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Piazza Sabatini e il mistero della pecora scomparsa

(A una rotatoria automobilistica, nel quartiere di Cinecittà a Roma, è stato dato impropriamente e indebitamente il nome di “piazza”, luogo pubblico per eccellenza....

Il futuro del centrosinistra si gioca in Campidoglio

Elezioni comunali a Roma della prossima primavera. Sono un macigno di difficile rimozione sulla strada dei rapporti Pd, 5 Stelle e ciò che resta di Liberi e uguali. Dopo che Beppe Grillo ha dato il suo appoggio alla ricandidatura di Virginia Raggi (“Aridaje” è lo slogan), sindaco impopolare uscente, la vicenda si è molto complicata.

In corrispondenza con il varo del governo Draghi, Pd, grillini e sinistra si erano impegnati a rinsaldare – almeno a parole – i reciproci rapporti, avendo nell’ex premier Giuseppe Conte un possibile leader di coalizione. Hanno pure costituito di recente un intergruppo parlamentare unitario. Il problema però è che i 5 Stelle si stanno sfarinando (la probabile espulsione di decine di deputati e senatori dissenzienti, la formazione di nuovi gruppi in parlamento, eccetera). Inoltre, Nicola Zingaretti ha almeno metà del suo partito convinta che tale strada sia impraticabile mentre bisognerebbe intanto unificare il “centro” con cui allearsi (Italia viva, Forza Italia, Azione, Più Europa). Nel Pd, ci sono infatti ancora tanti renziani orientati in quella direzione e altri che sono nostalgici della “vocazione maggioritaria” tanto cara a Walter Veltroni. È un bel puzzle di posizioni in collisione. A cui si aggiungono le recenti divisioni tra Sinistra italiana e Articolo uno rispetto al nuovo governo (il “no” di Fratoianni, il “sì” di Bersani & company). Dire che questa coalizione in fieri (Pd, 5 Stelle e pezzi di sinistra) non goda di buona salute è un eufemismo, neppure troppo letterario.

Il M5S è spaccato, punto interrogativo sul Pd

"Cosa resterà di questi anni Ottanta", diceva una vecchia canzone. Cosa resterà del Movimento 5 stelle è domanda d'attualità sulla quale è d'obbligo astenersi da troppe certezze e limitarsi a fare ipotesi, più che previsioni. Nell'ultimo anno e mezzo, pagando pegno (dopo la crisi del Papeete scatenata da Matteo Salvini) alla formidabile macchina di propaganda del centrodestra e alle sue debolezze strutturali, la creatura politica tenuta a battesimo in un'altra era geologica da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è entrata a far parte di un abbozzo di coalizione politica. Coalizione che comprenderebbe il Partito democratico e le truppe sciolte di Liberi e Uguali. Ma il blitz di Matteo Renzi, che (alla vigilia di una importante tornata di nomine pubbliche ma soprattutto della stagione della gestione del Recovery Plan) ha disarcionato Giuseppe Conte anche per impedire il consolidamento di questo asse politico, ha mostrato tutta la fragilità dell'operazione politica. Sui due lati: il primo è quello del Pd, che per una parte significativa e forse maggioritaria dei suoi gruppi parlamentari e dei gruppi dirigenti diffusi preferisce altre compagnie; il secondo quello del M5S, che si è spaccato, stavolta non con la consueta uscita di poche unità di "dissidenti" e per la prima volta corre il rischio reale della nascita di un gruppo scissionistico alternativo con qualche figura nota al suo interno. Il corpaccione dei gruppi parlamentari e degli iscritti non è stato in grado di digerire la sconfitta sulla trincea scavata a difesa del Conte 2 e l'inversione a U dettata dai vertici con l'adesione al governo presieduto da Mario Draghi, uno dei bersagli storici della polemica di Grillo e soci.