Anche la lettura dei commenti che i lettori di “terzogiornale” scrivono sulla sua pagina Facebook è utile per capire come ormai la retorica populista si sia insediata nel modo di pensare la politica nel nostro Paese. Vediamo che la contrapposizione tra “alto” e “basso” ha sostituito quella tra destra e sinistra, e che quella fra poteri forti e popolo agisce come griglia interpretativa al posto di quella tra capitale e lavoro. Ne conseguono insulti, linguaggio violento e semplificazione estrema di fatti complessi – se non vera e propria falsificazione dei fatti stessi. Per esempio, qualche settimana fa, un nostro lettore, a proposito di un articolo sulla Cgil, ha scritto – a conferma di altri commenti sul sindacato come traditore dei lavoratori – che Lama aveva barattato la scala mobile con un posto da ministro. Ma come si sa, Luciano Lama non fu mai ministro, anche se fu tiepido rispetto al referendum sulla scala mobile voluto a suo tempo dal Pci.

Ora, tanti commenti e interventi di questo tipo ci dicono che, per una larga fetta dei frequentatori dei social network, il mondo si divide fra traditori e difensori del popolo. E lo stesso sindacato sarebbe traditore non perché poco battagliero verso gli imprenditori e il capitale in genere, ma in quanto casta autoreferenziale di funzionari ben retribuiti che non si batte contro i poteri forti: la finanza cosmopolita, la burocrazia dell’Unione europea, i lavoratori statali fannulloni, ecc. E infatti, se il discorso si sposta sulla sinistra in generale, si possono notare commenti per i quali i partiti hanno tradito il popolo, dal momento che hanno svenduto la patria, non ne hanno difeso la sovranità. Così, se un ministro di un governo di centrosinistra ha liberalizzato il mercato dell’energia – fra gli anni Novanta e il nuovo secolo –, sarà considerato un “vendipatria”, o gli saranno affibbiati altri epiteti del genere.

Pochi, per non dire nessuno, vorranno riflettere sul fatto che in Italia, come nel resto d’Europa, la retorica neoliberale era al culmine della sua egemonia negli anni Novanta, tanto che anche fra i ceti popolari tutti erano convinti del fatto che la concorrenza tra privati avrebbe garantito tariffe più basse, e sarebbe stata un potente antidoto contro l’avidità dei monopoli e la corruzione. Ma, al commentatore social – che magari con lo stesso sentimento antipolitico aveva voluto le liberalizzazioni contro le “mangiatoie” di Stato –, non interessa interrogarsi sul perché il neoliberalismo fosse diventato allora egemone, né sul come fare a smontare oggi il suo immaginario egemonico tramite la battaglia politica. Gli basta decretare chi sono i traditori, postando commenti sui social network e invitando a votare per chi non ha tradito, per chi avrebbe veramente a cuore le sorti del popolo. E i suoi toni non possono che essere violenti, perché il fulcro del suo sentire è la denuncia dei traditori, dei corrotti, di coloro che avrebbero svenduto la ricchezza del Paese alle multinazionali, alle potenze straniere, e così via. Certamente, questo risentimento, alimentato da categorie politiche rozze e quanto mai semplicistiche, conduce a destra perché la destra è pronta ad accoglierlo e ad alimentare quella stessa visione.

Va detto allora con chiarezza che il populismo è sempre di destra. Infatti, è sempre contro la mediazione e, come tale, fa appello a un non meglio precisato popolo che si schiera contro le istituzioni democratiche e contro i corpi intermedi. Nella sua retorica “direttista”, disprezza la politica e, in generale, la sfera pubblica come campo della costruzione del sé individuale e collettivo. Chi si appella al popolo, in realtà, non fa che sposare l’antropologia liberale tipica della borghesia imprenditoriale, quella per cui si nasce cittadini dalla nascita e non lo si diventa nel processo di soggettivazione umana tramite la famiglia, la scuola, la cultura di appartenenza, l’agone politico e lo Stato. Secondo tale antropologia, la politica si configura come un male necessario da accettare per il mantenimento dell’ordine sociale e delle regole minime della convivenza. Dunque, il populismo fa la sua comparsa in Europa come espressione della borghesia – ma riesce a fare breccia nei ceti subalterni, fra i lavoratori dipendenti dagli imprenditori, grazie alla retorica antipolitica che unisce i sottoposti ai loro padroni nel nome della cultura del lavoro e dell’onestà dei produttori contro i burocrati della politica, i funzionari dello Stato e in genere i dipendenti statali, che non contribuiscono alla produzione e si configurano come un vero e proprio ceto parassitario.

Rimane dunque da compiere il lavoro politico che i partiti di sinistra e il sindacato non riuscirono a fare quando il lavoro cominciò a disperdersi in mille rivoli a causa dei processi di ristrutturazione capitalistica degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, processi nei quali il populismo leghista trovò il suo brodo di coltura grazie al diffondersi delle microimprese e dei distretti, e alla conseguente disgregazione delle grandi fabbriche. Infatti, in una situazione del genere, la classe, e l’identità che ne derivava, lasciava il posto a un interclassismo che si riconosceva in una sorta di comunità di produttori.

Dopo trent’anni, possiamo dire che l’euforia del ventennio berlusconiano è stata sostituita da una specie di malinconia fascista per il benessere perduto. Il reale continua a presentarsi nella vita umana con il suo carico di casualità, dolore, guerre, pandemie, crisi ambientale, anche nel nostro assetto neoliberale che aveva tentato di eliminarlo grazie al godimento compulsivo dei consumi e al controllo di ogni aspetto della vita da parte della tecnica. E questo continuo presentarsi del reale genera l’odio antipolitico tipico del nostro tempo, il diffuso risentimento contro le istituzioni democratiche che spinge sempre più a destra i delusi dalla mancata promessa neoliberale.

La malinconia fascista è comunque il segno di una crisi del neoliberalismo, anche se il suo immaginario consumista e individualista rimane intatto nella maggioranza dei cittadini delle società europee. Le sinistre devono inserirsi in questa crisi di promesse non mantenute, di consumi illimitati e ricchezza per tutti tramite il famoso “sgocciolamento” (secondo cui i più facoltosi, con la vita agiata che conducono, renderebbero migliore l’esistenza anche dei più poveri), a partire dall’emergenza ambientale, che può richiamare in campo la contrapposizione tra capitale e lavoro, e dall’infelicità che quella stessa malinconia segnala.

Si tratterebbe allora di ricostruire l’unità del mondo del lavoro proprio tramite la capacità di spiegare quella infelicità con il fatto che, comunque, i luoghi di lavoro sono alienanti e lo stile di vita attuale – che compatta lavoro, tempo libero e consumi compulsivi in un continuum assurdo – non lascia alcuno spazio ad alcun tipo di spiritualità e al bisogno tutto umano di elaborare simbolicamente il mondo tramite la socialità democratica. Bisognerebbe essere in grado di dire che quel continuum, per cui il lavoro è solo lo strumento per percepire reddito e consumare, coincidendo con il mondo senza bisogno di elaborarlo nel conflitto politico, va spezzato per riconquistare non la sovranità della nazione, bensì quella della vita. La vita, infatti, non può essere mai appagata dai consumi e dai divertimenti, ma può esercitarsi pienamente nella costruzione di un mondo di riconoscimento reciproco a partire dal campo del lavoro, in cui porre le domande fondamentali, quelle che danno senso alla vita ben più dei consumi o della malinconia fascista per un passato che non torna. E queste domande saranno di nuovo, dopo tanto tempo, che cosa produrre, come, per quali bisogni.