ma che questi partiti non potessero intendersi, anche perché espressione di realtà territoriali diverse, tra loro profondamente diseguali (la Lega è impiantata al Nord, pur con la “correzione” nazionalista salviniana, mentre la rabbia meridionale si è espressa soprattutto nel voto grillino), era piuttosto evidente; l’errore di Salvini nell’estate del 2019 ha fatto il resto. La nascita del Conte 2 restava comunque appesa all’esigenza di visibilità e sopravvivenza politica di Renzi. Qualcuno aveva creduto che i pretesti messi in campo per colpire il governo giallo-rosso (la questione del Mes, la faccenda del Recovery Plan scritto male nella prima stesura, il nodo della “prescrizione”, e così via) si dissolvessero di fronte alla possibilità di ottenere un ministero in più. Così non è stato, perché Renzi ha ben chiaro che alle prossime elezioni dovrà giocarsi tutto, e che per non morire deve assolutamente fare in modo di ereditare i voti di un moribondo Berlusconi (anche poi presentandosi, se sarà il caso, in un’unica lista con Forza Italia). Il governo tecnico-politico è l’ombrello migliore sotto il quale tessere una tela neocentrista, mentre mettere fuori dalla luce dei riflettori un competitore come Conte, anche lui orientato a prendere voti nello stesso bacino elettorale, neppure era da considerare un obiettivo trascurabile.