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Home » Editoriale » Un 9 maggio di mobilitazione. Per restituire una casa alla vittoria contro il nazifascismo

Un 9 maggio di mobilitazione. Per restituire una casa alla vittoria contro il nazifascismo

5 Maggio 2022 Michele Mezza  2159

A bocce ferme, possiamo dire che era forse proprio questo l’anno per riportare in piazza i lavoratori il primo maggio? In una stagione quale quella che viviamo – segnata dalla tragedia della guerra, dopo due anni di pandemia che hanno visto la sanità pubblica bersaglio delle formazioni populistiche di destra – era il momento di portare in piazza i lavoratori. Siamo in un tornante in cui il lavoro non può non parlare. E se non è stato il primo, non sarebbe bene che i sindacati e le organizzazioni sociali, soprattutto quelle che hanno promosso la marcia pacifista Perugia-Assisi, si mobilitassero per il 9 maggio?

Quella è la giornata in cui è minacciata una nuova escalation da parte di Putin. Il despota russo avrebbe voluto affacciarsi dalla tribuna del mausoleo di Lenin – da lui definito un criminale – per celebrare la vittoria nella sua “operazione militare speciale”. Cercherà probabilmente di coprire il fallimento militare dichiarando una guerra vera, completa, ancora più spietata e sanguinaria di quella vista finora.

Quel giorno saranno molti i nodi che arriveranno al pettine. Putin, dopo essersi avvolto nella bandiera zarista e aver sputato sulla rivoluzione d’ottobre con il suo discorso del 21 febbraio, in cui ha denunciato come traditori della santa madre Russia i vertici bolscevichi, giocherà forse la carta della nostalgia sovietista, appropriandosi dell’eredità di quella bandiera rossa che lui concorse a far ammainare dalle guglie del Cremlino, nella fatidica notte del 25 dicembre del 1991.

Sulla Piazza rossa tornerà a volteggiare il fantasma di Stalingrado, della resistenza contro il nazifascismo, un ricordo che dovrà essere benedetto dal patriarca Kirill, che per sostenere l’aggressione all’Ucraina inneggerà “ai fratelli e sorelle” evocati da Stalin nel famoso discorso della riscossa dopo lo shock per l’invasione nazista. Il cinismo di Putin, che in questi anni ha potuto giostrare con i simboli con la stessa disinvoltura con cui Borges giocava con le parole e le identità dei suoi personaggi, dovrà violentare quella vittoria che vuole enfatizzare piegandola a una strategia di sostegno al fascismo europeo e internazionale: come spiegare alla salma nel mausoleo che gli alleati di Mosca sono oggi Marine Le Pen, Trump, Salvini e Orbán?

Ma anche l’Occidente dovrà dare conto della sua reale strategia. Non è chiaro davvero l’obiettivo politico con cui si sta muovendo l’alleanza atlantica. Washington sembra attendere il collasso di Mosca, costi quel che costi. L’Europa, che sicuramente pagherà il conto finale, comprende che si tratta di una strategia spericolata, ma dinanzi al mostro russo che fa volare i suoi aerei fin nello spazio aereo di Svezia e Finlandia, non può certo staccarsi dall’ombrello militare americano. E il governo ucraino, dopo aver vinto la guerra della comunicazione e avere per il momento salvato la capitale, dove vuole arrivare?

In questo macabro gioco delle illusioni, bisogna trovare il modo di sostituire questa fredda e insulsa geopolitica, in cui ognuno si mette a giocare ai soldatini per disegnare strategie e campi di battaglia, con la Politica con la maiuscola, nella quale sono in campo non eserciti ma interessi sociali, non battaglie ma conflitti di gruppi e ceti che devono cercare d’imporre dinamiche ed equilibri diversi.

Il 9 maggio diventa un appuntamento “topico”, a cui la storia del movimento operaio e del lavoro non può abdicare. Attorno alla guerra, si sta riorganizzando il sistema economico, con una nuova torsione tecnologica, una nuova centralità degli oligarchi statali a Oriente e privati a Occidente, nel pianificare intelligenze e automatismi. In entrambi i campi le vittime sono i popoli e, nei popoli, i lavoratori. In Ucraina perché massacrati, in Russia perché oppressi, in Europa perché sfruttati. Cosa si aspetta a rompere questo patto di omertà che spinge al silenzio mentre si combatte?

Il sostegno alla resistenza ucraina non è un fine ma un mezzo: è il modo per evitare che si compia il peggio, ossia che una visione dittatoriale e fascista delle relazioni sociali attraversi e domini in tutti i Paesi, come sta accadendo in Russia.

Bisogna dunque alzare la voce sui fini: una nuova Europa, autonoma e socialmente più libera e partecipativa, una nuova idea di sicurezza, in cui siano le relazioni di cooperazione a produrre benessere e non il predominio di singoli gruppi di potere nazionale, una nuova idea di sviluppo e progresso, in cui la tecnologia sia il motore di una civiltà più egualitaria e creativa, meno costretta alla fatica.

Il 9 maggio perché sindacati, partiti, associazionismo, pacifisti e cultura militante, in tutta Europa, non decidono di essere loro i protagonisti, senza lasciare il campo a Putin o a Biden? Perché non valutare una mobilitazione per riempire le piazze e coprire le urla di guerra che verranno dai vertici delle potenze? Putin e Biden devono capire che non sono loro i padroni di questo mondo, almeno che non sono soli, e che non sarà loro facile ridurre tutto a un confronto tra arsenali.

Il movimento sindacale italiano ha numeri e titoli per promuovere questo scenario, rompendo il silenzio dei popoli rispetto al clamore delle armi, e introducendo un nuovo fronte, quello sulla qualità della vita e la democrazia nell’economia. Un fronte in cui le forze si troveranno divise lungo crinali diversi dalla guerra in corso.

Sarebbe davvero una straordinaria opportunità per la “vecchia talpa”: togliere a Putin l’uso strumentale di una bandiera rossa che in questi giorni sta usando in alternativa al vessillo zarista per riguadagnare quarti di decenza, e mostrare all’Occidente che la politica si costruisce nel lavoro e non nelle trincee.

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Archiviato inEditoriale Ucraina
Tags9 maggio guerra lavoro Michele Mezza mobilitazione movimento operaio nazifascismo Russia sindacati Ucraina Vladimir Putin

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