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Scossa di centrosinistra, le urne riaprono la partita

Forse mai previsioni e sondaggi sono stati così azzeccati come in queste ultime elezioni amministrative. C’è una sorta di resurrezione delle potenzialità di una...

Caccia al candidato, la politica in fuga

La crisi della politica e delle sue forme è così acuta che si fa difficoltà finanche a trovare i candidati per le prossime elezioni amministrative di autunno. Eppure una volta le elezioni locali mobilitavano più di quelle politiche generali, almeno a livello della periferia della politica e dei gruppi di interesse. Ora non è più così, dovunque ci si posizioni.

Sono mesi che centrodestra e centrosinistra si aggrovigliano intorno a chi candidare a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, eccetera, per parlare solo delle città maggiori. Quello di sindaco non è più un ruolo ambito. Che i partiti praticamente non esistano, lo si era già intuito dal pullulare di liste civiche nel recente passato. Sono, al massimo, comitati elettorali. Questa volta, però, c’è una overdose di difficoltà. Chiedersi il perché di tutto questo dovrebbe essere un cruccio della politica.

Elezioni amministrative: Letta “hot dog” stretto tra 5 Stelle e renziani

Un’immagine impietosa fa assomigliare in questo momento Enrico Letta a un hot dog. Il segretario del Pd è infatti stretto dalla rincorsa verso un rapporto con i 5 Stelle a gestione Giuseppe Conte, mentre dall’altra parte subisce la pressione di Matteo Renzi, e dei centristi di varia natura, che vorrebbero porre condizioni pure loro a una riedizione aggiornata del centrosinistra. In questo quadro, si va alle elezioni amministrative di autunno nel peggiore dei modi per il Pd. Si litiga su strategie e candidati, con la destra che gongola avendo dalla sua la collocazione della Lega diventata forza di opposizione e di governo allo stesso tempo, scippando così uno degli antichi slogan della sinistra.

Le elezioni si terranno, per via del Covid, in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre nei Comuni con scadenza naturale del mandato degli organi eletti nel 2016 e in quelli da elezioni anticipate perché commissariati, o per altri motivi. La scadenza è particolarmente rilevante. Alle urne andranno venti Comuni capoluogo di provincia: Bologna, Carbonia, Caserta, Cosenza, Grosseto, Isernia, Latina, Milano, Napoli, Novara, Pordenone, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Savona, Torino, Trieste e Varese, di cui sei sono anche capoluogo di regione (Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste). Il test elettorale è perciò di grande interesse, e avrà di sicuro ripercussioni sugli equilibri politici nazionali, forse perfino sulla data della fine della legislatura e delle elezioni politiche.

Roma, mediocrità batte visione

Una giornalista, stimata collega e amica femminista, rivendicava tempo fa, giustamente, il diritto a sostenere donne mediocri per le cariche pubbliche elettive, come segno...

Il futuro del centrosinistra si gioca in Campidoglio

Elezioni comunali a Roma della prossima primavera. Sono un macigno di difficile rimozione sulla strada dei rapporti Pd, 5 Stelle e ciò che resta di Liberi e uguali. Dopo che Beppe Grillo ha dato il suo appoggio alla ricandidatura di Virginia Raggi (“Aridaje” è lo slogan), sindaco impopolare uscente, la vicenda si è molto complicata.

In corrispondenza con il varo del governo Draghi, Pd, grillini e sinistra si erano impegnati a rinsaldare – almeno a parole – i reciproci rapporti, avendo nell’ex premier Giuseppe Conte un possibile leader di coalizione. Hanno pure costituito di recente un intergruppo parlamentare unitario. Il problema però è che i 5 Stelle si stanno sfarinando (la probabile espulsione di decine di deputati e senatori dissenzienti, la formazione di nuovi gruppi in parlamento, eccetera). Inoltre, Nicola Zingaretti ha almeno metà del suo partito convinta che tale strada sia impraticabile mentre bisognerebbe intanto unificare il “centro” con cui allearsi (Italia viva, Forza Italia, Azione, Più Europa). Nel Pd, ci sono infatti ancora tanti renziani orientati in quella direzione e altri che sono nostalgici della “vocazione maggioritaria” tanto cara a Walter Veltroni. È un bel puzzle di posizioni in collisione. A cui si aggiungono le recenti divisioni tra Sinistra italiana e Articolo uno rispetto al nuovo governo (il “no” di Fratoianni, il “sì” di Bersani & company). Dire che questa coalizione in fieri (Pd, 5 Stelle e pezzi di sinistra) non goda di buona salute è un eufemismo, neppure troppo letterario.

Il M5S è spaccato, punto interrogativo sul Pd

"Cosa resterà di questi anni Ottanta", diceva una vecchia canzone. Cosa resterà del Movimento 5 stelle è domanda d'attualità sulla quale è d'obbligo astenersi da troppe certezze e limitarsi a fare ipotesi, più che previsioni. Nell'ultimo anno e mezzo, pagando pegno (dopo la crisi del Papeete scatenata da Matteo Salvini) alla formidabile macchina di propaganda del centrodestra e alle sue debolezze strutturali, la creatura politica tenuta a battesimo in un'altra era geologica da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è entrata a far parte di un abbozzo di coalizione politica. Coalizione che comprenderebbe il Partito democratico e le truppe sciolte di Liberi e Uguali. Ma il blitz di Matteo Renzi, che (alla vigilia di una importante tornata di nomine pubbliche ma soprattutto della stagione della gestione del Recovery Plan) ha disarcionato Giuseppe Conte anche per impedire il consolidamento di questo asse politico, ha mostrato tutta la fragilità dell'operazione politica. Sui due lati: il primo è quello del Pd, che per una parte significativa e forse maggioritaria dei suoi gruppi parlamentari e dei gruppi dirigenti diffusi preferisce altre compagnie; il secondo quello del M5S, che si è spaccato, stavolta non con la consueta uscita di poche unità di "dissidenti" e per la prima volta corre il rischio reale della nascita di un gruppo scissionistico alternativo con qualche figura nota al suo interno. Il corpaccione dei gruppi parlamentari e degli iscritti non è stato in grado di digerire la sconfitta sulla trincea scavata a difesa del Conte 2 e l'inversione a U dettata dai vertici con l'adesione al governo presieduto da Mario Draghi, uno dei bersagli storici della polemica di Grillo e soci.