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Orbán rieletto, l’Ungheria non cambia

L’Ungheria non ce la fa a liberarsi di Orbán. Anzi. Non vuole. Per la quarta volta consecutiva il partito del leader sovranista di Fidesz...

Il fondamentalismo binario dell’Occidente

Guardo i morti (dalle foto dei quotidiani) e mi chiedo: chi era quello? Un generale, un soldato, un marito, un padre? Un russo, un...

La sinistra latinoamericana e la guerra in Ucraina

In un recente articolo apparso su “ciperchile.cl”, lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez – già vicepresidente del primo governo sandinista, e ora in esilio per...

Mostri di carta: la Russia contro “La Stampa”

“La Stampa” pubblica un articolo che gira intorno all’assassinio di Putin. Nel Paese del “qui lo dico e qui lo nego” il linguaggio dev’essere un altro, specialmente adesso. Il quotidiano torinese, poi, è tra i più schierati in favore dell’Ucraina. L’ambasciatore russo perde la testa e sporge denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato; il gesto diventa un’occasione mediatica. Una fotografia, non si capisce se casuale o maliziosa, ritrae il diplomatico con l’aureola vermiglia di un segnale di sosta vietata, facendone la caricatura di un’icona. La Federazione nazionale della stampa reagisce indispettita e annuncia di voler essere parte civile, ricordando che i giornalisti sono già bersagliati da azioni legali e querele-bavaglio.

Come se non bastassero settimane di violenza, migrazioni forzate, morti e distruzioni, si devono vedere scaramucce in cui il senso delle proporzioni e della realtà sembra un caro ricordo. L’attendibilità della “Stampa” era nota al popolo torinese, anche quando Torino era la Fiat e la Fiat era il movimento operaio. La chiamavano con una parola mezza sprezzante, mezza affettuosa e tutta convinta: la busiarda. La memoria della vecchia ambasciata sovietica a Roma non deve avere lasciato tracce, in quella russa di oggi; eppure è probabile che una parte del personale sia di lungo corso, e l’ambasciatore Razov è un diplomatico di carriera. Se guardassero meglio negli archivi troverebbero, per esempio, che il più famoso fra i padroni storici del quotidiano, Gianni Agnelli, partì volontario nella criminale aggressione italiana all’Unione sovietica, e lo rivendicò come un merito.

La guerra e il nichilismo dell’Occidente

Stiamo perdendo senza neanche saperlo? Sembrerebbe di sì, come cercheremo di dimostrare seguendo un percorso logico a partire da “noi”, perché la guerra la stiamo perdendo culturalmente “noi” non la sta vincendo Putin. Vi sono operanti tre filoni culturali rappresentati attraverso tre noti commentatori. Il primo è quello offerto dalla presenza del professor Alessandro Orsini. Lui, anche al di là di quanto dice, è il rappresentante di un pensiero che ci invita a considerare le nostre “colpe” nel processo che ha portato alla guerra. È qualcosa che incontra una diffusa sensibilità cattolica, la quale antepone a tutto il “confessare i propri peccati”, e una sensibilità ex comunista, che antepone a ogni cosa la malvagità della Nato. Entrambe le posizioni – confessare le proprie colpe e ritenere malvagia la Nato – hanno un fondamento nella realtà, un senso.

Il secondo filone lo identificheremo con il direttore di “Libero”, Alessandro Sallusti, che ci invita a prendere atto della realtà del qui e adesso: come non vedere la barbarie delle azioni compiute oggi da Putin? Anche questa posizione ha un senso, essendo evidente che si riferisce a un dato che vediamo ogni giorno in diretta tv.

Zelensky e Putin, due modi di comunicare

Zelensky è presbite, guarda oltre il suo Paese, perché non ha bisogno di parlare ai suoi che mostrano di essere fin troppo motivati, combattendo. Putin è miope, e si rivolge solo ai russi, di cui è il dominatore, ma che ora ha bisogno di convincere.

Sono le due diverse comunicazioni che non si incontrano, nemmeno nell’infosfera. Le tournée del presidente ucraino nei parlamenti occidentali – il 22 marzo parlerà in collegamento con i deputati italiani – appaiono perfette: studiate in ogni dettaglio, con una straordinaria capacità di cogliere il senso comune degli interlocutori, integrando nel proprio linguaggio riferimenti e citazioni che prendono in ostaggio il sentire del Paese con cui è collegato. Ovviamente, l’aura del capo di una resistenza che sopravvive sotto le bombe rende tutto inattaccabile. Zelensky è un leader moderno, produce una comunicazione che diventa politica, e non viceversa. Il suo staff – proveniente da quella compagnia di produzione televisiva che lanciò in televisione il personaggio che l’attuale presidente interpretava – sembra riuscire a tradurre, in termini politici e relazioni, i canoni di una tecnicalità televisiva collaudata. In particolare, Yuri Kostiuk, lo sceneggiatore del Servitore del popolo, la popolarissima fiction che ha consacrato Zelensky, si sta rivelando un perfetto ghost writer, che calibra con grande sapienza i toni dei messaggi del presidente.

Uno strano viaggio: Schröder a Mosca

Ha suscitato molti interrogativi il viaggio intrapreso la settimana scorsa dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che si è recato improvvisamente a Mosca, dove ha...

Il ritorno del “generale virus”

Non ci siamo proprio: “riaprire l’economia”, come ha dichiarato il presidente del Consiglio Draghi, – in fondo per ricevere un po’ più di turisti a Pasqua –, è una scempiaggine bella e buona, che ci costerà più caro delle residue restrizioni che stiamo per togliere. È in atto una nuova ondata pandemica, dalla Cina all’Europa (in Germania trecentomila contagi al giorno, ottantamila in Italia); ed è sconfortante dover constatare come sia risultata vincente, alla fine, la linea di darwinismo sociale di Boris Johnson. Contro di essa, a quanto pare, nulla può il pur prudentissimo ministro della Salute, Roberto Speranza. È il difetto di fondo di una compagine governativa con la destra al suo interno, diretta da un campione dell’economia come Draghi. Gli affari sono affari; i contagi e le morti contano fino a un certo punto, l’importante è che gli ammalati non intasino il sistema sanitario.

Si può osservare oggi, al tempo stesso, come fosse fuorviante il paragone, stabilito da alcuni, tra il contrasto al virus e una guerra. Ora che in Europa abbiamo e la pandemia e la guerra, possiamo vedere bene in cosa consista la differenza: un missile, una bomba ti uccidono di sorpresa, nei confronti del diffondersi dei contagi, invece, si può mettere in campo una serie di misure preventive – dal confinamento alla campagna vaccinale, passando per l’uso dei dispositivi di protezione – che costituiscono una difesa. Contro la guerra non c’è che altra guerra – o la ricerca di una via diplomatica, che però, stando a quanto al momento si può vedere, in mancanza di un “cessate il fuoco”, non è affatto un’alternativa ma solo un’opzione subordinata alle distruzioni e alle stragi. La politica come continuazione della guerra, dunque. Una regressione all’epoca in cui il diritto internazionale era carta straccia: c’è un che di ottocentesco nel modo in cui la Russia di Putin concepisce i rapporti internazionali. Con la differenza che, nell’Ottocento, non c’erano i bombardamenti sui civili.

Quegli ebrei russofoni che popolano Israele

Non sorprende il recentissimo viaggio in Russia del premier israeliano Naftali Bennett, supportato dal ministro dell’Edilizia Zeev Elkin, di origine ucraina, che ha fatto...

L’impoverimento dei russi sotto il nazionalismo

Un colosso dai piedi d’argilla. Malgrado la drammatica esibizione muscolare di questi ultimi giorni, la Russia si ritrova con un’economia in grave difficoltà: una...