Corteo, bandiere rosse sindacali, primi cittadini con i tricolori. Sabato 6 giugno, ad Amendolara, tra Cosenza e Matera, è andata in piazza, con un sussulto di dignità, una parte di questo nostro Paese. Per ricordare le quattro vittime di una violenza da Medio Evo. Per giurare che non ci stancheremo di lottare per cancellare questa vergogna nazionale. Non erano streghe le quattro vittime bruciate vive. Un pachistano e tre afgani, tra i 19 e i 29 anni, sono morti in un moderno rogo. Chiedevano di essere pagati per il lavoro di braccianti. Chiedevano di vivere non in dieci, stipati in un’unica stanza. Chiedevano, insomma, di essere trattati da persone civili e non da bestie. E come risposta, i due pachistani negrieri, caporali, assassini, hanno sparso benzina sui loro corpi e sono stati ben attenti a tenere bloccate le portiere del piccolo van. Morte atroce, dopo una vita orribile. Forse ad Amendolara bisognava sfilare muti. Un corteo funebre, silenzioso, per rispettare i morti. Per prendere le distanze dalla farsa, dall’ipocrisia di questa Italia.
Incredibili i titoli dei giornali nelle ore successive al rogo degli innocenti. “Stretta contro il caporalato. Al via ispezioni straordinarie in tutta Italia”. E la ministra del lavoro, Marina Calderone, che scandisce bene: “Più ispettori. Tolleranza zero contro lo sfruttamento”. “La nostra intenzione è contrastare, con ancora maggiore incisività, ogni forma di sfruttamento”. Ma davvero crede in quel che dice, la ministra? Davvero i giornali prendono in parola gli impegni di “pugno duro contro gli sfruttatori”?
Viene la nausea a sentire parole senza senso, ipocrite, false. Vogliamo fare una ricerca su Google su tutte le promesse mai mantenute dai governi che si sono alternati dalla fine del secolo scorso a oggi? Molti non ricordano, altri non sanno. Potremmo mettere una data di inizio a questo buco nero della democrazia e della civiltà, che è la violenza e lo sfruttamento bestiale di lavoratori stranieri, clandestini, che non hanno alcuna tutela sindacale, cominciando magari dalla morte di Jerry Masslo, a Villa Literno? Era il 25 agosto 1989, e il rifugiato (nero) sudafricano (Nelson Mandela era ancora in carcere e in Sudafrica regnava l’apartheid) fu ucciso in un casolare preso d’assalto da rapinatori camorristi. Ma quella fu l’occasione per scoprire la “rotonda degli schiavi”, dove ogni mattina, all’alba, centinaia di neri aspettavano i caporali che li ingaggiavano per poche lire al giorno per la raccolta del pomodoro (o anche come lavoratori edili nei cantieri abusivi). E scoprimmo così l’esistenza di una Soweto mediterranea, Castel Volturno, un mondo nero in terra di casalesi e bufale.
Era un buco nero (lo è ancora oggi) il litorale della Domiziana. In quegli anni Novanta, i casalesi controllavano ogni metro quadrato della strada e ottenevano il pizzo, la percentuale, sulle prostitute dai rispettivi “caporali” – per non dire “protettori” – di matrice etnica. E potremmo estendere l’“estorsione” dei clan territoriali anche a quanto riguarda i traffici di droga, di armi e di “merce umana”, i braccianti e i loro caporali etnici. Il traffico di clandestini è sempre stato gestito da organizzazioni criminali etniche, che curano la partenza fino alla destinazione finale di chi a loro si è rivolto.
Negli anni Ottanta, la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo pretendeva il pizzo per ogni stecca di sigarette di contrabbando gestita da clan camorristici avversari nei propri territori. Ma oggi chi controlla questi territori? Le varie mafie, con il nuovo millennio, hanno cambiato pelle, si sono evolute? Sono ancora predatorie, nel senso che con la violenza pretendono una quota di profitti prodotti da imprese, commercianti, altre mafie etniche? Ne siamo così sicuri? O c’è una deregulation nei territori, diventati terre di conquista di chiunque?
Come si può gridare contro lo sfruttamento bestiale quando, nelle politiche del lavoro, questo governo esalta lo spontaneismo selvaggio di un capitalismo amorale? Quando si rende precario il lavoro, si espongono i lavoratori al ricatto. Ma se l’inizio di questa terribile storia non fossero Jerry Masslo e Villa Literno? Partiamo dagli inizi degli anni Novanta, da Cerignola la “rossa” e “nera”, che ha dato i natali al rifondatore della Cgil nel dopoguerra, Giuseppe Di Vittorio, e anche a Pinuccio Tatarella, leader di Alleanza nazionale. I caporali etnici ingaggiavano – nella Capitanata, granaio d’Italia, e “miniera dell’oro rosso”, i pomodori – i braccianti clandestini. Facendoli lavorare a cottimo. Creando scosse telluriche in un mercato del lavoro che le leghe bracciantili, i sindacati, cercavano di tutelare con tutte le proprie forze. Costringendo le associazioni degli agrari a firmare contratti dignitosi e a garantire il trasporto nei campi. Un modo per contrastare concretamente i caporali che fornivano ai lavoratori anche il trasferimento nelle aziende agricole. Ed è così che sono nati tumulti tra braccianti cerignolesi sindacalizzati e braccianti clandestini. Una situazione molto tesa, in quei mesi, complicata anche dall’assenza di una rete di servizi in grado di dare ospitalità a migliaia di braccianti costretti a bivaccare nei paesi, o nelle loro periferie, creando tensioni.
Poi venne la tragedia di Oria. Era il 25 agosto 1993. Un furgoncino con nove donne stipate al suo interno che andavano nei campi, si ribaltò. Tre lavoratrici morirono. E si scoprì così il caporalato bianco, le complicità di pezzi di apparati pubblici, di quei famosi ispettorati del lavoro sonnolenti. E le ditte di trasporto complici. E le aziende agricole che per creare maggiori profitti alimentavano il mercato illegale del lavoro, assumendo braccianti clandestini. E questo meccanismo criminale restava sostanzialmente impunito grazie all’intermediazione della “politica”.
Una ragnatela di complicità e interessi che una prima legge sul caporalato ha tentato di spezzare. Amendolara non è un pezzo di “Calafrica”. Non ha a che fare con l’arretratezza della Calabria o del terzo mondo degli immigrati “schiavi”. È una piaga che facciamo finta di non vedere e che ha infettato il Paese. Non solo il Sud, anche il Nord. È vero, però, che a differenza di quanto accadeva a Villa Literno o a Cerignola, in quei tempi, oggi dobbiamo fare i conti con un’Italia attraversata da forme di razzismo e di rifiuto degli immigrati sempre più preoccupanti. E l’esplosione del fenomeno Vannacci ne è una conferma. Ma paradossalmente il mercato del lavoro “deviato” di oggi è figlio di una legge voluta da un governo di centrodestra, la Bossi-Fini. Da un quarto di secolo è operativa. A parole, l’opposizione è sempre stata contraria, ma, quando era al governo, non l’ha mai cambiata.
C’è un meccanismo che ricorda il “Comma 22”. Ricordate? “Il comma 22 è una situazione impossibile in cui viene impedito di fare una cosa, fino a quando non viene fatta un’altra cosa che non può essere fatta finché non viene fatta la prima cosa”. Al di là del bisticcio di parole, la Bossi-Fini, a proposito di lavori stagionali, parla di ingresso di immigrati a condizione che dimostrino di avere trovato un’azienda, un’impresa o officina che li assume. Chiaro?
Se dilaga l’illegalità del mercato del lavoro, è perché vi sono filiere di “italiani”, in combutta con gli sfruttatori “etnici”, che organizzano la compravendita di “chiamate nominali”, di poveri cristi che dall’Afghanistan, o da qualsiasi altro inferno, sognano un lavoro civile e dignitoso.
Lo Spoon River dei braccianti italiani o stranieri vittime del caporalato e della violenza arriva ai giorni nostri, a poco prima di Amendolara. Il 12 maggio, a Poggio Imperiale, provincia di Foggia, un bracciante romeno muore nell’incendio della sua roulotte. Il 9 maggio, a Taranto, un bracciante maliano viene ucciso all’alba in un bar, da un branco di ragazzi. Crimine d’odio. All’alba dello stesso giorno, a Chioggia, sulla via Romea, un minivan rotola in un canale. Tre dei nove braccianti clandestini muoiono imprigionati nel minivan. E non possiamo non ricordare Satnam Singh, il bracciante indiano morto dissanguato a Borgo Santa Maria, Latina, vittima di un incidente sul lavoro (un macchinario avvolgi-tubi gli tranciò un braccio). Il padrone, invece di portarlo in ospedale, lo scaricò davanti la sua abitazione (vedi qui).
L’Osservatorio Placido Rizzotto del sindacato dell’agroindustria della Cgil, la Flai, nel settimo rapporto su “Agromafie e caporalato”, riporta alcuni dati significativi. “I dati Istat rilevano che, nel 2023, il valore economico corrente nel settore agricolo è stato di ben 73,5 miliardi di euro, a cui – per determinarlo – ha compartecipato un numero di occupati pari a 872.100 unità (di cui: 472.000 dipendenti, 423.000 indipendenti)”. “Sempre l’Istat stima che, nel 2023, erano circa duecentomila i lavoratori irregolari occupati nelle diverse articolazioni del settore agricolo, con un tasso di irregolarità per i dipendenti pari al 30%. Nello specifico, le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento nel settore agricolo si confermano intorno alle 55mila, e la stragrande maggioranza di esse non viene intercettata dalle istituzioni”. “I nostri studi empirici realizzati sul territorio evidenziano, peraltro, come questi dati siano certamente sottostimati, e comprendano al loro interno una larga parte di lavoro sfruttato e finanche pratiche para-schiavistiche”.







