“Cosa resterà di questi anni Ottanta”, diceva una vecchia canzone. Cosa resterà del Movimento 5 stelle è domanda d’attualità sulla quale è d’obbligo astenersi da troppe certezze e limitarsi a fare ipotesi, più che previsioni. Nell’ultimo anno e mezzo, pagando pegno (dopo la crisi del Papeete scatenata da Matteo Salvini) alla formidabile macchina di propaganda del centrodestra e alle sue debolezze strutturali, la creatura politica tenuta a battesimo in un’altra era geologica da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è entrata a far parte di un abbozzo di coalizione politica. Coalizione che comprenderebbe il Partito democratico e le truppe sciolte di Liberi e Uguali. Ma il blitz di Matteo Renzi, che (alla vigilia di una importante tornata di nomine pubbliche ma soprattutto della stagione della gestione del Recovery Plan) ha disarcionato Giuseppe Conte anche per impedire il consolidamento di questo asse politico, ha mostrato tutta la fragilità dell’operazione politica. Sui due lati: il primo è quello del Pd, che per una parte significativa e forse maggioritaria dei suoi gruppi parlamentari e dei gruppi dirigenti diffusi preferisce altre compagnie; il secondo quello del M5S, che si è spaccato, stavolta non con la consueta uscita di poche unità di “dissidenti” e per la prima volta corre il rischio reale della nascita di un gruppo scissionistico alternativo con qualche figura nota al suo interno. Il corpaccione dei gruppi parlamentari e degli iscritti non è stato in grado di digerire la sconfitta sulla trincea scavata a difesa del Conte 2 e l’inversione a U dettata dai vertici con l’adesione al governo presieduto da Mario Draghi, uno dei bersagli storici della polemica di Grillo e soci.

Il Movimento 5 stelle è nato come una sorta di confederazione di gruppi e liste civiche locali. Un arcipelago tenuto insieme dalla figura del leader carismatico e da messaggi sufficientemente generici da poter pescare nell’elettorato deluso e allontanato dai partiti di tutti gli schieramenti. Una formazione telecomandata dall’alto grazie alla grande intuizione di Casaleggio padre: senza un background ideologico chiaro, aggirando i fondamenti della democrazia rappresentativa come le strutture di partito e l’autonomia dei gruppi di eletti, sondando il sentiment della rete attraverso appositi algoritmi, il legame light degli iscritti con i referendum online ha garantito per un certo periodo – a fatica, per la verità – la tenuta della comunità. Corroborata anche dai successi elettorali che sono sempre il miglior balsamo di qualunque partito o movimento.

Tutto questo ora è finito: indipendentemente da come si concluderà la guerra interna a colpi di carte bollate e di ricorsi, è la stessa identità del Movimento che è tutta da definire: se, come è possibile, Draghi si limiterà ad accentrare la gestione dei fondi europei e a sorvegliare su un ruolo dello Stato non troppo interventista nella fase di ristrutturazione dell’economia globale, Grillo, Di Maio e soci potranno sventolare la bandiera della difesa delle loro battaglie storiche. Sono sotto attacco la riforma della prescrizione, il reddito di cittadinanza e le blande aperture a una diversa regolazione di alcuni conflitti sociali emergenti come quello dei rider e della Gig Economy. Se viceversa il nuovo esecutivo farà politica a tutto campo anche in ragione degli equilibri parlamentari che lo sorreggono, il declino anche nei consensi elettorali potrebbe approfondirsi in modo clamoroso. E allora, a quale coalizione guarderà il Pd senza la gamba fondamentale del M5S?

Intanto la prima grana si è aperta nella capitale: con Beppe Grillo che rilancia la candidatura di Virginia Raggi a un secondo mandato, il Pd, privo di candidati, appare fermo sulle gambe, stretto fra Carlo Calenda, pupillo degli industriali e dei talk show, e la sindaca uscente, la cui esperienza amministrativa, a voler essere clementi, non è il miglior biglietto da visita per la rielezione. Ma è pur vero che non sarà un compito facilissimo, per i democratici, scaricare un alleato che ha risposto con il sì a Draghi alla chiamata alle armi della responsabilità nell’emergenza Covid. Nelle elezioni locali, la paura di andare a casa e non tornare più, che ha pesato così tanto nelle decisioni dei gruppi parlamentari stellati non basta: servirebbe una proposta politica.

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