Trent’anni da Mani pulite e dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il clima di resa dei conti prende corpo, ed è facile dire che i magistrati se la sono voluta. Luca Palamara – tanto per prendere il personaggio simbolo di un brutto andazzo – in fondo è stato destituito, anche se continueranno a circolare i suoi indispensabili libri. La destituzione è una cosa invisibile, una mosca bianca, nei ranghi del potere politico, dove tutto s’accomoda. Evidentemente la posta in gioco è un’altra, e forse non bisogna neanche cercarla nei mali del correntismo e del carrierismo.

Viviamo in una strana economia fatta di sovvenzioni, prelievo diseguale, spesa arruffata. Una montagna di denaro fa promesse e compra consenso, mentre, all’ombra del suo sottobosco, l’inflazione, la speculazione e l’accaparramento, insieme con le crisi industriali irrisolte, erodono i benefici prima ancora che arrivino. Sussidi e manovre stanno creando un modello inedito, una buffa sintesi di liberismo protetto, a basso valore aggiunto, polarizzato sul cemento e sul mattone, e di un corporativismo che sembra multipartito.

E invece il modello è senza alcun partito: le idee di riferimento sono un ecologismo vago – il nucleare è “verde”, ma solo quello buono, come il colesterolo che non fa male – e una “resilienza” tuttofare, come l’arte di arrangiarsi. Un sistema come questo richiede per forza di cose d’incrinare i controlli di legalità. Per il bene pubblico, si capisce. Se un giorno si dovesse chiedere il conto a certe toghe, la loro colpa peggiore sarebbe di aver servito su un vassoio le scuse ideali, nel momento ideale, al potere politico e all’affarismo. Tutto a scapito della giustizia sociale, perché quella formale, di facciata, dalle riforme in cantiere può uscire candida come il sepolcro imbiancato.

Solo così, si può intendere il consenso politico che sta maturando attorno a interventi ambigui e in parte punitivi, che non farebbero funzionare meglio la macchina giudiziaria, ma la renderebbero più allineata a un’economia ambigua e ammiccante. Questo modello economico è un centodieci per cento urbi et orbi: se stai al gioco ci guadagni anche tu, o almeno te lo fanno credere. Nel progetto sui magistrati e sul Csm approvato in Consiglio dei ministri, su cui pare non sarà messa la fiducia (un segno che non esclude peggioramenti), c’è parecchio. Vediamone qualcosa.

Il nuovo sistema elettorale per il Csm combina un metodo binominale e uno proporzionale, con più collegi territoriali e uno nazionale; è un’alchimia su cui campeggia il criterio della candidatura individuale, non di lista. “Uno vale uno”, si direbbe, e non si comincia bene. Già da tempo, i gruppi sono tendenzialmente sospetti: se ne parla come di mucchi partitocratici, camarille, congreghe. Va da sé che, pur dietro candidature individuali, se si vuole, i gruppi possono esserci comunque, e nei modi peggiori. Le accuse circolate sulla “Loggia Ungheria” sono gravissime e non ancora chiarite; anzi, adesso solo a parlarne si fa brutta figura.

Sempre al Csm si affaccia il sorteggio, e anche nel modo più contorto: intrecciato alla parità di genere. Eppure l’Associazione donne magistrato italiane, pochi giorni fa, ha preso una posizione seria a proposito delle operazioni di pinkwashing e del sorteggio. Le donne magistrato sono ascoltate poco, benché la ministra della Giustizia, che viene dalla Consulta, sia una donna.

Si limita la possibilità di passaggi del magistrato (“porte girevoli”) tra gli uffici giudiziari e la politica, o gli incarichi che la politica controlla. È una strettoia discutibile, sul piano della Costituzione e su quello dei diritti della persona, che sono garantiti a livello internazionale. Usava parlar male delle “toghe rosse”, ma ci sono importanti magistrati che per anni hanno lavorato in politica a destra (per esempio Franco Frattini, un nome circolato per il Quirinale), indisturbati. La realtà è che limitare i diritti serve a colpire gli incontrollabili e a rafforzare le cordate, contro gli imprevisti. La stabilità è il monocolore di questi anni grigi.

Si disegnano differenze di trattamento, quanto alla possibilità di tornare alle funzioni giudiziarie, fra i magistrati eletti in politica e quelli nominati a incarichi tecnici. La distinzione è pericolosa: molti incarichi tecnici sono indirettamente politici, e una discriminazione fra designazioni pilotate e nomine decise dal voto popolare è opaca.

Di più, e più in basso: la destra pregusta nella manovra un assaggio, un cuneo per dividere meglio, definitivamente, i magistrati giudicanti e quelli requirenti, un obiettivo già craxiano e berlusconiano. Ecco a cosa servono le diatribe sulle “porte girevoli”. Non si vuole chiudere porte, ma spezzare uffici, disperdere professionalità, azzerare memorie investigative, costruire tra gli uffici muri impermeabilizzati, cappotti termici ovattati.

Ricevono più potere gli avvocati nei consigli giudiziari, per la valutazione dei magistrati, anche se per ora con qualche formalità; anche questa ambizione ha un inconfondibile gusto anni Ottanta.

Vengono ostacolate, nel lavoro del Csm, le nomine decise per più posti contemporaneamente. Questa scelta riposa sulla pia illusione di impedire scambi e manovre, che invece si possono realizzare benissimo anche un po’ alla volta; forse, alla spicciolata, riescono persino meglio. Ma qui c’è un inconveniente troppo costoso: facendo le nomine secondo l’ordine di vacanza dei posti, può risentirne la lotta alla criminalità, che richiede coperture rapide in funzione delle esigenze investigative, e quindi accorpamenti per importanza, non per ordine di pensionamenti e trasferimenti. Credendo di colpire il correntismo, si irrigidisce la burocrazia.

Fra i pochi passi giusti, un tentativo di trasparenza dell’attività del Csm, una sorta di Freedom of Information Act autogestito. Magari, perché sul “Foia” sino a ora il Csm è stato diffidente; ci sarà da vedere se questo reggerà in sede parlamentare, oppure se in nome dei dati sensibili prevarranno i segreti. Ma sull’intero impianto, alle Camere saranno possibili ampie manovre.

Tutto ciò esce da una seduta governativa che vedeva all’ordine del giorno non la giustizia, ma misure urgenti contro la diffusione della peste suina e regole sugli istituti di ricovero e cura.