La destra sembra andare avanti con la sua proposta di legge elettorale – i Fratelli d’Italia amano chiamarla “Stabilicum” o “Melonellum”, ma il nome più appropriato è forse “Ruba-voti”. Tutte le opposizioni (Pd, 5 Stelle, Avs, Iv, Azione, Più Europa) si sono espresse contro, ma giovedì 4 giugno, in Commissione Affari costituzionali della Camera, è stato adottato il testo base, noto anche come “Bignami-bis”, dal nome del famigerato capogruppo meloniano: un testo che mira, tra le altre cose, a impedire che si possano formare maggioranze parlamentari dopo il voto, come spiega un documento interno elaborato dall’ufficio studi del gruppo dei deputati di Meloni, preoccupata più di ogni altra cosa di possibili governi tecnici.
Sul testo base verranno presentati emendamenti (entro le ore 12 di giovedì 11 giugno), come stabilito dall’ufficio di presidenza della Commissione, tra le proteste delle opposizioni che hanno gridato, inascoltate, all’umiliazione del parlamento. La tempistica è già decisa: lunedì 15 la presidenza della Commissione si esprimerà sulle inammissibilità degli emendamenti presentati, mentre le giornate dal 16 al 23 giugno saranno dedicate all’esame delle proposte di modifica. Il 24 giugno sarà votato il mandato ai relatori a riferire in Aula, dove il testo è atteso il 26 giugno per la discussione generale. Di lì in poi la destra vorrebbe stringere i tempi, al punto da incassare la legge prima della pausa estiva, ma questo sarà assai difficile, a meno di non fare strame di ogni regola, prospettiva non impossibile secondo lo stile della casa, che andrebbe però incontro a un conflitto politico ad alta tensione, nonostante ogni santo giorno gli esponenti della destra predichino la condivisione delle norme elettorali, parlando però solo con se stessi.
Il testo, come abbiamo già raccontato (vedi qui), prevede un proporzionale con premio di maggioranza fisso (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) da assegnare alla lista o alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei voti; al di là del risultato ottenuto, la coalizione che si aggiudica il premio potrà godere di un tetto massimo di seggi, non oltre i 220 alla Camera e 113 al Senato. Se nessuno raggiunge la soglia del 42%, i seggi verranno distribuiti col proporzionale puro. I parlamentari sono eletti con due tipologie di liste bloccate: quelle presentate a livello di ciascun collegio plurinominale (con al massimo sei candidati), e quelle a livello circoscrizionale per l’eventuale attribuzione del premio. Le soglie di sbarramento per l’accesso al riparto dei seggi sono al 10%, per le coalizioni di liste, e al 3% per le liste singole o coalizzate, salvo il ripescaggio, in ciascuna coalizione di liste, della prima coalizzata rimasta al di sotto di tale soglia. Al Senato, resta la deroga prevista dal sistema vigente per le liste che abbiano superato il 20% in una sola regione. Infine, e non ultimo, la coalizione deve presentare, con il programma elettorale, il nome “della persona da indicare come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio”: se non lo facesse le conseguenze sarebbero tombali, cioè un’assurda inammissibilità delle liste.
Si vocifera che quest’ultimo punto potrebbe essere cancellato alla fine, vista la sua totale, esplicita, enorme incostituzionalità: per evitare inciampi successivi all’approvazione della legge, la soluzione potrebbe essere un emendamento che lo elimini, concordato tra gli alleati di maggioranza, sempre sotto la stretta regia di palazzo Chigi – i singoli parlamentari della destra hanno infatti ricevuto l’ordine di non presentare iniziative autonome. Tuttavia, anche se dovesse essere modificata questa norma tanto cara alla destra – soprattutto perché mette in difficoltà il campo avversario, non ancora preparato a esprimere un leader, o a respingere il presupposto della necessità assoluta di un leader – resta il nodo dell’incostituzionalità della incredibile esclusione del Trentino alto Adige e della Val d’Aosta dal computo dei voti, o quella di un unico listone, su base non collegiale ma nazionale, per la nomina dei 70 deputati (all’interno del quale salterebbe anche la parità di genere).
L’altro ostacolo potrebbe essere la questione delle preferenze: i deputati che fanno capo a Roberto Vannacci, affamato com’è di consensi, dicono che presenteranno un loro emendamento su questa materia, che sarà votato a scrutinio segreto, come prevede il regolamento per le questioni che riguardano i diritti di libertà e della persona. A quel punto, se dovesse raccogliere la maggioranza dei voti, salterebbe l’accordo e andrebbe a gambe all’aria tutta l’operazione – perché sull’argomento non mancano le spinte contrarie di Lega e Forza Italia. Nel beato limbo dove sembra vivere l’ineffabile ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati – ha detto che la maggioranza ha accolto gran parte delle osservazioni dei costituzionalisti auditi, che coincidono con molte delle richieste avanzate dalle opposizioni, quando in realtà i costituzionalisti hanno demolito il testo –, la destra procede a folle velocità su una strada piena di ostacoli, che speriamo possano essere punti di forza per fermare questa operazione. Tra il premio di maggioranza e una nuova verticalizzazione del potere – con l’indicazione del leader e i parlamentari nominati, dunque sempre più distaccati dalla realtà del Paese –, il “Melonellum” si profila, appunto, come una legge “Ruba-voti”.








