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Home » Articoli » Questioni aperte sui tribunali militari

Questioni aperte sui tribunali militari

La giustizia militare, per non diventare un piccolo mondo chiuso, dev’essere al servizio della Repubblica democratica

1 Novembre 2022 Luca Baiada  4215

Con tre sedi e un organico di cinquantotto magistrati, i tribunali militari non sono fra le prime preoccupazioni in Italia. Eppure le funzioni e lo statuto dei magistrati militari influiscono su chi veste la divisa. Non è la stessa cosa, per chi è alle armi, adeguarsi a un modo di fare, di parlare, di socializzare, di litigare, oppure a un altro. Così, le sfumature e le abitudini con cui poche decine di toghe interpretano i codici – datati 1941 e firmati da Mussolini – possono fare la differenza.  

Lo storico Nicola Labanca, ancora nel 2004, notava nelle vicende della giustizia castrense i segni di un “piccolo mondo chiuso rispetto alle novità dell’Italia democratica”. Dopo la Costituzione, lentamente, certe cose cambiarono, altre possono cambiare. Di recente si sono mossi due ministeri, ma qualcosa ancora non va.

Due commissioni. Una alla Difesa, l’anno scorso: Commissione di studio e approfondimento per la riforma del codice penale militare di pace, presidente Michele Corradino, il consigliere giuridico del ministro. L’altra alla Giustizia, quest’anno, col conflitto in Ucraina: Commissione per elaborare un progetto di codice dei crimini internazionali, presidenti Francesco Palazzo e Fausto Pocar. Accademici e magistrati, relazioni, lavoro di fino. Però, un curioso raccordo fra i temi: le due commissioni hanno avuto in comune solo un alto magistrato militare e un generale. E stallo sull’attribuzione dei crimini internazionali ai tribunali ordinari o militari; eppure la prima domanda su un processo è chi debba farlo.

Adesso c’è una terza struttura. È di nuovo alla Difesa: gruppo di studio per allineare l’ordinamento giudiziario militare alla riforma di quello ordinario. Già, perché la riforma Cartabia (legge 71 del 2022) vuole una decretazione legislativa anche su questo, per il “riassetto” delle norme del codice dell’ordinamento militare del 2010, “in quanto compatibili”, facendo un “coordinamento formale e sostanziale” con lo statuto della magistratura ordinaria. Nel gruppo di studio, che comprende quattro magistrati militari, a parte il presidente che è sempre Corradino, e il generale, nessuno ha preso parte alle commissioni; questo, forse, promette qualcosa di nuovo. Però resta quel criterio misterioso della riforma Cartabia: la compatibilità.

Il punto critico è che, con la normativa attuale sull’autogoverno e sull’indipendenza, la giustizia castrense non dà all’imputato e alla parte lesa le stesse garanzie di quella ordinaria (si veda qui). Il problema riguarda i militari, ma di riflesso i civili, sia perché molti militari hanno funzioni investigative, di polizia e di sorveglianza, anche sull’ambiente, sia perché alcuni progetti vorrebbero davanti ai tribunali militari i reati con vittime civili (per esempio il caso Cucchi), tema che abbiamo già trattato su “terzogiornale“. E ha detto bene Giuseppe Santalucia, al congresso dell’Anm: “I problemi, le cadute, i passi falsi della magistratura hanno immediata rifrazione sulla vita delle persone, anche quelli che appaiono i più interni e limitati all’assetto organizzativo”.

La via maestra per il nuovo gruppo di studio, alla Difesa, è proporre norme di sana e robusta Costituzione. La giustizia militare è speciale, ma non come quella amministrativa o contabile: è sempre giustizia penale. I magistrati militari vanno equiparati a quelli ordinari per stato giuridico, autogoverno e indipendenza. Ogni loro garanzia è al servizio della società; in più, devono contribuire alla conformità dell’ordinamento delle forze armate allo spirito democratico della Repubblica. Vediamo qualcosa di più specifico.

Vanno ribaditi il diritto di far parte di associazioni e il divieto di iscriversi a quelle segrete o alla massoneria, come di frequentare le loro attività. Una delibera del 1992 del Consiglio della magistratura militare, nella prima consiliatura, andò faticosamente in questa direzione; è ora di fare meglio per legge.

Attenzione alle attività retribuite, anche occasionali, diverse dal proprio ufficio. A parte la giustizia tributaria, oggetto di riforma per conto suo, questo riguarda l’insegnamento e la giustizia sportiva, vicina a interessi economici enormi; per queste attività, nella magistratura ordinaria, ci sono vincoli e divieti di legge e del Csm. Visto che devono essere uguali per chi amministra la giustizia militare, la decretazione delegata è l’occasione ideale, anche perché nella giustizia sportiva ci sono magistrati militari con incarichi importanti.

Prevenire i distinguo furbetti. C’è quello fra attività “giudiziarie” ed “extragiudiziarie” e ce ne sono altri con cui, nelle magistrature, ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra. Nel programma di Fratelli d’Italia, sulla giustizia ordinaria, si legge: “Revisione degli incarichi fuori ruolo al fine di ricondurre più magistrati possibili allo svolgimento delle funzioni loro proprie”. Però, una cosa è che il magistrato non vada “fuori ruolo”, cioè non lasci il suo ufficio; altra cosa è che, “in ruolo”, abbia insieme emolumenti a parte, magari da privati. Meglio fermare ogni incarico retribuito diverso dall’ufficio di appartenenza. Un particolare: proprio nel nuovo gruppo di studio, fra i magistrati militari, alcuni hanno avuto incarichi nella giustizia sportiva; di certo non si lasciano condizionare da quelle esperienze. I conflitti d’interesse abitano altrove e l’Italia ne ha già sofferti troppi.  

Gli incarichi di insegnamento è meglio permetterli solo nelle scuole militari o in istituzioni strettamente pubbliche, e purché una parte dei guadagni vada agli orfani dei militari caduti in servizio.

Fra magistrati militari, i legami familiari o sentimentali sul lavoro sono numerosi. Fanno parte della libertà personale, ma la ristrettezza dell’ambiente consiglia cautele da individuare.

Gli ufficiali sorteggiati come giudici per i dibattimenti devono essere informati, dettagliatamente e con anticipo, sulle prerogative di indipendenza e segretezza, anche rispetto ai loro superiori.

La giustizia militare migliorerà? Quando il ministro Pietro Teulié volle un codice militare cisalpino, fu istituito un ufficio e ci lavorò nientemeno che Ugo Foscolo. Anche nel 1802 ci fu una commissione; il decreto istitutivo invitava gli “illuminati militari” a mandare osservazioni (con l’istituzione dei vari collegi, oggi, questo non si è sentito). Sono passati due secoli. Commissioni e gruppi studiano, conflitti incalzano e arriva un governo con la fiamma tricolore, eredità dei repubblichini di Salò e non della bandiera di Reggio Emilia del 1797. Noi, privi di un Foscolo e non sempre ben illuminati, ci aspettiamo il meglio dai professori, magistrati e funzionari che mettono mano all’ordinamento giudiziario militare. La giustizia castrense, lei, giudica uomini e donne che mettono mano alle armi.

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