Dopo il trasferimento dell’inchiesta sull’uccisione del dissidente e giornalista saudita Jamal Khashoggi da Ankara a Riad, ecco l’ulteriore passo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, nella direzione di una definitiva normalizzazione dei rapporti con il principe erede al trono saudita, Mohammad bin Salman, il protagonista del presunto “rinascimento saudita”. Una stretta di mano, quella avvenuta qualche giorno fa nella capitale saudita, dopo un decennio di tensioni tra le due potenze regionali. A iniziare dal 2011, in occasione delle cosiddette “primavere arabe”, un tentativo quasi completamente fallito di democratizzare Paesi governati da regimi autoritari, che portò invece a un protagonismo del fondamentalismo islamico e, nello specifico, della Fratellanza musulmana, nemico storico dei sauditi, sostenuta in quella fase da Ankara. Rapporti che peggiorarono drammaticamente il 2 ottobre 2018, quando Khashoggi, collaboratore del “Washington Post”, entrò nel consolato saudita a Istanbul per delle pratiche relative al suo matrimonio, e ne uscì dentro una valigia squartato da un commando arrivato apposta da Riad.

Erdoğan puntò l’indice contro “i livelli più alti del regno”. Tesi poi avvalorata anche dai servizi segreti degli Stati Uniti. L’attacco costò però alla già disastrata economia turca (inflazione al 60% e aumento vertiginoso del costo dei beni di prima necessità) un embargo delle merci da parte del regime di Riad. Ora la svolta, certo dettata, come succede sempre, da ragioni strettamente economiche, ma anche da novità geopolitiche importanti. Un cambiamento – quello di Ankara – reso necessario soprattutto dagli Accordi di Abramo voluti dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che normalizzarono i rapporti tra i Paesi del Golfo e Israele. Un nuovo assetto, che ha spinto la Turchia ad avviare nuove relazioni con gli Emirati arabi, l’Egitto, l’Armenia, ma anche – ed è l’aspetto più importante – con Tel Aviv.

A fare le spese di questi cambiamenti radicali della politica estera turca, sono stati i palestinesi. In particolare, gli esponenti di Hamas. Da sempre protetti da Ankara e ospitati all’interno dei confini anatolici, sono ora oggetto di espulsioni e deportazioni vere e proprie, sulla base di una lista fornita, secondo quanto riporta il quotidiano saudita “Al Sharq al Awsat”, direttamente da Tel Aviv. Una svolta clamorosa se si tengono in considerazione i feroci contrasti con lo Stato ebraico, culminati nel 2010 nella drammatica vicenda del convoglio Freedom Flotilla, che si stava dirigendo verso Gaza per portare aiuti umanitari. I militari israeliani spararono uccidendo nove attivisti turchi. Evento che portò alle stelle la tensione tra i due Paesi, con conseguente espulsione dell’ambasciatore israeliano in Turchia, Gabby Levy, e della sua vice, Ella Afek. 

Per arginare la crisi economica il “Sultano di Ankara” non si sta muovendo solo in quell’area. Il suo intento è di stringere rapporti importanti con i grandi Paesi dell’Asia centrale – tutte repubbliche resesi indipendenti dopo il disfacimento dell’Urss – sulla base del cosiddetto “panturchismo”, che tende a riunificare i popoli di etnia turca presenti nella zona, quali l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan e il Kazakistan.  Tra il 28 e il 30 marzo, ecco dunque la visita di Erdoğan in Uzbekistan, dove sono stati stretti importanti accordi commerciali con l’intenzione di farli diventare la premessa di una partnership strategica.

Per Cosimo Graziani – giornalista, una laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università Roma Tre e un master in Studi eurasiatici – “l’obiettivo dei due governi è di far crescere il valore degli scambi commerciali dagli attuali 3,6 miliardi fino a dieci. Non hanno parlato, però, solo di economia, ma firmato anche un accordo militare focalizzato sullo sviluppo dei sistemi difensivi. L’incontro – osserva Graziani – non è altro che l’ennesimo segnale del cambio di approccio della Turchia nei confronti della regione”.

Un tentativo, quello turco, di giocare un ruolo attivo in una regione che è culturalmente vicina, ma dove i ruoli più importanti li hanno giocati, finora, Stati Uniti e Russia. Questo iperattivismo sta prendendo corpo, mentre è in corso la terribile guerra in Ucraina, intorno alla quale Erdoğan, in virtù dei buoni rapporti con entrambi i belligeranti, ha cercato di ritagliarsi una funzione di mediatore senza risultati. La Turchia aveva condannato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’aggressione russa, senza tuttavia aderire alle sanzioni. Le ragioni, come al solito, sono prevalentemente economiche. Se, da un alto, le sanzioni stanno favorendo la Turchia, perché in qualche modo si sostituisce all’Europa nell’import-export di merci, dall’altro, Ankara non può permettersi una rottura con Mosca, essendo quest’ultima il primo fornitore di gas della Turchia (33% del totale) e il terzo partner commerciale dopo Germania e Cina, con un interscambio del valore di 34,7 miliardi di dollari nel 2021 – oltre a essere il primo Paese per presenze turistiche nella penisola anatolica, con il 19% del totale dei turisti nell’ultimo anno.

A rendere più forte un legame, che a tratti è stato anche conflittuale (vedi l’abbattimento di un caccia russo a opera dei turchi nel novembre 2015 in un contesto, quello del conflitto siriano, in cui i due Paesi erano su fronti contrapposti), sono le affinità politiche e gli obiettivi da perseguire a livello internazionale. Per Valeria Talbot, ricercatrice dell’Ispi (Istituto studi politiche internazionali), e docente in studi mediorientali presso l’Università cattolica di Milano, “il presidente turco condivide con il suo omologo russo Vladimir Putin non solo una gestione autoritaria del potere, ancora più evidente in Turchia dopo l’introduzione del presidenzialismo nel 2018, ma anche l’idea di una transizione a un ordine mondiale multipolare come alternativa all’unipolarismo statunitense degli ultimi trent’anni”.

Per la Turchia uno scenario nuovo, se consideriamo che – durante i vari governi kemalisti e anche durante i primi anni della presidenza Erdoğan – i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa erano buoni. Ora però le cose sono cambiate. Erdoğan non guarda più al vecchio continente, a differenza dei suoi predecessori che ambivano a entrare nell’Unione europea. Ha ambizioni imperiali finalizzate a riprodurre il vecchio impero ottomano, e si sente tradito dagli Stati Uniti. “Il sostegno statunitense – precisa Talbot – alle forze curde nella lotta allo Stato islamico in Siria, la mancata estradizione di Fetullah Gulen, il predicatore islamico da decenni residente negli Stati Uniti e ritenuto responsabile del fallito golpe del 2016, ha spinto la Turchia verso una più stretta convergenza con la Russia”.

I due regimi sono inoltre accomunati dall’approccio autoritario e repressivo nei confronti del dissenso politico. Per Valeria Giannotta, direttrice scientifica dell’osservatorio Turchia del Cespi (Centro studi di politica internazionale), “nell’attuale sistema presidenziale turco si è registrata una vera e propria escalation di condanne e arresti di chiunque tenti di distanziarsi e criticare sia l’operato di Erdoğan sia gli assiomi su cui poggia la nuova Turchia”. Per il “sultano” del Ventunesimo secolo, le prossime elezioni del 2023 nascondono così non poche insidie. Il suo principale avversario, il kemalista Kemal Kiliçdaroğlu, popola gli incubi di Erdoğan. Brogli permettendo, una sua eventuale vittoria potrebbe far crollare quell’edificio che il presidente turco si sta faticosamente costruendo per avere un ruolo in un mondo alla ricerca di un nuovo assetto.