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Il ruggito del leone Biden

Il vecchio (e in verità un po’ spelacchiato) leone ha ruggito, e la giungla per un momento ha taciuto. La giungla dei suoi consiglieri...

In Russia si prova a censurare l’arte

Qualcuno l’ha definito “inefficace”. Qualcun altro l’ha considerato semplicemente “censura”, senza troppi giri di parole. Il progetto, dal lungo e impegnativo nome “Fondamenti della...

Tra la Russia e la Nato una partita che riguarda l’Europa...

Nelle ore in cui il presidente turco, Erdogan, è a Kiev, per firmare importanti accordi bilaterali e tentare una mediazione tra il suo interlocutore ucraino e il suo omologo russo, vale forse la pena di ricordare che la Turchia è ancora un membro della Nato. Un’adesione sempre più problematica, visto che Erdogan ha maggiore familiarità con Putin, e vorrebbe importarne la ricetta politica nel suo Paese al fine di portare a casa l’ennesima rielezione l’anno prossimo. Un mediatore più amicale Putin non poteva trovarlo. I due hanno consolidata esperienza di spartizione mediorientale, cresciuta nel tempo, da quando Ankara e Mosca furono sul punto del baratro diplomatico per via di quel mig russo, diretto in Siria, abbattuto da Ankara perché sconfinato sui propri cieli.

Le ambiguità, del resto, non hanno salvato la Turchia dal corrente disastro economico, ma potrebbero tornare utili a tutti in questo momento, così da trovare il bandolo per parlarsi e uscire dallo stallo ucraino. Questo stallo non riguarda solo l’Ucraina: ha come posta in gioco l’intero assetto della sicurezza europea, com’è stato definito tra le parti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La questione riguarda tutta l’Europa, anche questa Italia più attenta al festival di Sanremo che alle vicende internazionali, quasi che la nostra sicurezza non ci riguardasse. Non è così; e l’uso spregiudicato della carta “forniture del gas russo”, oggi quasi in regime di monopolio, dovrebbe dimostrarlo a tutti i cittadini-telespettatori.

La questione ucraina e i dilemmi della Germania

Sembra che sulla questione ucraina Olaf Scholz sia finora riuscito a scontentare tutti. Di certo gli alleati della Nato, che hanno ritenuto opportuno rafforzare la loro presenza e ribadire la linea adottata con la conferenza congiunta del 25 gennaio a Berlino, durante la quale un muscolare Emmanuel Macron ha affermato che “in caso di aggressione all’Ucraina ci sarà una risposta e il prezzo sarà molto alto”; mentre Scholz, pur confermando in linea di massima la sua adesione alla posizione francese, ha voluto prudentemente aggiungere che “è necessario lavorare a una soluzione mediante un dialogo bilaterale”.

La “Frankfurter Allgemeine”, il giorno seguente, ha sottolineato che questi colloqui tra leader europei “avvengono troppo tardi”; e che le relative debolezze di una Germania con un governo inedito, la cui tenuta è tutta da valutare, e di una Francia con le prossime elezioni, probabilmente le più confuse della sua storia, hanno condizionato pesantemente la valutazione dei tempi di sviluppo della crisi ucraina. Ora si starebbe cercando, in tutta fretta, di “rimettere un piede nella porta” nel momento in cui le cose stanno precipitando. Anche i media russi, del resto, non hanno apprezzato, e parlano di incoerenza e di “irresolutezza” della leadership europea, che renderebbe difficile avanzare nelle trattative. Proprio questa incertezza europea finirebbe per rendere pericolosa una situazione in cui la Russia – come ha sostenuto l’agenzia “Novosti”, commentando l’incontro di Berlino – è unicamente alla ricerca di garanzie sulla sua sicurezza e di interlocutori affidabili.

Lo strano ritorno dell’Unione Sovietica

Prima di entrare in un conflitto bisogna capire le ragioni dell’altro, e sarebbe meglio se a farlo fossero entrambi i possibili belligeranti. Provando a...

Il piccolo gioco: la Nato, la Germania e quei vicini a...

La questione dell’allargamento della Nato verso Est ha da tempo coinvolto e messo al centro del mirino non solo l’Ucraina, ma anche gli stati dell’Asia centrale e il Caucaso. A partire almeno dall’annessione russa della Crimea nel marzo del 2014, e dall’esplodere del confronto armato dei separatisti dell’Ucraina orientale sostenuti dalla Russia, le tensioni sono diventate sempre più evidenti, mettendo in luce quanto sia complesso il gioco che si sta giocando intorno ai destini dello spazio postsovietico. Si conferma, da questo punto di vista, come estremamente centrata l’affermazione di Putin che definì, nel 2005, il crollo dell’Unione sovietica come “la più grande delle catastrofi geopolitiche”, destinata ad avere ripercussioni per tutto il Ventunesimo secolo.

Ma se l’Unione sovietica si è dissolta, anche l’Europa è cambiata. Da una parte, il suo allargamento è giunto ormai a includere Paesi ai confini dell’ex impero sovietico; dall’altra, il ruolo preminente per il suo destino della Germania riunificata è ormai un fatto. La potenza tedesca ha una collocazione centrale all’interno del sistema di forze europeo, ed è in grado di orientarne le scelte sullo scacchiere planetario. In questa prospettiva i rapporti tra la Germania e i suoi vicini a Est vanno ben oltre le semplici questioni tedesche, alimentando un “piccolo gioco” locale di potere, dalle implicazioni però mondiali.  

Mali, cosa c’è dietro il relativo disimpegno militare francese

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La Russia, questa sconosciuta

Alcune settimane fa l’agenzia Bloomberg aveva lanciato l’allarme – “secondo documenti dell’intelligence Usa, la Russia starebbe preparando l’invasione dell’Ucraina” –, pubblicando un report corredato...

Crisi tra Polonia e Bielorussia, una partita geopolitica

A consumarsi in queste ore nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia non è solo l’ennesima crisi umanitaria che vede protagonisti, da un lato, alcune migliaia di migranti (provenienti, in questo caso, soprattutto dal Kurdistan iracheno e dalla Siria) protesi a raggiungere l’eldorado europeo, e dall’altro le forze polacche di polizia e dell’esercito. Dentro questa crisi ce n’è un’altra, che ha le vesti di una complicata partita geopolitica e coinvolge gran parte delle aree roventi del pianeta. Vladimir Putin – zar di ciò che è rimasto della dissoluzione di un impero, protettore della satrapia post-sovietica bielorussa – ha potuto dichiararlo con beffarda chiarezza: l’Europa, sulla questione dei profughi, si gioca la credibilità rispetto ai propri strombazzati princìpi umanitari, ed è inoltre corresponsabile della devastazione di quelle terre da cui essi fuggono.

Che ciò sia vero o falso (vero per quanto riguarda l’Iraq, in cui gli europei intervennero nell’insensata guerra voluta dagli Stati Uniti, falso relativamente alla Siria, dov’è piuttosto la Russia responsabile dell’appoggio al dittatore locale e alle sue persecuzioni ai danni degli oppositori), non toglie nulla alla circostanza che voli charter da Damasco a Minsk, con tanto di visto turistico, siano stati organizzati di recente, alimentando così il miraggio di chi non ce la fa più a vivere dove vive. E non v’è dubbio che i profughi siano per il satrapo bielorusso, anziché dei rifugiati, un’arma impropria da spingere verso i confini occidentali, ben conoscendo l’allergia ai migranti manifestata dall’attuale regime polacco, tra l’altro a un passo dalla rottura con l’Unione europea.

Un pianeta presto arrostito?

“Manca un minuto a mezzanotte”, ha dichiarato ieri Boris Johnson, forse in un momento di resipiscenza dopo le conversazioni che il G20 ha dedicato...