La destra ha un’ambizione, che non dice in campagna elettorale; Meloni preferisce le dichiarazioni in difesa degli animali. Si tratta della giustizia militare: un’estensione delle funzioni dei tribunali militari che potrebbe alterare equilibri giurisdizionali e costituzionali. Adesso i tribunali militari si occupano solo dei reati previsti nei codici militari e in qualche altra legge; ma ci sono proposte per aggiungerne altri, togliendoli ai tribunali ordinari.

La giustizia militare o “castrense” è quella in cui un osservatore smaliziato come Eugene Fidell (è anche relatore ai convegni della Société Internationale de droit militaire et de droit de la guerre) denuncia una inherently insular nature. In Italia è incardinata nel ministero della Difesa, e ai collegi giudicanti partecipano gli ufficiali. Quanto ai magistrati militari, sono in realtà civili equiparati ai magistrati ordinari per stato giuridico, trattamento, carriera; ma autogoverno e indipendenza non sono altrettanto garantiti, specialmente tenendo conto di cosa chiede l’Europa (si veda qui).

Questo aumento delle funzioni dei tribunali militari potrebbe danneggiare sia i militari sia gli altri cittadini. Alcune proposte riguardano qualche reato in più. Altre, invece, comportano un’estensione senza criterio e non proporzionata ai mezzi. La giustizia militare ha solo tre sedi e un organico di cinquantotto magistrati. A una struttura così rarefatta, c’è chi propone di attribuire quasi ogni cosa.

Fra i vari disegni di legge, c’è quello di Fratelli d’Italia – AS 905, al Senato – che ha per prima firmataria Isabella Rauti (un cognome indimenticabile). Porta davanti ai tribunali militari gli appartenenti a tutte le forze armate per parecchie categorie di reati. Si tratta di crimini contro molte cose che ora sono tutelate dalla giustizia ordinaria: personalità dello Stato, pubblica amministrazione, amministrazione della giustizia, ordine pubblico, incolumità pubblica, fede pubblica, moralità pubblica, buon costume, persona e patrimonio; il tutto, se c’è abuso dei poteri o violazione dei doveri militari, o semplicemente se il fatto accade in luogo militare. L’elenco è così ampio da escludere ben poco. In pratica, comprende quasi tutto ciò che succede nelle caserme, ma anche fuori, se c’è abuso di poteri o violazione di doveri.

Non basta. Con la proposta Rauti, vanno davanti ai tribunali militari anche armi e droga, e persino ogni reato comune – e il numero di quelli previsti dalle leggi italiane è quasi incalcolabile – commesso in luogo militare o a causa del servizio militare in offesa del servizio militare o dell’amministrazione militare o di un altro militare. Il senso esatto di questa proposta è dubbio perché è formulata male, ma comunque l’esito sarebbe grave. Vediamo.

Il ragazzo in ferma breve, in borghese e prima della libera uscita, mentre è ancora in caserma, condivide un po’ di fumo, cominciando un’amicizia o un corteggiamento. Il maresciallo, di guardia al portone di un ufficio pubblico, scaraventa a terra un tizio perché sfreccia col monopattino sul marciapiede. La caporale è di piantone: trascurando il servizio, col suo cellulare privato, manda messaggi persecutori. Il capitano è in ufficio – ma rimugina un contrasto familiare, lascia il suo posto e va verso gli alloggi, sempre nell’area militare, incontra la moglie e la schiaffeggia. Sono cose con un tenue legame col servizio, e oggi sono giudicate dai tribunali ordinari.

Il problema è anche più serio. Con la proposta di Fdi, casi importanti sarebbero giudicati dai tribunali militari, perché commessi in luogo militare o con abuso dei poteri o violazione dei doveri. Così sarebbe stato, o sarebbe, per le violenze al G8 di Genova nel 2001, per i fatti nella caserma dei carabinieri a Piacenza, per Serena Mollicone, per la morte di Emanuele Scieri, a Pisa nella Folgore, e per quella di Marco Vannini. Così anche per l’omicidio di Stefano Cucchi, una storia che è una voragine aperta nella questione del potere e delle garanzie.

La proposta di Fdi, almeno per alcune categorie di reati, non distingue fra quando la vittima è un militare o invece un civile. Da molto tempo, i tribunali militari non giudicano reati commessi sui civili, perché quei giudizi hanno presupposti diversi. I processi sulle stragi naziste, prima messi da parte nell’Armadio della vergogna, dagli anni Novanta li ha fatti la giustizia militare; ma in quel caso, nulla di strano: hanno seguito le regole dell’epoca dei fatti.

Affidare di nuovo alla giustizia castrense reati con vittime civili è una cosa già sentita. Somiglia – chi si rivede? – alle proposte scellerate del fascista Giorgio Almirante negli anni Settanta e Ottanta, su cui fece anche una petizione: pena di morte e processi nei tribunali militari per i reati politici di sangue, in cui erano civili sia gli imputati sia le parti lese. Ritornelli lugubri che la politica non prese sul serio, certo, parole da comizio e da fronteggiamento. Ma appunto nel Fronte della gioventù del Movimento sociale, anni dopo, sarebbe cominciata la carriera di Giorgia Meloni, e adesso il quadro politico è diverso.

Tra gli effetti della proposta di Fdi, va considerata anche la sottrazione alla giustizia ordinaria – in tempi di Pnrr, di guerre, e cioè di forniture militari appetibili, di devastazione dell’ambiente – dei reati contro la pubblica amministrazione e di quelli ambientali commessi in luogo militare o a causa del servizio militare (per esempio, uranio impoverito).

La proposta di Fdi non è l’unica. È significativa, alla Camera, la AC 1402, adottata come testo base dalle commissioni II, giustizia, e IV, difesa. Il primo firmatario è Giovanni Aresta, anche gli altri sembrano tutti 5 Stelle. Ma leggendola adesso, franati Conte e Draghi e calato il polverone, è firmata anche da Insieme per il futuro e proprio da Fdi. Prodigi dei riposizionamenti.

Quando il ministero della Difesa, l’anno scorso, ha istituito la commissione di studio e approfondimento per la riforma del codice penale militare di pace, si è previsto di prendere in considerazione proprio la AC 1402. Ma si trattava di verificare la sua sostenibilità e c’era consapevolezza degli inconvenienti: anche se con qualche differenza di formulazione, considera come militare, a certe condizioni, quasi ogni reato commesso nelle forze armate. Poi, quest’anno, il ministero della Giustizia ha costituito la commissione per elaborare un progetto di codice dei crimini internazionali. Le questioni della giurisdizione sui crimini internazionali e del perimetro della giurisdizione militare sono vicine, le due commissioni hanno lavorato contemporaneamente, eppure, malgrado l’impegno di accademici, magistrati e funzionari, su una cosa basilare come mettere i crimini internazionali davanti ai tribunali ordinari o a quelli militari non c’è stata una proposta univoca. Ci vuole ancora studio su molti altri aspetti. Sono attivi vari gruppi di lavoro, però manca una valutazione complessiva diversa da assurdi “spacchettamenti”.

Intanto è tornata la proposta di Matteo Salvini di riattivare la leva obbligatoria, un tema all’attenzione di “terzogiornale” (si veda qui). I futuri coscritti potrebbero, a sproposito, finire davanti ai tribunali militari. Mentre la destra ripropone il presidenzialismo, e a Berlusconi è sfuggito che vogliono sbarazzarsi di Mattarella, ci sono anche rischi per gli equilibri interni alla giustizia penale.