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Perché in Europa la campagna vaccinale è ancora indietro

La scoperta del tesoro di Anagni, con quasi trenta milioni di dosi di vaccino AstraZeneca, diciamo l’intero fabbisogno attuale del nostro paese per completare almeno il giro della prima somministrazione, rende quasi caricaturale lo scenario dell’emergenza sanitaria. Siamo tutti appesi alla data di un’eventuale vaccinazione, nella speranza, che ogni giorno che passa sbiadisce un po’ di più, di chiudere questa terribile parentesi della pandemia. Ma forse la prima forma di intossicazione da cui liberarci è proprio l’idea che viviamo una crisi che, per quanto acuta, prima o poi ci riporterà dove ci ha trovato. In realtà siamo nel pieno di una transizione che ci sta accompagnando verso un mondo che stentiamo a identificare. I vaccini ne sono il testimonial.

Noi siamo abituati a un’idea di vaccino come toccasana: si sviluppa, si produce, si distribuisce e ci si immunizza, cancellando il rischio del virus. Ora però ci stiamo accorgendo che il record di velocità nella sua produzione (davvero impensabile che, dopo pochi mesi, si sia riusciti a elaborare procedure cosi precise per colpire esattamente quel tipo di virus, fra le decine di migliaia che pullulano attorno a noi) presenta numerosi imprevisti; e soprattutto che la gestione dei farmaci sta rispondendo a logiche fino a oggi esterne alla fase terapeutica. Anche perché la stessa ricerca e produzione industriale del prodotto è stata del tutto eccentrica e anomala, questa volta, rispetto alla storia scientifica dei vaccini.

Parliamo di salario minimo. Adesso

Sepolti da un anno a questa parte da un eccesso di retorica bellica ed emergenziale causata dallo choc pandemico globale, facciamo un po’ di...

La Cina e il suo dissennato sviluppo

Sull’aia grande di un villaggio della minoranza etnica Pu-yi nella Cina meridionale, a cinquecento km in linea d'aria da Hanoi, mi ero staccato dal...

Lo “ius soli” e la ripresa di un discorso socialista

Nel 2017 si era andati molto vicini a una legge sullo “ius soli”. Ma alla fine il provvedimento rimase nel gargarozzo della legislatura. Chi ne impedì l’approvazione in parlamento? La destra fascioleghista, naturalmente, con i “liberali alle vongole” berlusconiani, e con i grillini al momento ancora sovranisti – ma non solo. Paolo Gentiloni, che era il presidente del Consiglio, non seppe dimostrarsi granché gentile con i figli degli immigrati costretti oggi ad aspettare i diciotto anni, e a superare una serie di complicazioni burocratiche, per ottenere la cittadinanza italiana. Avrebbe potuto infatti porre la questione di fiducia, mettendo la propria riluttante maggioranza di fronte a un “aut aut”, ma preferì non rischiare, forse anche nella segreta speranza di poter succedere a se stesso se le elezioni che si tennero nel marzo 2018 non avessero avuto l’esito che ebbero. Del resto la maggioranza renziana del Partito democratico (il “partito sbagliato”, come lo ha stigmatizzato Antonio Floridia nel titolo di un suo libro) e la piccola galassia centrista che sostenevano il governo Gentiloni furono ben contente di potersene lavare le mani, pur dicendosi in astratto d’accordo con il provvedimento.

Ora Enrico Letta – e, prima di lui, Maurizio Landini nel colloquio con Draghi per la formazione del governo – bene hanno fatto a rilanciare il tema, pur sapendo che in questo parlamento una maggioranza per lo “ius soli” probabilmente non c’è (sebbene resti da vedere come si posizionerebbero oggi i 5 Stelle). Inoltre Draghi, con la sua eteroclita maggioranza, sta lì per occuparsi dei soldi (magari pure di qualche piccolo condono fiscale, come si è visto), non certo di importanti questioni di principio.

Washington, quel piccolo grande passo sulla Digital Tax

Un piccolo passo indietro per gli Stati Uniti, un grande passo avanti - per ora solo potenziale - per l'equità fiscale: è una svolta...

Europa, l’epidemia può cambiare tutto

"Sostenere questo governo significa condividere l'irreversibilità della scelta dell'euro, significa condividere la prospettiva di un'Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio...

Quel nuovo welfare che passa anche dai Tampax. L’esempio francese

Il modo di contenere il flusso mestruale ha cambiato, nei secoli, la vita delle donne. Dall’antichità, in cui si usavano lana, tessuti, pelli di animali, papiro ammorbidito, per citare solo alcuni metodi, fino ad arrivare alla “rivoluzione” introdotta dall’uso degli assorbenti: esterni, con l’adesivo, e soprattutto interni, come i Tampax. Si può dire che l’emancipazione della donna sia stata accompagnata dalla possibilità, data dall’utilizzo di questo nuovo dispositivo per l’igiene intima, di governare quei giorni in cui, prima, era costretta a casa. Dopo l’introduzione degli assorbenti, le donne hanno potuto finalmente uscire di casa, essere autonome, controllare la propria vita, lavorare e svolgere tutte le mansioni che svolgevano nei giorni di assenza del ciclo. La libertà di movimento è anche una forma di libertà di pensiero.

Ma oggi, nel 2021, ci si scontra ancora con quell’escalation negli anni della tassazione degli assorbenti, un bene di largo consumo necessario, basilare nella vita di qualsiasi donna in età fertile, che sono tassati con aliquota al 22 per cento, come i beni di lusso. Al contrario, il rasoio da barba è tassato al 4 per cento. Come si può associare un assorbente ad un prodotto di élite? Una condizione che si aggiunge come altro importante elemento di difficoltà economica nel periodo delicato in cui stiamo vivendo.

Fisco atlantico o fisco europeo? Quello che Draghi non ha spiegato

L'autorevolezza riconosciuta di Mario Draghi gli risparmierà probabilmente l'imbarazzo che sarebbe toccato ad altri dopo la scoperta, ad opera del giornalista economico Carlo Clericetti,...

Pandemia e caso italiano, pungolare Draghi: questo è il problema

Modificando in parte un antico detto di Ennio Flaiano, si potrebbe dire che la situazione italiana è “grave” e “seria” al tempo stesso. Anzi, si potrebbe, aggiungere “tragica”. Pandemia, crisi economica, gap di arretratezze strutturali rispetto ad altri Paesi europei, fanno sempre dell’Italia un caso a parte.

Lo è anche nella forma di governo guidata ora da Mario Draghi. Non c’è altra realtà della Comunità europea dove sia stato necessario affidare la premiership a un “tecnico”, per giunta banchiere di alto profilo, e sia stato necessario un governo di “salvezza nazionale” (parole quest’ultime del presidente Sergio Mattarella”). È stato necessario qui da noi per la fisiologia istituzionale (la debolezza degli esecutivi) e perché fasi emergenziali sono state affrontate solo o nell’immediato dopoguerra o di fonte al terrorismo, o infine di fronte a scadenze economiche (entrata nell’euro, spread e via dicendo). Il civile rapporto maggioranza-opposizione e quello che si chiama “interesse nazionale” non fanno parte della nostra tradizione (fecero eccezione De Gasperi, Nenni, Togliatti e per un periodo Moro, Berlinguer). Basta dare uno sguardo a storia e regole della Gran Bretagna o a quelle della Germania degli ultimi anni di governi di unità nazionale tra Popolari e Socialdemocratici per rendersi conto delle diversità.

La marginalità dell’agricoltura in Europa

La crisi economica, sociale e ambientale – non quella del Covid – ma quella generata nel 2007/2008 che non si è mai effettivamente risolta...