La memoria di Enrico Mattei è ancora tenace in Italia, e la sua storia è legata a quella del Paese.“Repubblica” (il 17 e 18 dicembre scorsi) ha aperto un vespaio. Una nota desecretata della Cia – da Milano agli Usa via Roma, 11 agosto 1955 – riporta commenti di pochi giorni prima, che riflettono voci correnti in ambienti della capitale (è accessibile qui). Si fa riferimento a un alto funzionario della Farnesina, già creatura di Galeazzo Ciano, e a una riunione in casa di Junio Valerio Borghese, per preparare il modo di agganciare l’ambasciatrice Usa, Clare Boothe Luce. C’è anche un’altra riunione, in una periferia romana non identificata: si svolge dopo che Mattei è stato informato di manovre americane che riguardano il petrolio e l’Italia. Non mancano gli sforzi dell’ambasciatrice in favore degli interessi petroliferi statunitensi.

Il perno di tutto questo è il petrolio, appunto, vero sangue nero di queste storie, quanto il gas e le altre fonti di energia, anche oggi, nell’Italia del sovranismo. Ma le contese sugli idrocarburi sono più grandi di un solo dispaccio della Cia, e non bisogna chiedere troppo a un documento episodico.

Soltanto per assaggio: l’interessamento dei fascisti alla Boothe Luce è ovvio; del resto, in lei l’anticomunismo era viscerale quanto il devozionismo. Si dice che un prelato, dopo una sua tirata entusiastica per la fede romana, le fece presente di essere già cattolico. Sarebbe più interessante risalire lungo il filo delle informazioni Cia, perché i fili spiegano i gomitoli: quale fonte mandava a Milano notizie che sarebbero rimbalzate a Roma per andare negli Stati Uniti? Ma neanche così, si avrebbe in mano la verità. Se poi, per verità, s’intende la quantità di spie negli uffici, nelle imprese, nei salotti, quella sarà sempre approssimativa.

Il passato di Mattei è nella chiusa del testo, come i saluti si fanno sulla soglia (il momento delle paroline pungenti, non sempre tutte false): era stato fascista, si schierò con la Resistenza ma tenendosi buoni i tedeschi, la moglie fu amante di un capitano del Sicherheitsdienst; nel 1944, essendo chiara la vittoria alleata, pagò cinque milioni di lire a un capo partigiano della Dc, per diventare comandante democristiano della Resistenza e generale; la nomina fu approvata da Cadorna e Argenton.

A queste affermazioni, la Fivl (Federazione italiana volontari della libertà) ha reagito. L’Anpi per ora tace; la sua cautela quando c’è di mezzo Mattei è antica: nel 1946, prima delle scissioni fra partigiani al referendum, l’Anpi non si impegnò per la forma repubblicana; Mattei era contrario. Le scissioni ci furono lo stesso.

Va detto che il brano sul passato, nel dispaccio Cia, è maldestro. Presenta Mattei come fascista sino al 1945, ma intende dire 1943, perché spiega che aderì alla Resistenza l’8 settembre dello stesso anno. Vale la pena cercare altre incongruenze?

Siamo di fronte a una contesa memoriale, cioè sul presente. Tenendo da parte la verifica dei fatti specifici, è meglio far tesoro di qualcosa. La ricerca storica procede per confronti, analisi, anche congetture e passi falsi. Non si può pretenderla da un giornale; ma non è detto che un quotidiano sia inattendibile perché oggi è in edicola e domani ci si puliscono i vetri. Chi scrive ha pubblicato su un giornale un documento inedito sulle Fosse ardeatine (“l’Unità”, 23 marzo 2014). Però è grossolano piluccare da un archivio senza approfondire. Le carte dello spionaggio possono essere fuorvianti, questa è anche ritardataria: nel 1955 la Cia si interessa a fatti del 1944, di cui, all’epoca, si sarebbe occupato l’Oss (cioè l’Office of Strategic Services, l’antesignano della Cia).

Le reazioni indispettite non risolvono nulla. Uno scritto che emerge deve essere valorizzato, specialmente da chi ne è irritato o sconvolto. Silenzi e nascondimenti non servono, anzi, possono peggiorare le cose. Di fronte a una pubblicazione, anche di parte, viene da chiedere a chi si scandalizza: perché non l’hai fatta tu per primo? Avresti dettato l’ordine del discorso. Certe rivelazioni sono a orologeria, ma non sembra questo il caso: non è “Repubblica” a desecretare atti Cia. Però il gruppo Gedi potrebbe voler dare un segnale al gabinetto Meloni e alle velleità autarchiche. Di sicuro, “Repubblica” ha voglia più di consultare atti Cia del 1955, che di difendere Julian Assange, che ha svelato fatti recenti.

Mattei è icona di una cifra politica molto italiana: prima fascista senza camicia nera, poi antifascista senza camicia rossa, tecnico e stimato, potente ma vicino al popolo, manovriero coi partiti (li usava “come un taxi”), spregiudicato negli affari. Una lettura che rivendica all’Italia un peso da media potenza lo accomuna a Moro e Craxi. Che i tre siano finiti male, è visto come un segno di conferma.

Sul ruolo di persone di spicco – nella Resistenza e soprattutto nel passaggio dal fascismo alla Resistenza, e da questa alla Repubblica – non si chiarisce mai abbastanza. Dentro e dopo quella magnifica pagina, i migliori faticarono a essere valorizzati, i disinvolti emersero meglio. I detrattori dell’antifascismo e dei partigiani vanno in cerca di dettagli con acribia inconfondibile; si consumano contese estenuanti, in cui i difensori della lotta di liberazione rischiano di specchiarsi nei revisionisti. Anche tra antifascisti c’è quasi una disputa escatologica, fra chi vede la storia per episodi e chi come un percorso lineare. Forse è un altro modo per essere filosofi o cristiani, cioè ricalca, nell’inchiostro e non più nel sangue, la differenza fra azionisti e comunisti notata allora, sul campo, da Emanuele Artom e Bianca Ceva.

Il materiale della Cia – comments su rumors che corrono in circles – è del 1955, ma un po’ siamo ancora lì, in Italia. Non per questo, tutto è incomprensibile. Mattei è stato assassinato, e dopo di lui il giornalista Mauro De Mauro, lui sì fascista e repubblichino, che aveva fatto ricerche per il film Il caso Mattei (di Francesco Rosi, con Gian Maria Volonté). Anche Pasolini è stato assassinato, dopo il lavoro per Petrolio e su Mattei. Se fra i mandanti, come suggeriscono alcune interpretazioni (tra cui il film La macchinazione di David Grieco), campeggia Eugenio Cefis, a sua volta ex partigiano, c’è da riflettere. Per esempio sul fatto che, dei due fratelli Pasolini, uno fa il partigiano e lo uccidono i comunisti a Porzûs, l’altro no, e a volere il suo silenzio, trent’anni dopo, sarebbe stato un ex partigiano conservatore. O sul fatto che non basta essere fascista, per non essere eliminati dai golpisti. O ancora – e vale per oggi – su spettacolo, cultura e narrazioni: fare un film porta a un omicidio, scrivere un libro anche; e la diplomatica Boothe Luce era stata attrice e direttrice di una rivista di moda. Il petrolio, il sangue, l’inchiostro e l’immagine, uniti in una torbida alchimia. In punto di storia, le cose più imbarazzanti possono essere le più stimolanti.