Uscita dal recente congresso di Erfurt come una sorta di blocco monolitico, Alternative für Deutschland pare avere sempre più il vento in poppa. Accreditata di un 29% nelle intenzioni di voto a livello nazionale, contro il 21% della Cdu-Csu e un misero 12% della Spd, è da qualche mese, sulla carta, il primo partito tedesco, e si prepara a celebrare il suo annus mirabilis con le elezioni amministrative statali del prossimo settembre in Sassonia-Anhalt e in Pomerania-Mecklenburgo. Nei due Länder dell’Est, dovrebbe stravincere la tornata con una valanga di voti, fino a ottenere forse la maggioranza assoluta dei seggi. Per la prima volta, nella storia tedesca postbellica, un partito di estrema destra probabilmente governerà un Land, nonostante il Brandmauer, il “cordone di sicurezza” che impedisce agli altri partiti qualsiasi forma di collaborazione con Alternative. Appaiono pure solidi i due leader confermati nel congresso, Alice Weidel e Tino Chrupalla, anche se un numero maggiore di preferenze sono andate a Weidel.
A ben guardare, dietro questa apparenza monolitica, si possono però scorgere in filigrana piccole crepe e fratture, divergenze non propriamente secondarie, che hanno le loro radici in una storia del partito che tutto è stata meno che lineare. AfD è infatti passata attraverso una serie di trasformazioni, cambiando ciclicamente pelle politica e classe dirigente. Il partito nasce nel 2013, da un gruppo di euroscettici, che aveva cercato, fin dal 2010, di dare vita a una nuova formazione, sullo sfondo della crisi europea del debito pubblico e della valuta, scaturita dalla crisi dei mercati finanziari internazionali. Il gruppo fondatore di AfD considerava le modalità di gestione della crisi stessa, da parte dell’Unione – in particolare nella vicenda greca –, come profondamente sbagliate e foriere di danni per la Germania. La AfD, nella sua fase di costruzione iniziale, si affaccia alla ribalta come partito “eurocritico”, orientato in senso liberal-conservatore; non è ancora un’organizzazione populista di destra, ma unicamente un movimento alto borghese euroscettico, di stampo accademico ed economico.
Solo dal 2014, sulla spinta dai successi elettorali nei Länder della Germania orientale, si innesca la deriva populista di destra, che conduce il partito sempre più verso un polo estremo del quadro politico. Al congresso di fondazione del partito, a Berlino nell’aprile 2013, Bernd Lucke, Konrad Adam e Frauke Petry vengono eletti portavoce a egual titolo del comitato esecutivo. Arrivano notevoli risorse economiche, finanziamenti provenienti anche dalle relazioni che il partito va stringendo con le medie e piccole imprese, e l’AfD riesce così a costruire rapidamente l’organizzazione territoriale, radicandosi prima di tutto a Est. Il partito contava, all’epoca, poco più di una decina di migliaia di membri, e andava crescendo raccattando transfughi che provenivano, quasi senza eccezioni, dal campo dei partiti borghesi, in particolare dai cristiano-democratici e dai liberali, dove peraltro avevano per lo più ricoperto ruoli di seconda fila.
Il riorientamento in direzione di un populismo di destra si alimenta progressivamente di una critica durissima nei confronti dei flussi migratori. Che la questione migratoria sarebbe stata il vero terreno fertile per un nuovo partito populista di destra, era già chiaro nel Paese da tempo. Più la discussione pubblica si allontanava dalla questione monetaria e dal dibattito sull’euro, più la critica dell’immigrazione emergeva come nuovo tema centrale dell’AfD, e tanto più gli equilibri interni al partito si spostavano dal liberalismo economico al conservatorismo nazionalista.
La più importante svolta a destra fu rappresentata dal successo nelle elezioni amministrative in Turingia, Sassonia e Brandeburgo, alla fine dell’estate 2014. Già nel 2015, divenne evidente che la leadership del partito, composta per lo più da esponenti moderati, aveva perduto il sostegno della base. L’inasprimento della lotta di potere, all’interno del partito, culminò nella sconfitta di Lucke contro Frauke Petry, nell’elezione del presidente al congresso del partito di Essen del luglio 2015, e con una vera e propria scissione, che vide andarsene un quinto del partito, quello che faceva riferimento all’ala del liberalismo economico, e che si presentò come partito a sé nel 2017, rimanendo però duramente sconfitto e fuori dal Bundestag.
Le dispute interne hanno quindi avuto un curioso effetto “depurativo”, allontanando le componenti più moderate, mentre la rincorsa a destra appariva sempre più elettoralmente pagante. Negli anni successivi, la scena si è ripetuta fino a far diventare il partito il collettore della protesta di una frangia di popolazione profondamente insicura e spaventata dall’afflusso di rifugiati, così l’AfD è cresciuta fino a raggiungere valori a due cifre nei sondaggi, sfondando anche a Ovest, dove, nell’autunno del 2018, è riuscita a entrare in due parlamenti regionali, in Baviera e nell’Assia. La deriva a destra ha creato una profonda crepa all’interno del partito, che non poteva essere più ricomposta. L’incarico di portavoce del partito è passato allora a Tino Chrupalla, alla fine del 2019.
La crescita elettorale ha subìto un momento di relativo arresto durante la pandemia. Mentre il tema dei rifugiati è parso perdere momentaneamente importanza, la AfD non è riuscita a tradurre i suoi confusi atteggiamenti anti-ambientalisti e negazionisti del global warming in una posizione chiara e pubblicamente percepibile. Una debolezza che ne ha mostrato la scarsa consistenza politica; la leadership ha accusato la mancanza di una linea, pezzi del partito e dei sostenitori si sono schierati apertamente con i “no vax” e con i negazionisti del virus. Insieme con le liti interne, la mancanza di una proposta politica riconoscibile ha fatto sì che, in quella fase, l’AfD sia calata nei sondaggi e non abbia raggiunto valori a due cifre nel 2020.
Successivamente, una nuova tornata di dimissioni azzerava i vertici: nel gennaio 2022, Joerg Meuthen, a fronte della crescita di posizioni di estrema destra, presentava le dimissioni dal partito, mentre andava emergendo il ruolo di Alice Weidel come mediatrice tra le diverse anime. La tendenza al ribasso è proseguita ancora nelle elezioni del 2022: nello Schleswig-Holstein, per la prima volta, l’AfD non è riuscita a entrare nel parlamento del Land. A rialimentare il partito, dopo lo sbandamento del periodo pandemico, è arrivata la guerra in Ucraina con la crisi dei prezzi dell’energia a essa legata. Com’era già avvenuto per la crisi dei rifugiati del 2015-2016, l’AfD ha beneficiato delle condizioni di smarrimento e di apprensione, in cui si è trovata la popolazione a causa della fine delle forniture di gas russo, che alimentavano la macchina produttiva del Paese, e della crescita dell’inflazione.
Se all’inizio dell’invasione russa l’AfD aveva ancora criticato Vladimir Putin, è andata poi progressivamente prendendo le distanze dal sostegno militare all’Ucraina e dalla politica di sanzioni nei confronti di Mosca – pur approvando la Zeitwende, sia pure in chiave strumentale – e assumendo posizioni filorusse, che hanno trovato terreno fertile, soprattutto nelle roccaforti della Germania orientale, mentre la crescita a Ovest è stata alimentata principalmente dalle preoccupazioni economiche e dalla questione della migrazione, riportata all’ordine del giorno con lo slogan sulla “remigrazione”.
Quello che oggi si presenta come il primo partito tedesco ha dietro di sé, quindi, una vicenda di continui cambiamenti di pelle e di dirigenti, e ha al suo interno un insieme di contraddizioni: basterebbe pensare alle posizioni di Tino Chrupolla, che esprime un conservatorismo tradizionalista “Dio patria e famiglia”, e a quelle di Alice Weidel, che sono invece pro Lgbtq+, considerando che la stessa leader ha una donna come compagna. Weidel ha preso posizione contro il programma elettorale di AfD in Sassonia-Anhalt, in cui è presente una definizione precisa di famiglia – ancorata al modello tradizionale, composto da madre, padre, figli – indicata come base “dimostrabilmente migliore” per lo sviluppo del bambino. Secondo Weidel, il sostegno a un modello di famiglia tradizionale può senza dubbio esserci come riferimento, ma al tempo stesso non può essere esclusa l’esistenza e la validità di altri modelli familiari. In questo senso, l’esponente di punta del partito ha chiarito che “le relazioni omosessuali devono essere trattate come equivalenti”, per esempio dal punto di vista fiscale o sul piano ereditario.
Altrettanto importante la linea che divide le strutture di partito a Est, dove ormai hanno un radicamento più che decennale, da quelle a Ovest, formate da un personale politico meno esperto e spesso di recente affiliazione. Da anni, inoltre, pesa su AfD la dubbia adesione ai valori costituzionali, per cui ne è stata messa spesso in dubbio la legittimità quale forza politica, tema che è tornato recentemente a riproporsi a livello europeo. Difficile pensare, però, che l’ascesa del partito possa essere arginata con questo tipo di strumenti; forse unicamente forme di resistenza popolare e di protesta – come quelle che hanno accompagnato il convegno di Erfurt, svoltosi nella contestazione da parte di decine di migliaia di manifestanti antifascisti – possono costituire un contravveleno nei confronti dell’idra dalle cento teste che, ancorché mozzate, ricrescono incessantemente. Finche AfD avrà la capacità di raccogliere il malcontento generato dalla precarietà, dalla disoccupazione, e dal vuoto di rappresentanza lasciato dalle politiche neoliberiste, sarà molto difficile sbarazzarsene, al di là della miseria della proposta politica finora espressa.








