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Riforma Cartabia, una giustizia con la mascherina

È un disegno di giustizia monitorata, prudente e col distanziamento sociale, quello approvato alla Camera. Per attaccare la magistratura è il momento ideale. Sotto...

Mostri di carta: la Russia contro “La Stampa”

“La Stampa” pubblica un articolo che gira intorno all’assassinio di Putin. Nel Paese del “qui lo dico e qui lo nego” il linguaggio dev’essere un altro, specialmente adesso. Il quotidiano torinese, poi, è tra i più schierati in favore dell’Ucraina. L’ambasciatore russo perde la testa e sporge denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato; il gesto diventa un’occasione mediatica. Una fotografia, non si capisce se casuale o maliziosa, ritrae il diplomatico con l’aureola vermiglia di un segnale di sosta vietata, facendone la caricatura di un’icona. La Federazione nazionale della stampa reagisce indispettita e annuncia di voler essere parte civile, ricordando che i giornalisti sono già bersagliati da azioni legali e querele-bavaglio.

Come se non bastassero settimane di violenza, migrazioni forzate, morti e distruzioni, si devono vedere scaramucce in cui il senso delle proporzioni e della realtà sembra un caro ricordo. L’attendibilità della “Stampa” era nota al popolo torinese, anche quando Torino era la Fiat e la Fiat era il movimento operaio. La chiamavano con una parola mezza sprezzante, mezza affettuosa e tutta convinta: la busiarda. La memoria della vecchia ambasciata sovietica a Roma non deve avere lasciato tracce, in quella russa di oggi; eppure è probabile che una parte del personale sia di lungo corso, e l’ambasciatore Razov è un diplomatico di carriera. Se guardassero meglio negli archivi troverebbero, per esempio, che il più famoso fra i padroni storici del quotidiano, Gianni Agnelli, partì volontario nella criminale aggressione italiana all’Unione sovietica, e lo rivendicò come un merito.

Le proposte governative sui magistrati: peste suina al palazzo di giustizia

Trent’anni da Mani pulite e dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il clima di resa dei conti prende corpo, ed è facile dire che i magistrati se la sono voluta. Luca Palamara – tanto per prendere il personaggio simbolo di un brutto andazzo – in fondo è stato destituito, anche se continueranno a circolare i suoi indispensabili libri. La destituzione è una cosa invisibile, una mosca bianca, nei ranghi del potere politico, dove tutto s’accomoda. Evidentemente la posta in gioco è un’altra, e forse non bisogna neanche cercarla nei mali del correntismo e del carrierismo.

Viviamo in una strana economia fatta di sovvenzioni, prelievo diseguale, spesa arruffata. Una montagna di denaro fa promesse e compra consenso, mentre, all’ombra del suo sottobosco, l’inflazione, la speculazione e l’accaparramento, insieme con le crisi industriali irrisolte, erodono i benefici prima ancora che arrivino. Sussidi e manovre stanno creando un modello inedito, una buffa sintesi di liberismo protetto, a basso valore aggiunto, polarizzato sul cemento e sul mattone, e di un corporativismo che sembra multipartito.

La giustizia non gioca a dadi

L’autogoverno dei magistrati ne garantisce l’indipendenza. E ha detto bene, nel 2007, il Consultative Council of European Judges del Consiglio d’Europa, nell’“Opinion” The Council...

Mimmo Lucano, la giustizia bendata non è una virtù

Un tentativo di integrazione dei migranti in un piccolo paese della Calabria, un sindaco accusato di reati gravi e una sentenza di primo grado...

L’oggetto libro e la sua digestione

Il recente scandalo del caporalato, in una grande azienda tipografica del Veneto, ci fa sbattere la faccia contro la realtà. Condizioni disumane, sfruttamento, rapporti...

Lavoro, una sentenza che fa ben sperare

(Questo articolo è stato pubblicato il 7 aprile 2021) La Corte costituzionale, sulla base di una questione sollevata a Ravenna, ha esteso la tutela...

La prescrizione al tempo del processo resiliente

“Terzogiornale” ha già segnalato buone idee e false piste nel lavoro della commissione Lattanzi istituita dalla ministra Cartabia. Adesso arrivano proposte non risolutive sulla prescrizione. Si è scelto di non ripensare completamente né la legge Cirielli né il sistema Bonafede: una manovra di epoca berlusconiana e uno strumento di altro segno reggono al cambio di stagione, con toppe e rammendi.

Curiosa trovata, l’improcedibilità. In materia penale è un istituto noto, ma di solito consiste nella mancanza di una cosa, nel sopravvenire di un’altra. Qui, per dichiararla, basta il calendario: così si introduce quasi una forma di “prescrizione del processo” in appello e in cassazione. Il sistema sembra ispirato al principio della ragionevole durata, in realtà ne è ben distante. La ragionevole durata impone di farlo, il processo, non di farne una parte e poi basta: vuole che il lavoro giudiziario sia spinto avanti, non di lato.

Quando in Italia, nel 2001, settembre venne di luglio

Finiscono gli anni Novanta, in Europa si spengono le guerre dei Balcani, la parola Jugoslavia diventa un tabù. La riunificazione tedesca è solida e...

Ordinamento giudiziario e Consiglio superiore della magistratura: novità in vista

La commissione di giuristi istituita il 26 marzo dalla ministra Cartabia ha chiuso i lavori. Ha proposto interventi sulla riforma dell’ordinamento giudiziario (niente norme...