Stando a un recente sondaggio, realizzato per conto del quotidiano “Nikkei” e di Tv Tokyo, l’indice di gradimento della premier giapponese, Sanae Takaichi, è salito a giugno addirittura al 68%, due punti oltre il livello di maggio. A nove mesi dal suo insediamento, il consenso per la premier nazionalista resta molto alto, toccando quota 94% tra gli elettori del suo Partito liberaldemocratico, e avvicinandosi al 50% anche tra quelli delle opposizioni. Scomponendo i dati sulla base delle fasce di età, si nota che il sostegno sale a un incredibile 78% tra i giovani sotto i 40 anni e al 72% tra i quarantenni e i cinquantenni; solo tra gli ultrasessantenni il consenso è di “appena” il 61%. Alla popolarità contribuiscono le misure contro il carovita al vaglio dell’esecutivo; tra queste, la riduzione per due anni dell’Iva sugli alimenti, dall’8 all’1%, e l’erogazione di contributi in denaro alle famiglie a basso e medio reddito. Agli elettori, soprattutto ai più giovani, non dispiace poi il suo intento di fare “di nuovo grande il Giappone”, dotando il Paese di forze armate moderne, in grado di intervenire all’estero e di sostenere, così, l’influenza economica del Sol Levante.
Uno dei principali cavalli di battaglia di Takaichi è rappresentato dalla proposta di varare una revisione dei vincoli costituzionali che impediscono lo sviluppo delle forze armate, aumentando in maniera consistente le spese militari e allentando le restrizioni finora esistenti sull’export di armamenti. Recentemente, l’esecutivo ha presentato una proposta per nazionalizzare gli impianti di produzione di attrezzature per la difesa, allo scopo di assicurarsi un adeguato approvvigionamento di munizioni durante un’eventuale fase di emergenza. La nuova leadership liberaldemocratica giustifica la sua strategia con la necessità di contrastare “l’espansionismo cinese”, la “crescente minaccia nordcoreana” e l’incertezza sul coinvolgimento militare internazionale degli Stati Uniti, in un quadro di forte competizione economica e militare, che però il riarmo di Tokyo non contribuisce certo a placare.
Tuttavia, la risposta dei giovani giapponesi ai piani di ampliamento numerico delle forze armate di Tokyo, fissate dall’esecutivo, è stata finora tiepida e deludente. Secondo i dati diffusi dal ministero della Difesa, le Forze di autodifesa (Sdf) di Tokyo hanno arruolato, nel 2023, solo 9.959 nuove reclute, garantendo appena il 51% dell’obiettivo di 19.598, il tasso più basso mai registrato e in calo rispetto al 66% dell’anno precedente. Il flop è ancora più evidente se si considera che l’obiettivo era stato innalzato in maniera consistente proprio per sostenere lo sforzo diretto a rafforzare le forze armate, sorretto da una battente campagna mediatica e nelle istituzioni educative. Il divario era più ampio ai livelli più bassi dell’esercito: tra il personale arruolato a tempo determinato, che prestava servizio come soldato semplice dopo un corso di addestramento di tre mesi, nel 2023 i reclutati sono stati solo 3.221, a fronte di un obiettivo di 10.628 (quindi neanche un terzo). Il reclutamento di candidati per il percorso da sottufficiale è andato meglio, con 4.969 reclute, a fronte di un obiettivo di 7.230, ovvero il 69%. Dopo un risultato deludente anche nel 2024, il 2025 ha segnato una leggera inversione di tendenza. Le Forze di autodifesa giapponesi hanno infatti reclutato 11.177 nuovi membri, superando i diecimila per la prima volta in tre anni, e segnando un aumento di 1.453 unità rispetto all’anno precedente. Ma gli obiettivi prefissati continuano a rimanere molto lontani.
Questi numeri sono il frutto di numerosi fattori. Il Giappone vanta un tasso di occupazione quasi totale tra i laureati, e molto alto anche tra i diplomati; nel 2023 per ogni neodiplomato in cerca di lavoro erano disponibili numerose possibili occupazioni, con un mercato del lavoro estremamente competitivo, contrassegnato da una rapida contrazione della popolazione in età lavorativa. Ciò vuol dire che, tendenzialmente, chi termina gli studi può scegliere di intraprendere diverse carriere civili senza essere costretto, per necessità, a intraprendere quella militare. Viene meno in Giappone una condizione comune a molti Paesi, in cui le forze armate sono costituite, in gran parte, da giovani provenienti dagli strati meno abbienti della società. E nel Sol Levante non sembra, per ora, che il dato ideologico, pure sorretto dalla diffusione del nazionalismo e del militarismo anche tra le giovani generazioni, sia in grado di compensare la scarsa propensione ad arruolarsi.
È anche vero che le cifre deludenti dei reclutati riflettono il progressivo invecchiamento della società nipponica: la popolazione compresa tra i 18 e i 26 anni, infatti, negli ultimi trent’anni, è diminuita del 40%, passando da 17,4 a 10,2 milioni nel 2024. A incidere sono poi i fattori culturali e istituzionali: rispetto al passato, sempre più giovani attribuiscono importanza all’autonomia individuale e all’equilibrio tra vita professionale e vita privata, trovando davvero poco attraente la prospettiva di una vita di sacrificio e la rigida gerarchia, tipiche delle Forze di autodifesa.
Inoltre, il già scarso appeal dell’esercito è stato diminuito da una serie di scandali, il più rilevante dei quali è il caso di un’ex soldatessa di fanteria che ha denunciato di essere stata aggredita sessualmente da alcuni colleghi. La denuncia ha condotto non solo alla condanna di tre ex militari, ma anche all’emersione di oltre 1300 casi di bullismo e molestie sessuali. Nel 2023, un giovane cadetto sparò a tre colleghi all’interno di un poligono di tiro, uccidendone due. Pesa, infine, la tradizionale ostilità, o comunque diffidenza, con cui ampi settori della società nipponica hanno considerato le forze armate, reputate, da una parte, colpevoli della tragedia della Seconda guerra mondiale, e, dall’altra, di rappresentare ormai – dopo la riforma “pacifista” dettata da Washington in seguito alla sconfitta di Tokyo – un inutile spreco di risorse. Anche se un sondaggio del gennaio scorso testimonia che l’opinione favorevole sulle Forze di autodifesa raggiunge ormai il 90%, nel 2024 un’altra rilevazione attestava che solo il 9% dei giapponesi sarebbe “disponibile a combattere per il proprio Paese”, se ce ne fosse la necessità.
Fatto sta che la scarsa disponibilità delle giovani generazioni sta frustrando le ambizioni militariste del governo nazionalista di Tokyo, costituendo un ostacolo non indifferente alla strategia dettata dalla nuova premier. Senza un numero sufficiente di reclute, non saranno sufficienti né maggiori spese né l’acquisto di armi tecnologicamente più avanzate e distruttive. Alcune delle contromisure possibili sono già state adottate, senza un particolare effetto. Nel dicembre del 2024, per esempio, l’allora premier, Ishiba Shigeru, decise un aumento degli stipendi per i militari, sperando che la mossa avrebbe accresciuto l’interesse delle potenziali reclute. Dati alla mano, i risultati sono stati finora scarsi, e non è chiaro come l’esecutivo giapponese – e in particolare il ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, che ha finora varato una trentina di nuove indennità e miglioramenti salariali per i militari – intendano ora uscire dall’impasse. Secondo gli studi, la consistenza delle Sdf giapponesi è addirittura inferiore ai livelli finora autorizzati; i membri effettivi delle forze di terra, del mare e dell’aviazione sarebbero, infatti, soltanto 227mila, a fronte di un livello massimo consentito di 247mila unità. E occorre aggiungere che la quantità di ufficiali e sottufficiali è troppo alta rispetto alla consistenza della truppa. Insomma, come rileva un’analisi della Brookings Institution, ancora nel 2025 il divario tra l’ambizione a una crescita qualitativa, quantitativa e di ruolo delle forze armate, e la reale consistenza del capitale umano a disposizione, è ancora rilevante.








