Come già nel 2021, a Erevan ha vinto l’Europa contro Mosca. Ad affermarsi nelle elezioni parlamentari, che hanno coinvolto 2,4 milioni di elettori, è stato infatti il partito Contratto civile, di carattere centrista, come più o meno tutti i partiti orientati verso Bruxelles presenti nei Paesi dell’Europa dell’Est. Il successo è stato tale che il primo ministro, Nikol Pashinyan, giornalista in carica dal 2018, potrà formare il nuovo governo senza alleati. I numeri parlano chiaro: Contratto civile ha ottenuto 727.160 voti (49,81%), un po’ meno di cinque anni fa, quando superò di poco il 53% dei consensi. Il blocco di opposizione, Armenia forte, è secondo, con 340.062 voti (23,29%), mentre la terza forza politica, Alleanza Armenia, è arrivata solo al 9,94%.
Come d’abitudine nell’Europa dell’Est – anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di Paese euroasiatico – non mancano le reciproche accuse di brogli, respinte naturalmente dal vincitore, che ha negato qualsiasi “influenza illegale sul voto”. Uno dei primi obiettivi sarà lo “sradicamento del sistema criminale-oligarchico, così come hanno richiesto i cittadini”, la pace con l’Azerbaigian, storico nemico dell’Armenia (vedi qui), e l’apertura del confine con la Turchia, il cui attraversamento è consentito solo a cittadini terzi.
Che la campagna elettorale non si sia svolta proprio regolarmente lo dimostrerebbe l’arresto, un giorno prima del voto, di sei candidati dell’opposizione, mentre era in corso un comizio di Armenia forte – formazione che ha sempre accusato il governo di volere accentuare il conflitto con la Russia –, che saranno sottoposti a un processo di fatto, senza alcuna motivazione apparente. Questa organizzazione è di proprietà del miliardario russo-armeno, Samvel Karapetyan, agli arresti domiciliari con l’imputazione di avere incitato al rovesciamento del governo, anche se lui respinge le accuse e considera di carattere politico questo accanimento giudiziario. All’inizio della scorsa settimana, il ministero dell’Interno ha inoltre dichiarato di avere identificato almeno settantotto casi di reati pre-elettorali, e di avere arrestato quarantaquattro persone, senza specificare a quali formazioni politiche appartenessero. E non sono mancate accuse, da parte di organizzazioni e associazione varie, di interferenze russe, al solito respinte dal Cremlino.
Questi arresti non possono comunque non preoccupare anche chi non ha simpatie per Mosca. “Pashinyan – sostiene Luna de Bartolo, collaboratrice dell’’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa’ – è arrivato al potere promettendo la democrazia, e, sebbene l’Armenia non sia mai stata così libera, si rafforzano i sospetti di un’applicazione selettiva della giustizia, mentre i media indipendenti e le organizzazioni della società civile denunciano crescenti pressioni: una tendenza – aggiunge la giornalista – che non può essere legittimata dalla necessità di difendersi dalle interferenze esterne. È anche su questo terreno, non meno importante, che verrà definito il futuro del Paese”.
A proposito della Russia, questo ulteriore avvicinamento all’Europa ha già comportato, prima ancora della consultazione elettorale, delle restrizioni all’export armeno verso Mosca, che potrebbero conoscere un ulteriore rafforzamento. Tutto all’interno del solito dilemma “Bruxelles o Mosca” (vedi qui), in un contesto in cui i contatti con il principale Paese dell’ex Urss – della quale l’Armenia era parte – non possono essere cancellati; al riguardo, del resto, non è escluso che i rapporti, passata la fase post-elettorale, possano conoscere una relativa distensione, già presente nel programma del partito di governo.
“Il voto – dice Eleonora Tafuro Ambrosetti, ricercatrice presso il Centro Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) – è stato descritto da stampa e analisti come il più ‘geopolitico’ nella storia dell’Armenia. Questa definizione non è esagerata: la campagna – sottolinea Ambrosetti – si svolge (il commento è stato scritto un giorno prima del voto, ndr) mentre il governo di Nikol Pashinyan cerca di consolidare una strategia di diversificazione esterna, che punta ad avvicinare il Paese all’Unione europea (fino addirittura a ipotizzare un irrealistico processo di adesione), senza però uscire dalle architetture regionali, che continuano a legarlo alla Russia. Eppure descriverla come una scelta tra Occidente e Russia, come avvenuto in diversi organi di stampa europei e americani, non rispecchia la realtà molto più complessa, fatta di questioni economiche, di politica interna ed estera e, in ultima analisi, di un processo di ridefinizione dell’identità nazionale, dopo la perdita del Nagorno-Karabakh”.
In ultima analisi, malgrado la schiacciante vittoria degli europeisti – ma i filorussi hanno pur sempre oltre il 30% dei consensi –, il risultato elettorale, in luogo di allontanare i due “schieramenti”, potrebbe e dovrebbe intelligentemente avvicinarli, cercando uno sganciamento da pericolose derive identitarie. Tuttavia, la repressione messa in atto prima del voto, nei confronti degli avversari di Contratto civile, al momento non lascia ben sperare.








