A non andare, nel film di Gianni Amelio, è forse proprio ciò per cui sta avendo successo: presentare una vicenda giudiziaria, e soprattutto politico-intellettuale, nell’Italia degli anni Sessanta, incentrata sull’inesistente reato di “plagio”, come qualcosa di essenzialmente sentimentale. Così il merito di Amelio – che è quello di avere riportato all’attenzione un caso pressoché dimenticato – quasi si dissolve. Appare del tutto sovraccaricata, nel film, la relazione di Aldo Braibanti, filosofo, poeta, autore di teatro (oltre che studioso della vita delle formiche), con un ragazzo delle sue parti (Braibanti era nato a Fiorenzuola, in provincia di Piacenza). Se è vero che il sequestro di persona, messo in opera dalla famiglia ai danni del giovane, tra l’altro maggiorenne, rapito da una pensione romana in cui era ospite con Braibanti, è l’unico autentico reato intorno a cui avrebbe dovuto essere imbastito un processo, è anche vero che gli amori gay dell’epoca si configuravano in maniera molto diversa dall’idillio romantico. L’atteggiamento generale – riguardo all’intera sfera della sessualità, e non solo – era improntato a un altissimo grado di oppressione, e a questo bisognava reagire. Un che d’inimmaginabile, se si pensa a come le cose sono cambiate qualche decennio dopo. Bisogna essere stati giovani o giovanissimi negli anni Sessanta per saperne qualcosa. I rapporti omossessuali, poi, non uscivano da un loro confinamento un po’ sordido: squallide perversioni a cui, come nei riti di una setta segreta, gli adepti si lasciavano andare in luoghi riposti di campagna (è il caso di Pasolini) o nei cessi dei cinema di terz’ordine.

Ciò appare in un’unica rapida sequenza del film: quella dell’incontro con un prostituto, appunto in ambiente agreste, con cui Braibanti non consuma il rapporto. È palese qui il suo disagio, legato a un’idea alta della relazione erotica, sul tipo di quella tra il maestro e il discepolo di derivazione greco-antica. Ma il film non sviluppa questa tematica (collegabile, per converso, al terribile senso di colpa indotto nell’omosessuale degli anni Sessanta dal mondo che gli sta intorno), e preferisce un tenerume che fa a pugni, peraltro, con la “durezza” del personaggio Braibanti, uomo tutto d’un pezzo e non privo di una sua severità, come pure il film mette in luce.

A risultare sacrificata dall’impostazione del film, è poi la sua figura più politica, quella del cronista dell’“Unità” (interpretato da un ottimo Elio Germano), che con le unghie e con i denti si batte per affermare, già all’interno del suo giornale, la completa assurdità del reato di “plagio”, eredità del fascistissimo codice Rocco (la cui fattispecie fu cancellata dalla Corte costituzionale solo molti anni dopo). È per l’impegno di persone come lui – sebbene il suo personaggio sia frutto dell’elaborazione narrativa propria della sceneggiatura – che al tempo cominciò a incrinarsi il tabù che pesava sull’omosessualità e i suoi riti. Il contrasto tra la “segretezza” delle pratiche omosessuali e l’inconsistenza del reato di “plagio”, sotto cui si intendeva coprirle, è ciò che emerse con forza. E fu quello che svelò – perfino al quattordicenne quale chi scrive era – insieme l’ipocrisia e la cornice repressiva entro cui il caso giudiziario era racchiuso. (Qualcosa di simile, nei suoi effetti, era accaduto, appena un paio di anni prima, con il processo alla “Zanzara”, una rivistina scolastica che aveva osato trattare il tema della sessualità tra gli studenti).

Sarà stato forse vero che l’“Unità” ebbe delle remore a occuparsi dei fatti in maniera chiara, ma un giornale collegato al Partito comunista, “Paese sera”, ne parlò diffusamente, pubblicando anche, nel luglio del 1968, una lettera aperta di Elsa Morante sul caso. Lo stesso può essere detto di “Quaderni piacentini” (di cui tra l’altro Braibanti era stato un collaboratore) o di “Nuovi argomenti”, la rivista di Moravia e Pasolini. Ci fu insomma una mobilitazione politico-intellettuale, che irruppe nel caso giudiziario travalicandolo, e di cui nel film si smarrisce la traccia. Il Partito comunista ebbe di sicuro delle responsabilità nel non affrontare con risolutezza la questione dei diritti civili; ma non si può dire che un contesto intellettuale che all’epoca, in un modo o nell’altro, gli era assai vicino, non se ne sia occupato. L’intellettualità di sinistra, già prima e indipendentemente dal movimento del Sessantotto, fece propria la causa di Braibanti – e fu quello di certo uno dei suoi momenti migliori sotto il profilo dell’impegno. Che non può essere ridotto al ruolo svolto dai radicali (da Marco Pannella, in particolare, anche se nel film compare di sfuggita Emma Bonino in persona), i quali furono soltanto uno degli attori in gioco.