I vaccini europei sono in grande ritardo. Lo sono in Francia, dove la stessa Sanofi, uno dei pilastri di Big Pharma, ha dovuto ammettere di non essere in grado di ottenere un vaccino valido prima della fine del 2021. E lo sono in Italia dove la Corte dei conti ha bocciato il finanziamento a ReiThera. Il programma di Sanofi è stato ritardato dalla insufficiente risposta immunitaria presso le persone anziane. L’istituto Pasteur, il più importante organismo di ricerca francese, ha annunciato nel gennaio scorso di aver deciso lo stop allo sviluppo del suo principale progetto di vaccino contro il Covid-19 (in partnership con il gruppo Merck), poiché i primi test hanno mostrato che è meno efficace di quanto si sperasse. Il Pasteur precisa che proseguirà il suo lavoro su altri progetti di vaccino contro il Covid, progetti che sono ancora a uno stadio preliminare.

Tutta italiana la storia del vaccino della biotech ReiThera di Castelromano, alle porte della capitale. Gli ottantuno milioni che Invitalia doveva versare alla società (quarantuno a fondo perduto, gli altri come prestito) sono stati bloccati il 14 maggio scorso dalla Corte dei conti per una questione amministrativa. Ma la sperimentazione con mille volontari era già partita. Si tratta di un’occasione sprecata per rilanciare la ricerca italiana. Mentre gli esperti concordano che avremmo bisogno di un vaccino italiano (in realtà ne potremmo avere due con Takis) per non sottostare ai voleri delle aziende straniere. La vicenda è complessa, tra vaccini Rna e vaccini con adenovirus (come quello ReiThera) che sembrerebbero meno efficaci. Si sospetta che lo Spallanzani voglia favorire l’adozione dello Sputnik realizzato dai laboratori russi, peraltro con la medesima tecnologia.

Senza fare l’esempio degli Stati Uniti (che riprenderemo più avanti), ricordo che la Germania ha finanziato i suoi vaccini fin dall’inizio del 2020, dando a BionTech trecento milioni di euro. In Gran Bretagna, AstraZeneca è stato finanziato al 97% da fondi pubblici. L’Unione europea ha acquistato – per così dire a scatola chiusa – al costo di due miliardi e mezzo di euro tre miliardi di vaccini. Con tutte le peripezie che conosciamo per la loro distribuzione da parte delle aziende coinvolte.

Il bilancio è amaro. Manca un organismo in grado di coordinare e gestire la complessa filiera europea di produzione dei vaccini. Secondo il Global Market Vaccine Report dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), citato da Alessia Lo Turco, il mercato globale dei vaccini, nel 2019, ha un valore pari a circa trentatré miliardi di dollari (29,5 miliardi di euro), corrispondente a cinque miliardi e mezzo di dosi commerciate. L’offerta mondiale di vaccini è concentrata in quattro grandi multinazionali – Gsk, Pfizer, Merck e Sanofi – che generano il 90% del valore delle vendite mondiali. Il 20% circa delle dosi distribuite nel mondo provengono dal continente europeo.

Per i ventisette paesi Ue nel 2019, i dati indicano in oltre 17,5 miliardi di euro, pari a più della metà del valore del mercato mondiale, la produzione venduta di vaccini: per il 46% è localizzata in Belgio – sede degli impianti Pfizer e Janssen – e per il 12,5% in Francia, sede di Sanofi-Pasteur e di stabilimenti Gsk e Merck. L’Italia ha un ruolo marginale (1,14%).

L’esempio di Barda

Il governo statunitense ha investito ingenti somme nella produzione massiccia di vaccini. L’organismo che provvede a coordinare e scegliere gli investimenti è la Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda), nata per affrontare la guerra biologica e il bioterrorismo, e che si è rivelata utilissima nel corso di questa pandemia.

L’Autorità di ricerca e sviluppo biomedica avanzata è stata in prima linea nella corsa ai vaccini Covid-19 dall’inizio del 2020. Creata nel 2006, l’agenzia federale fa capo al ministero della Salute. Il suo ruolo è quello di garantire la disponibilità di quantità sufficienti di farmaci per affrontare una grave crisi sanitaria, simile alla pandemia di Covid-19, o un attacco biologico come quello dell’antrace negli Stati Uniti nel 2001. L’ufficio gestisce il progetto BioShield, che finanzia la ricerca, lo sviluppo e lo stoccaggio di vaccini e trattamenti che il governo potrebbe utilizzare durante le emergenze di salute pubblica come attacchi chimici, biologici, radiologici o nucleari.

Per raggiungere questo obiettivo, l’agenzia disponeva di un budget di 1,6 miliardi di dollari nel 2020 e di centocinquanta dipendenti. Finanzia laboratori privati ​​nella ricerca di nuovi vaccini e trattamenti, ma anche nell’industrializzazione e nella produzione su larga scala dei loro prodotti. Dall’inizio del 2020, l’agenzia ha iniettato milioni di dollari per accelerare la ricerca di un vaccino e ha firmato accordi con la maggior parte dei principali gruppi farmaceutici, tra cui Pfizer, AstraZeneca e Sanofi.

Barda è un’interfaccia ufficiale e consolidata tra il governo federale degli Stati Uniti e l’industria biomedica. Fornisce servizi simili a quelli offerti da investitori di capitale di rischio o acceleratori di imprese nell’industria privata, anche se non assume alcuna partecipazione finanziaria nel prodotto finale una volta approvato dalla Fda (l’equivalente Usa dell’Ema europea). Per cui rinuncia ai profitti. Secondo quanto argomenta Mariana Mazzucato, nel suo saggio Lo Stato innovatore: “Semplificando un po’, gli americani hanno identificato degli obiettivi di ricerca importanti; hanno creato delle organizzazioni ad hoc con lo scopo di raggiungerli; hanno messo sul tavolo cifre molto alte; hanno messo a capo di queste organizzazioni scienziati-manager di livello altissimo dando loro una grandissima discrezionalità su come utilizzare i fondi a disposizione”.

In Europa, l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) – che ha un budget operativo di soli quattrocento milioni di euro, ovvero quattro volte inferiore alla sua controparte americana – ha solo un ruolo di monitoraggio del mercato e non di co-investimenti.

Hera Incubator

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, prospettando il programma per “un’Europa della salute”, ha annunciato l’intenzione di dotare l’Ue di una nuova agenzia (Hera) dedicata alla ricerca biomedica come quella che esiste negli Stati Uniti. Pertanto, nella sua comunicazione dell’11 novembre 2020, la Commissione ha annunciato la decisione di dare vita alla Health Emergency Response Authority (Hera),con compiti simili alla Barda statunitense. La proposta definitiva è prevista nel corso del 2021 e la sua entrata in funzione entro il 2023. E in effetti, il 17 febbraio 2021, la Commissione europea ha lanciato il programma Hera Incubator, un progetto di “bio-difesa” che aiuterà a controllare la circolazione delle varianti Covid-19 e ad anticipare le prossime fasi della pandemia.

Hera si baserà sulle azioni intraprese fino a ora, e fornirà una struttura permanente per la modellazione del rischio, la sorveglianza globale, il trasferimento di tecnologia, la mappatura del rischio della catena di approvvigionamento, il rafforzamento delle capacità, la produzione flessibile, la ricerca e lo sviluppo di vaccini e farmaci. Verrà inoltre lanciata una rete di sperimentazioni cliniche accelerate. Riunirà sedici paesi membri e cinque associati, che metteranno in comune i loro dati.

Sviluppare questo progetto ha un costo: servono settantacinque milioni di euro subito che sono già previsti per sviluppare test specifici e aumentare il sequenziamento del genoma del virus. L’obiettivo è farlo per il 5% dei test positivi (contro l’1% attualmente) in modo da identificare le mutazioni delle varianti il più rapidamente possibile. Sono previsti ulteriori centocinquanta milioni di euro per rafforzare la ricerca e lo scambio di dati tra i gruppi. Per sostenere questo finanziamento, la Commissione rilascerà rapidamente trenta milioni di euro nell’ambito di Orizzonte 2020 e centoventi milioni nell’ambito di Orizzonte Europa.

Nel corso del Consiglio europeo del 25 febbraio 2021, i primi ministri hanno affermato che, con l’incubatore Hera, gli Stati europei vogliono affrontare l’emergenza e accelerare l’autorizzazione dei vaccini, la loro produzione e distribuzione, rallegrandosi della rapidità con cui è nata Hera Incubator.

Ci risulta che in data 8 aprile 2021, il presidente della Regione Lazio, Zingaretti, abbia inviato una lettera al presidente del Consiglio Draghi, sulla base di una precedente nota inviata all’ex-premier Conte, nella quale si informa che è stata assunta una delibera di giunta che indica come atto di indirizzo la riqualificazione del compendio immobiliare del Forlanini a Roma, da tempo inutilizzato, come una delle priorità da inserire nel Pnrr in vista della candidatura di Roma a sede dell’Agenzia europea per la ricerca biomedica. Nel Pnrr presentato da Draghi, è comunque prevista la spesa di 524 milioni di euro (centotrentuno milioni per quattro anni, come risulta dalle schede allegate al Recovery Plan) per finanziare un centro di eccellenza nazionale per la gestione delle epidemie. Forse anche in attesa che la sede di Hera sia assegnata all’Italia.

Articolo precedenteLa soluzione del problema libico: uccidiamoli con la bomba N
Articolo successivoIl risveglio di Enrico Letta