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Ordine pubblico e democrazia

9 Luglio 2026 Guido Ruotolo  1367

L’ordine e la sicurezza pubblica sono un nervo scoperto della nostra democrazia, che mette in crisi il rapporto di fiducia tra la cittadinanza e le istituzioni, la politica. L’opinione pubblica è impaurita, chiede sicurezza. Una politica irresponsabile urla, fa proclami, propone risposte securitarie a una crisi di credibilità. Intanto, cresce l’area dell’astensionismo. A un mutamento epocale, che rimette in discussione antiche certezze, che contamina i territori con una mobilità di popolazioni costrette a cercare lavoro e futuro altrove, la risposta che l’Europa copia dagli Stati Uniti di Trump è quella delle espulsioni, della detenzione nei “Paesi sicuri”.

Temi complicati e delicati: la politica decide di abdicare, non si assume la responsabilità di gestire in prima persona la sicurezza e l’ordine pubblico. Sono ben tre i prefetti che, negli ultimi quindici anni, sono stati nominati ministri dell’Interno. Dal 2019, guidano ininterrottamente il Viminale, passando dal governo rosso-giallo di Giuseppe Conte al governo Draghi, fino all’attuale governo Meloni. La politica delega la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico ai tecnici – anche se mostra i muscoli nelle piazze, ingolfa i codici penali, amministrativi e civili con nuovi articoli di legge, pieni di cavilli e di scelte securitarie. Il buongiorno si vede dal mattino, e il “decreto Caivano” (vedi qui) ha riempito le carceri di minorenni. E il governo Meloni costruisce campagne stampa per attrarre l’oceano degli elettori sfiduciati e impauriti, degli astenuti. Se poi precipitano gli eventi, se le manifestazioni degenerano, si punta l’indice contro i manifestanti “facinorosi e terroristi” o, d’altro lato, contro le forze di polizia e il governo della nuova destra. E siamo agli scontri di piazza, alla guerriglia metropolitana, ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Tutti però nascondono una cruda e amara verità. La crisi della politica si avverte nella sua incapacità di evitare che si arrivi alla protesta violenta.

Nel secolo scorso, e anche fino ai primi anni del nuovo millennio, si misurava la capacità di tenuta democratica quando la politica era in grado di rispondere alle domande sociali. È bene sapere che gli scontri ci sono quando è il “movimento” a deciderlo. Naturalmente ci sono anche possibili “provocazioni”, atteggiamenti sbagliati di reazione delle forze di polizia, che hanno il dovere di impedire la degenerazione. Ma la loro forza di reazione deve essere proporzionata all’offesa. Insomma, la bravura di un questore o di un funzionario di pubblica sicurezza sta fondamentalmente nel ridurre i “danni”, o l’impatto, della protesta. Non nell’impedirla, perché questo spetta piuttosto alla politica. Quindi i politici devono assumersi la responsabilità di gestire il ministero dell’Interno? Assolutamente sì, se non ci fosse un problema. Che si chiama Matteo Salvini. Che vuole spodestare il prefetto Matteo Piantedosi, nell’ultimo miglio della legislatura, per tentare così di recuperare l’emorragia di voti della Lega in direzione di Futuro nazionale di Roberto Vannacci. Ma lui è già stato solo per quindici mesi al Viminale, eppure ha fatto guasti le cui conseguenze avvertiamo ancora oggi. Sembra una banalità. Ma il fatto che indossasse giacconi della polizia di Stato o dei vigili del fuoco, o pettorine delle forze di polizia, lo ha fatto tracimare ben oltre il suo ruolo istituzionale. Il fatto che si mostrasse mentre citofona alla casa di un presunto spacciatore minacciandolo. O, peggio ancora, che facesse un atto di fede sostenendone in ogni caso l’innocenza, con il suo schierarsi, comunque e a prescindere, dalla parte del poliziotto o del militare a cui vengono contestati precisi reati. Ecco, tutto questo, nel solco di una continuità tra il passato e il presente, racconta di un Salvini improponibile. Pena la crisi ulteriore del rapporto tra la sicurezza e la sua gestione.

Ricordate Genova, il G8, i successivi processi? In parlamento è depositata la relazioni di maggioranza (governo Berlusconi) e di minoranza della Commissione Affari costituzionali che portò a termine, nei primi giorni di agosto del 2001, un’indagine conoscitiva su quello che era accaduto. È passato un quarto di secolo. Si è fatto tesoro della lezione di Genova? A emergere dall’indagine conoscitiva è stata “l’assenza di un vero controllo politico e di una catena di comando inadeguata”. “Estremamente confusa è stata la gestione della sicurezza sul territorio”. Questo, naturalmente, prescinde dalle responsabilità penali, che sono individuali. Scrivono i parlamentari dell’opposizione: “Di fronte a uno scontro di piazza che ha assunto le caratteristiche di guerriglia urbana, le forze di polizia si sono trovate impreparate psicologicamente, perché era la prima volta, da oltre vent’anni, che quel tipo di disordine doveva essere affrontato”.

È vero, crescono leve di funzionari e dirigenti delle forze di polizia che fronteggiano diverse emergenze. Spesso devono crescere in fretta, in tempo reale. Fu così con la pagina nera degli anni Cinquanta e Sessanta, con pessimi ministri dell’Interno come Scelba e Tambroni. E il movimento operaio dovette piangere diversi caduti. Poi ci fu il terrorismo nero e rosso. Ci furono le vertenze sindacali, il ’68-’69. E lo stragismo “atlantico” che utilizzò la manovalanza “nera” per stabilizzare il Paese. E ancora, la lotta alla mafia, la stagione stragista di Falcone e Borsellino, le bombe di Firenze, Roma e Milano. A ogni tornante della storia, le forze di polizia si sono dovute adeguare. E c’è stata poi Genova. Un punto fermo ancora oggi.

I cronisti che seguivano il Viminale arrivarono a Genova alla vigilia dell’inizio del vertice del G8. Ricordo il palazzetto dello sport trasformato in un “centro benessere”, con le palestre e un vademecum che dettava le regole del buon comportamento. Un sogno. Che la mattina seguente, e per tre giorni, si trasformò in un incubo. Chi è il responsabile dell’ordine pubblico? È un funzionario della pubblica sicurezza, un poliziotto, che dà indicazioni ai suoi o agli ufficiali comandanti delle aliquote dei diversi corpi, siano i carabinieri, la Guardia di finanza o la penitenziaria. Le direttive sono chiare: “Le aliquote delle forze di polizia diverse dalla Ps, che vengono messe a disposizione del questore e del funzionario di Ps, devono essere soggette effettivamente al comando operativo di tali autorità senza filtro alcuno”.

Dunque, sulla carta, la catena di comando è una struttura piramidale. La squadra dei reparti mobili in prima linea ha un suo responsabile, che risponde al funzionario delegato. E allora, quello che è accaduto a Torino, il 24 maggio scorso, non dovrebbe succedere mai. Un poliziotto impugna il lancia-lacrimogeni ad altezza d’uomo e spara contro l’obiettivo a pochi metri di distanza. È vero che, in quei momenti concitati, il suo superiore diretto potrebbe non avere visto, ma il “colpevole” non doveva lanciare il lacrimogeno. Una volta accertato che il tifoso juventino, Marco Basoccu, ha rischiato la vita perché diventato il bersaglio del tiro al piccione del poliziotto, la procura di Torino ha chiesto la misura degli arresti. Il gip ha deciso che era sufficiente sospenderlo dal servizio per un anno. Adesso sarà il Dipartimento di Ps a decidere del suo futuro professionale. Ma, di certo, i messaggi provenienti da questa destra securitaria alimentano una gestione poco accorta delle “piazze”.

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Tagsdemocrazia G8 di Genova Guido Ruotolo ordine pubblico politica sicurezza

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