“In Italia gli stipendi sono gli stessi di trent’anni fa, una vergogna. Oggi ci sono tanti motivi per festeggiare, ma anche per piangere”. La frase è stata pronunciata, durante il concertone del primo maggio, non da un sindacalista, ma da Riccardo Zanotti, cantante dei “Pinguini tattici nucleari”. Gli ha fatto eco uno dei conduttori della lunga maratona musicale di piazza San Giovanni in Laterano, che ha accolto anche quest’anno migliaia di ragazze e ragazzi, Pierpaolo Spollon. L’attore ha voluto ricordare Satnam Singh, “morto sul lavoro senza dignità”, abbandonato nelle campagne di Latina senza un braccio, amputato da un macchinario (vedi qui). “Lavoro dignitoso, che non deve essere solo uno slogan, ma un diritto che noi tutti dobbiamo pretendere”, è stato il messaggio finale del suo monologo. E poi altri artisti e artiste, alternatisi sul palco durante tutta la giornata, che si sono espressi per denunciare la condizione dei lavoratori nell’epoca della “fine del lavoro” e dell’intelligenza artificiale. Una voglia di scandire messaggi politici, insomma, nel corso di uno spettacolo “impegnato”, che ha suscitato anche non poche polemiche a destra per gli attacchi al fascismo (Mussolini un “morto sul lavoro”) e per le critiche all’apologia strisciante della guerra. Dalla piazza, gli applausi da parte di quegli stessi giovani che hanno determinato il risultato del referendum sulla magistratura.
Anche sul fronte istituzionale, il tema della sicurezza sul lavoro, scelto dai sindacati confederali Cgil, Cisl, Uil per celebrare la festa 2026, è stato ripreso e sottolineato. Aveva dato il la il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in visita in una fabbrica storica dell’industria italiana – la Piaggio, quella della mitica Vespa – ha detto che le “morti sul lavoro sono un tributo inaccettabile”. Nella festa della Repubblica fondata sul lavoro dobbiamo ricordarci che la sicurezza è un dovere che “non consente rinunce o distinguo”. Il presidente ha fatto appello alla politica, e anche ai sindacati, che dovrebbero ritrovare la loro unità, per essere più forti nelle rivendicazioni e nella difesa dei diritti. Lo stesso appello che, nei giorni precedenti il primo maggio, era stato lanciato da un folto gruppo di ex sindacalisti, con una lettera agli attuali segretari generali di Cgil, Cisl, Uil. Ma ora tutti questi appelli e quelle immagini evocate dai cantanti del concertone dovranno essere messi alla prova della dura cronaca politica.
Il primo banco di prova è il decreto “primo maggio” varato dal governo Meloni, che, com’è ormai consuetudine, cerca di recuperare consensi sui temi sociali. Una strada che quest’anno è stata battuta più degli anni passati, a causa della sconfitta nel referendum. La batosta sulla giustizia ha portato l’esecutivo – che festeggia il record della longevità, ma che, con tutta evidenza, deve fare i conti con sondaggi negativi – a parlare di giustizia sociale. Ci vuole un “salario giusto”, non quel salario minimo su cui si ostinano a dare battaglia le opposizioni. Non si sta parlando, quindi, di una soglia minima, che dovrebbe fare da riferimento nella contrattazione e nelle assunzioni come in tutti i Paesi europei. Secondo il decreto legge, il “salario giusto” è infatti un “trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”, che è definito dai “contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. Come sappiamo, i contratti collettivi nazionali di lavoro sono quelli validi per una determinata categoria di lavoratori, e vanno periodicamente rinnovati per garantire che le tutele restino adeguate al costo della vita e all’inflazione. Cosa che però negli ultimi anni non è avvenuta. O meglio, è avvenuta in una generale condizione di irregolarità.
I contratti vengono rinnovati quasi sempre con molto ritardo, sia nel privato sia nei settori pubblici, e non esiste più un meccanismo universale che possa riequilibrare la perdita di potere d’acquisto legato alle dinamiche inflattive. La scala mobile è un ricordo lontanissimo, mentre quello che sta emergendo, dalla situazione reale del mercato del lavoro, è un aumento delle diseguaglianze anche interne alle classi lavoratrici (che da tempo non vengono più dette “classi”). In questo contesto, si allarga quella “zona grigia” dei contratti pirata, che oggi scandalizzano perfino Meloni. Ma attenzione a confondere appunto il salario “giusto” con il salario minimo, ossia con l’introduzione di una nuova soglia di retribuzione sotto la quale un datore di lavoro non può andare per legge. A ben vedere, quando si parla di salario giusto non ci si riferisce neppure in senso stretto al salario, ma al trattamento economico complessivo che viene riservato al lavoratore. Ed è questo che ha fatto scattare la critica della Cgil.
Come ha spiegato al “Corriere” la segretaria confederale, Francesca Re David – che, prima di arrivare alla confederazione di corso d’Italia, aveva diretto la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici da cui proviene anche Maurizio Landini –, “a noi non piace questo concetto di salario giusto che poi corrisponderebbe al trattamento economico complessivo, quindi anche al welfare, ma senza la parte normativa che invece conta e deve contare moltissimo”. Per la sindacalista, senza tenere conto dei minimi contrattuali e degli altri fattori diretti e indiretti che determinano la retribuzione reale, non si può applicare nella sostanza il concetto di “retribuzione proporzionata e sufficiente”, evocata dall’articolo 36 della Costituzione. Dalla formazione del concetto di “salario giusto” vengono esclusi, per esempio, tutti gli aspetti fiscali, a partire dal mancato recupero del fiscal drag.
Quello che è chiaro, dunque, è l’intento politico che sta dietro al decreto varato dal governo: poter dare incentivi alle imprese secondo un criterio apparentemente giusto. Si tratta, in altre parole, di una sorta di “misurazione” o monitoraggio dei comportamenti delle aziende a cui la politica si appresta, ancora una volta, a elargire risorse. Per ottenere gli incentivi, basterà dimostrare, da parte delle aziende, di essere in regola con i contratti nazionali. Una sorta di tautologia: per ottenere il sostegno finanziario pubblico l’impresa privata dovrà dimostrare di dare le “giuste” retribuzioni, che sono poi quelle stabilite sulla carta dai contratti nazionali. Un modo per selezionare non tanto le imprese virtuose da quelle non responsabili, ma le imprese che operano alla luce del sole da quelle che operano al nero. Per questo, sono molto soddisfatti gli imprenditori che fanno riferimento a Confindustria, che chiede espressamente di far diventare il “salario giusto” una tutela per le imprese, prima ancora che per i lavoratori.
“Il lavoro dignitoso non è un semplice slogan, è un obiettivo ed è una rivendicazione. Per affermarlo c’è un primo tema fondamentale che si chiama salario: una questione grande come una casa che dobbiamo affrontare”, ha spiegato il leader della Cgil, Maurizio Landini, parlando dal palco di Marghera. Secondo Landini, nel Paese che è nei posti più bassi delle classifiche delle retribuzioni europee, c’è la necessità di rinnovare i contratti nei tempi stabiliti e di trovare un meccanismo che permetta di rivalutare annualmente i salari in base all’inflazione reale, e sostenendo la necessità di neutralizzare il drenaggio fiscale, perché “oggi chi paga le tasse sono i lavoratori dipendenti e i pensionati”. Chiamare decreto “primo maggio” un provvedimento che non si occupa direttamente dei lavoratori è, per Landini, una contraddizione in termini. “Se uno lo chiama così – ha detto il segretario – consentitemi la franchezza, io vorrei che davvero qualcosa di quel decreto tornasse anche a chi lavora, visto che questa è la festa dei lavoratori e delle lavoratrici. E io, banalmente, sfido chiunque: da quel decreto, lunedì, arriverà un euro ai lavoratori e alle lavoratrici di questo Paese? No. Gli unici soldi vanno alle imprese che assumono. Io non ho nulla contro questo, ma ho imparato – ormai ho i capelli bianchi – che un’impresa, per assumere, ha bisogno di lavorare. E questo è il punto di fondo”.
Gli ha fatto eco, ma con toni e accentuazioni diverse, la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, secondo cui “i dati parlano chiaro: in alcuni settori ci sono contratti che pagano fino a seimila euro l’anno in meno rispetto a quelli sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil. Non è pluralismo, è sfruttamento”. “Il lavoro – si è spinta a dire Fumarola – non è merce. Non può essere sostituito da un algoritmo. Il lavoro è dignità. Come ha detto il presidente Mattarella, è il fondamento della Repubblica, e va ricomposto contro disuguaglianze e precarietà”. Così, anche sul decreto lavoro, la Cisl sembra smarcarsi dall’abbraccio con il governo Meloni che ha praticato intensamente fino a qualche mese fa. Sul decreto “non ci convince un’indennità di vacanza contrattuale tanto esigua da essere più conveniente dei rinnovi”. Se ne dovrà tenere conto, in fase di conversione in legge del decreto. Anche la Uil, con il segretario Bombardieri, non sembra ormai tanto ben disposta con un governo che tollera un numero impressionante di morti sul lavoro, quando invece bisognerebbe introdurre il reato di “assassinio sul lavoro”.
Dopo il primo maggio, si riparte allora da qui. Da quelle che dovrebbero essere le regole base della normalità. Salari troppo bassi, contratti pirata troppo diffusi, strage nei luoghi di lavoro che non si riesce a bloccare. Un primo maggio che non ha parlato, invece, di emancipazione e di liberazione del lavoro, nell’epoca del trionfo dell’intelligenza artificiale, o di strade nuove da imboccare per rispondere al male cronico della diseguaglianza, che indebolisce alla radice una qualsiasi prospettiva di unità tra chi lavora.








