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Su Milano l’ombra del modello Doha

9 Giugno 2026 Paolo Barbieri  716

C’era una volta il sindaco Giuseppe Sala, che gonfiava il petto a reti unificate per il “modello Milano”, città “attrattiva” soprattutto per i capitali internazionali coinvolti in uno sviluppo edilizio innegabile, che però sta imponendo costi sociali pesanti a vaste fasce di popolazione espulse dalla metropoli in conseguenza della crescita inarrestabile dei valori immobiliari e dei prezzi degli affitti. Ma dopo le ombre sollevate dalla procura su qualche regalo di troppo ai costruttori, e dopo il goffo tentativo di ottenere copertura legislativa retroattiva con il disegno di legge “salva-Milano” arenatosi al Senato, un recente episodio di cronaca rischia di proiettare nel mondo un’immagine ancora peggiore della capitale finanziaria d’Italia – anche se in questo caso l’amministrazione meneghina non c’entra, non direttamente almeno. Un’immagine che ricorda, per certi versi, i “miracoli” edilizi per i mondiali di calcio del 2022 in Qatar, oggetto di drammatiche denunce da parte delle principali organizzazioni globali di difesa dei diritti umani.

Succede che, nell’area dell’ex tiro a segno nazionale di piazzale Accursio, sia in costruzione una sorta di “quartiere diplomatico”, il cui fulcro è la sede del nuovo consolato degli Stati Uniti. Un progetto, manco a dirlo, di “rigenerazione urbana” da centinaia di milioni di euro, per il quale la fetta appaltata alla Caddell Construction (con sede a Montgomery, in Alabama) vale circa 210 milioni di dollari. Le toghe milanesi, che già da un po’ hanno iniziato a svelare i meccanismi dello sfruttamento estremo in altri settori dell’industria e dei servizi, scoprono che, oltre a esportare la democrazia con i metodi tristemente sperimentati in mezzo mondo, gli Stati Uniti esportano anche modelli di business incompatibili con le leggi della Repubblica italiana.

Secondo l’accusa, infatti, centinaia di operai indiani sarebbero stati reclutati attraverso intermediari nel loro Paese di origine, si sarebbero coperti di debiti per pagare i cinquemila euro loro richiesti per avere il visto di lavoro; una volta in Italia, sarebbero stati espropriati in automatico di una quota di salario per pagarsi vitto e alloggio, operazione che consentiva di far figurare paghe contrattuali regolari, mentre di fatto, anche considerando il quasi raddoppio dell’orario effettivo di lavoro (portato abusivamente a sei giorni a settimana, e fra le dieci e le dodici ore giornaliere, fino a sfiorare le 250 ore mensili medie), erano retribuiti con circa due euro l’ora. Per la procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto l’arresto di due responsabili del sistema di caporalato, e ha affidato a un commissario giudiziario la gestione pro tempore della società coinvolta, si tratta di una forma di “para-schiavismo”.

Potrebbe sembrare un’operazione innovativa di management creativo, una situazione eccezionale di banditismo d’impresa. Eppure, proprio il caso della costruzione delle infrastrutture per i mondiali in Qatar, e il boom economico a esse legato, dimostra che esiste un modello organizzativo collaudato. Il rapporto di Amnesty International The Ugly Side of the Beautiful Game (si potrebbe tradurre con “Il lato oscuro del calcio”) denunciava, nel 2016, lo sfruttamento sistematico dei lavoratori migranti impiegati nella ristrutturazione dello stadio Khalifa di Doha. Molti operai, provenienti da India, Nepal e Bangladesh, avevano contratto debiti per pagare commissioni di reclutamento illegali, subendo poi confisca del passaporto, salari inferiori a quelli promessi e minacce in caso di protesta. Amnesty documentò turni molto lunghi, spesso superiori alle dieci-dodici ore giornaliere, per sei o sette giorni alla settimana, in condizioni climatiche estreme. Non è mai stato realmente accertato il numero dei morti sul lavoro negli anni del grande sforzo cantieristico degli emiri: ma alcune stime internazionali parlano di migliaia di vittime; la più celebre, un’inchiesta pubblicata nel 2021 dal quotidiano britannico “The Guardian”, conteggiava in 6.750 le vittime fra il 2010 e l’anno dei mondiali, solo relativamente ai migranti provenienti da nazioni dell’Asia meridionale. Cifra contestata a suo tempo da fonti qatariote, però, che parlavano di morti per cause naturali, perfino per le decine di operai collassati nei cantieri degli stadi, dove prestavano servizio nelle condizioni descritte da Amnesty.

Tornando alle vicende di casa nostra, il singolo caso di cronaca è rilevante perché non isolato. Proprio il magistrato milanese che segue l’inchiesta sul cantiere del consolato, il sostituto procuratore Paolo Storari, in una recente audizione di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro in Italia, ha descritto in questi termini lo scenario illuminato dalle varie inchieste della procura (le più note sullo sfruttamento dei riders e sulle catene di fornitura delle case di moda): “Ci sono fenomeni di sfruttamento del lavoro che sono largamente impuniti e socialmente accettati, tutti noi siamo spettatori di fenomeni di illegalità”. Anche se in edilizia non accadono magari episodi estremi come quello dei braccianti arsi vivi in Calabria, un recente rapporto sullo sfruttamento lavorativo, a cura del Centro di ricerca interuniversitario “L’Altro diritto”, in collaborazione con l’Osservatorio Placido Rizzotto e la Flai Cgil, che si concentra sugli abusi in agricoltura (“terzogiornale” ne parla qui), lancia l’allarme su quelli che definisce i settori dello “sfruttamento sommerso”: appunto edilizia, poi servizi di cura alla persona, ristorazione e turistico-ricettivo.

C’è dunque un problema di sistema, che dovrebbe allarmare non poco la politica, dedita da tempo agli stanchi riti della commemorazione (anche nelle aule parlamentari vengono onorate le vittime degli incidenti sul lavoro, incidenti che però sono spesso figli della diffusione di metodi di sfruttamento selvaggio della manodopera e della mancanza di controlli). Per non affidarsi agli interventi repressivi della magistratura, servirebbe evidentemente rafforzare il sistema dei controlli: secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) il numero di ispettori in forza sul territorio italiano, al 31 dicembre 2025, è pari a 4.366 unità fra Inl, Inps, Inail e carabinieri, che hanno prodotto, nello scorso anno solare, un totale di 157.381 accessi ispettivi, numero sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente, quando erano stati 158.069. Ma la politica, in particolare in questa legislatura a trazione di estrema destra, sembra piuttosto interessata a limitare le interferenze nei confronti delle imprese. Il decreto legislativo 103/2024, sulla semplificazione dei controlli, ha introdotto il principio del preavviso: le pubbliche amministrazioni (incluso l’Inl) devono inviare all’impresa la richiesta della documentazione almeno dieci giorni prima dell’avvio del controllo. Del resto, si tratta della stessa area politica che ha prodotto, sull’ultimo decreto lavoro, l’emendamento dei relatori – poi parzialmente riformulato in extremis, nel corso dell’esame in commissione alla Camera, forse per andare incontro alle rimostranze della Cisl, sindacato tutt’altro che ostile al governo Meloni – finalizzato ad annacquare perfino l’ambiguo concetto del “salario giusto” (vedi qui) e ad aprire, di fatto, ai contratti al ribasso, quando non a veri e propri contratti-pirata, siglati dai sindacatini tradizionalmente vicini ai partiti di destra.

Il caso Caddel, insomma, illumina, è vero, una situazione estrema. Ma anche senza le manifestazioni esasperate del modello Doha nel cuore economico dell’Italia, il tema delle condizioni dei lavoratori nel nostro Paese (salario, diritti, sicurezza) rimane probabilmente la prima emergenza da affrontare nella costruzione di un’ipotetica alternativa di governo. Sempre che le contorsioni interne alla coalizione di centrosinistra, e alle sue correnti interne, lascino il tempo, a leader e strateghi, di occuparsi del mondo reale.

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TagsCaddel construction caporalato lavoratori immigrati Milano mondiali in Qatar operai indiani Paolo Barbieri para-schiavismo Stati Uniti

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