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Home » Articoli » L’America latina condanna la guerra ed elude le sanzioni

L’America latina condanna la guerra ed elude le sanzioni

È la fine della globalizzazione così come l’avevamo conosciuta, quella che si prospetta nel nuovo ordine mondiale?

5 Maggio 2022 Livio Zanotti  1424

C’è il rischio di nuove asimmetrie e qualche altro malinteso negli effetti sempre più tellurici della guerra in Ucraina sul complesso dei rapporti internazionali, e specificamente su quelli tra Europa e America latina. Con lo sconvolgimento dei commerci mondiali (giunto al punto che la Russia, dopo avere a lungo aspirato a entrarvi, ha abbandonato l’Organizzazione mondiale del commercio), il conflitto sembra aver rianimato l’attenzione dell’Italia e di Bruxelles verso il subcontinente americano. Notoriamente tra i maggiori fornitori mondiali di materie prime – tanto minerarie quanto alimentari –, e con un mercato interno di oltre 650 milioni di consumatori; ma anche un’area politicamente complessa, come sa bene e ricorda spesso l’incaricato degli Affari esteri dell’Unione, il catalano Josep Borrell, uno dei più esperti protagonisti della radicata presenza spagnola in America latina.

Quello che in un ormai lontano passato fu a lungo el patio trasero degli Stati Uniti, il suo “cortile di casa”, è attualmente un insieme di tre decine di Paesi governati in massima parte da coalizioni populiste di destra o di sinistra: quasi tutte con tratti sovranisti e difficoltà varie, per natura e gravità, nelle relazioni con la Casa Bianca. Washington resta una presenza autorevole e ineludibile in tutte le capitali a sud del Rio Bravo. Solo qualche giorno fa, la vicepresidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, non senza ragione considerata una fiera contestatrice dell’egemonia continentale statunitense, si è riunita per varie ore con la nuova responsabile del Comando Sud delle forze armate statunitensi, la generalessa Laura Richardson, in prolungata visita a Buenos Aires. Avrebbero parlato anche del desiderio del Pentagono di avere un “punto di appoggio” aeronavale nell’estremo sud della Patagonia. Un’eresia, per lo spirito nazionalista argentino, di cui il peronismo è interprete supremo.

Sembra sparito ogni tabù nelle conversazioni politiche, o quanto meno si finge che non vi sia più nessun tema indicibile nelle agende diplomatiche. Tanto che viene ritenuta verosimile l’indiscrezione secondo cui la vicepresidente argentina avrebbe a sua volta fatto presente l’opportunità che a Washington rivedano il loro atteggiamento sulle rivendicazioni argentine delle isole Malvine, occupate dalla Gran Bretagna dopo la guerra del 1982.

Al tempo stesso, proprio alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, il presidente Alberto Fernández era andato a visitare Putin a Mosca per discutere d’investimenti e questioni finanziarie. Cosi come, poco prima di lui, aveva fatto il capo di Stato brasiliano, Jair Bolsonaro, peraltro aborritissimo a Buenos Aires. E la più nutrita missione argentina all’estero in corso, guidata dal ministro degli Interni Wado de Pedro, è in Israele. Un’altra del ministro degli Esteri, Santiago Cafiero, è stata in Lombardia. Mentre il presidente Manuel López Obrador va a portare la solidarietà del Messico a Cuba, vittima dell’infinito bloqueo commerciale degli Stati Uniti.

Nella già avviata riconfigurazione dell’ordine mondiale, scatenata dal sempre più aggressivo avventurismo bellico di Vladimir Putin, appare dunque evidente l’inedita articolazione del protagonismo latinoamericano. I problemi che mira a risolvere non sono nuovi; presentano però urgenze pressanti, in vari casi drammatiche. Indebitamento, inflazione, migrazioni moltitudinarie incontenibili e inarrestabili, insufficiente formazione al lavoro, saturano e tracimano le possibilità autonome della regione. Le enormi e crescenti disuguaglianze ne sono la fonte storica, l’affievolimento dell’unipolarismo statunitense, e ora l’accelerazione delle dinamiche di confronto est-ovest, spingono alla ricerca di soluzioni verso ogni spazio percorribile e da esplorare. La Cepal, il Fondo monetario, tutti gli enti esperti in bilanci preventivi tagliano unanimi le già ridotte stime di crescita (Sudamerica, 1,5%; Centro America e Messico 2,3%; Caraibi 4,7%; inflazione media 7,5%).

L’America latina sta contenendo le importazioni e spingendo le esportazioni per trarre il massimo profitto dall’aumento dei prezzi internazionali delle materie di base. È però, come mai prima, alla ricerca ovunque, fino in Corea del Sud e in Giappone, di partnership finanziarie e industriali che possano costituire assi produttivi di semilavorati e/o prodotti finiti di cui condividere il valore aggiunto. Visti e considerati come nuclei a partire dai quali modernizzare modalità e tempi dei rispettivi sviluppi nazionali. Pur nelle diversità che caratterizzano ciascuno, in Paesi come l’Argentina, il Cile, la Colombia, il Perù, emergono forze politiche e imprese che ambiscono ad approfittare delle convulsioni di questa fase delle relazioni internazionali per tentare di ridurre il grado di dipendenza dal tradizionale ciclo del modello esportatore. È una visione correlata anche all’attuale evoluzione dei sistemi politici di questi Paesi e alle loro difficoltà istituzionali. 

Fanno storia a sé Brasile e Messico, in virtù delle dimensioni geografiche, demografiche ed economiche, che conferiscono loro eccezionali spazi di autarchia, tuttavia insufficienti per sottrarli a forti dipendenze. Bolsonaro ha ignorato fin dall’avvio della sua presidenza (ora al tramonto: nel prossimo ottobre torna alle urne sfidato dall’ex presidente Lula) ogni raccomandazione e impegno per il recupero degli indispensabili equilibri ecologici dell’ambiente (accordi di Parigi), puntando invece sull’ulteriore sfruttamento del gigantismo naturale brasiliano, con un programma di agricoltura estensiva in cui sono centrali nuovi disboscamenti indiscriminati dell’Amazzonia e l’espulsione degli indios che vi abitano. Con l’obiettivo di aumentare i pascoli e l’export di carne (di cui è massimo esportatore). E c’è il Messico – con il suo accordo di libero scambio con Stati Uniti e Canada, che garantisce la sua importante industria manifatturiera, fondamentalmente autoveicoli e tessile.

A dimostrazione dell’urgenza di una revisione delle attuali forme dei rapporti economici tra Europa e America latina, alcuni governi – con quello argentino in prima linea – e la maggior parte delle forze industriali pubbliche e private, adducono il trattato commerciale tra l’Unione europea e il Mercosur, sottoscritto dopo due decenni di negoziati, nel giugno 2019. Complice la tragica pandemia (in cui la limitata distribuzione dei vaccini non ha certo rasserenato gli stati d’animo di popolazioni e istituzioni latinoamericane), l’accordo è ancora in attesa delle necessarie ratifiche dei parlamenti interessati (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, per la parte latinoamericana); mentre appaiono potenti le forze contrarie, sostenute, nei rispettivi Paesi, dall’azione diretta e indiretta dell’opinione pubblica organizzata, pronta a tornare in piazza con l’acuirsi delle diverse crisi in atto. Un’intesa di portata storica, per gli interessi di centinaia di milioni di cittadini-consumatori, potrebbe risultarne vanificata.

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TagsAmerica latina commercio esportazioni Europa guerra Livio Zanotti Mercosur Unione europea

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