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Il raduno, l’adunata, la rimpatriata

8 Novembre 2022 Luca Baiada  2154

Comincia il governo di Giorgia Meloni. Arrivano il decreto-legge del 31 ottobre e la conferenza stampa. “Abbiamo promesso che saremmo stati veloci e veloci siamo”, ma il tono deciso non finisce qui. La presidente è fiera, la presidente sa quel che ci vuole. Il suo discorso è fitto di “voi sapete”, “voi ricorderete”, perché la prevedibilità è vicina al popolo come la coerenza.

Tanto per cambiare, un decreto-legge. Vediamone un paio di contenuti – c’è chi li interpreta come sciatterie oppure, al contrario, come astuzie per distrarre l’opposizione (che sonnecchia senza sedativi). Parliamo del rave e dei sanitari non vaccinati. Chi pensa che un rave sia uno spazio liberato, un’omnicrazia alla Capitini o una cittadella creativa come Castelporziano nel 1979, con William Burroughs, Evgenij Evtušenko e Amelia Rosselli, vive di ottimismo. Quanto ai paradisi artificiali, oggi Baudelaire, contro il conformismo, canterebbe l’acqua minerale. Politicamente, però, neanche don Camillo confonderebbe un rave con un’adunata sediziosa.

Bisogna proteggere, sì. Ma cosa? Certe campagne italiane sono veleni sepolti, acque scarse e inquinate, boschi di microplastiche e scheletri di cemento e amianto che stanno lì a ricordare il mito della fabbrichetta. È meglio che l’archeologia industriale sia scenario da spettacolo, piuttosto che campo di battaglia, com’è successo nella più famosa acciaieria d’Europa. Fortini, nel sottotitolo di Extrema ratio, voleva “un buon uso delle rovine”: non l’hanno ascoltato i figli e nipoti dell’Urss, che si sono massacrati nell’Azovstal’, e non lo ascoltano quelli che riempiono i capannoni. Però, via: la pace chiassosa è sempre meglio della guerra.

Quanto alle serenità campestri del Bel Paese, se ne sono andate da un pezzo. L’abate Antonio Stoppani, che scrisse quel libro fortunato, l’Italia di oggi non la riconoscerebbe. La prima edizione – indispensabile nelle case perbene postunitarie – è del 1876; pochi anni dopo, smascherato l’idillio, anche in Italia si sarebbe cominciato a festeggiare il Primo maggio, senza attenzione né a limitare i partecipanti né a rispettare le proprietà fondiarie. Con grossi rischi: del genere di Portella della Ginestra, un raduno del 1947 in cui non furono i lavoratori a fare rumore.

Le comunità del rave sanno che Lavorare stanca perché di solito hanno lavori precari o rimediati; eppure le loro veglie non finiscono neanche Prima che il gallo canti e anzi, durano giorni. Come fanno? Chimica e contraddizioni dei tempi. In fondo, impasticcarsi è balordo sia quando è autorganizzato, sia quando fa girare soldi nelle discoteche, quelle di tagliagole rispettati che fanno denaro da riciclare. Ma nel secondo caso lo sballo è una speculazione accasermata. Per via di tutto questo, dopo il decreto lo spettro del rave mi mette l’uggia come un Commendatore mozartiano in canottiera: mi costringe a difendere la libertà anche quando è usata male. Una cosa è certa: con la società dello spettacolo e dell’intrattenimento, compreso il rinforzino sintetico, il potere ha corrotto il popolo, non il contrario.

Tanto per “dare un segnale” (che brutti sottintesi), la prima seduta del Consiglio dei ministri con la prima donna presidente, e con dentro due cognati, disegna un nuovo reato, con buona pace dei propositi di deflazione penale. All’apparenza riguarda riunioni senza colore politico, è contro il “lassismo”. Ma se si criminalizza ogni invasione di immobili fatta da più di cinquanta persone e con un pericolo descritto così (ordine pubblico, incolumità pubblica, salute pubblica), si colpiscono anche le “okkupazioni” e gli ingressi in terreni o stabili per lotte varie. E non solo. Curiosamente, le critiche difendono i raduni combattivi e non quelli festosi (sarà mica che viviamo in cagnesco?). Eppure bastano due classi di liceo su un prato, con le chitarre e le coperte per baciarsi comodi, e si può arrivare a sei anni di galera. Lo stesso, in campagna, per le feste di bovari e cavallari; in città, per le domeniche delle colf col pentolone da casa.

Sulla frontiera dello sfruttamento schiavistico, il reato può stendere una mano pesante sugli insediamenti di braccianti e manovali; sono gli ultimi dei cantieri, delle raccolte stagionali, del movimento terra. Anni fa un’associazione, a piedi lungo il Tevere, fece una mappa di mille piccole Rome di legno; poi la nascose, sgomenta, quando capì che era uno strumento di caccia, una bussola per le camicie nere col cerino facile.

L’interpretazione severa della norma, contro le lotte sociali, con le regole sul concorso di persone colpirebbe anche la cultura: non solo un Giuseppe Di Vittorio, anche un Danilo Dolci se la vedrebbe brutta. Ma questo dipenderebbe dalla magistratura; è importante che conservi l’indipendenza e tenga la schiena dritta.

E l’arretramento sulle vaccinazioni? È motivato con dati provvisori apparentemente confortanti, e a prima vista stona con le posizioni governative, così attente ai pericoli, anche per la salute. Ma no, a guardare meglio si vede una coerenza sottile, ispirata a valori comuni. Il ministro della salute, Orazio Schillaci, è sincero: l’esclusione dal lavoro per i medici non vaccinati era difettosa; causava, fra l’altro, l’assunzione di “medici extracomunitari”; forse è meglio un medico tricolore, anche se privo di vaccino, di uno vaccinato ma forestiero. Il ministro Schillaci garantisce di lavorare “nell’interesse unico dei malati”.

Si affaccia un biopotere futurista, autarchico ma dematerializzato. Ci consegna a sanitari “nostrali” mentre si favorisce uno slittamento dei corpi verso la mediazione simbolica: o ci si incontra in rete, dove ricerca e produzione di contenuti sono monetizzate, oppure in luoghi privati, cioè mediati dal supersimbolo: il denaro. E qui le differenze si sentono. Per dire: la sede della Fondazione per la critica sociale non ha una sala per cinquanta persone. Non serve allontanarsi, non si salva neanche la campagna. Ma questa, forse, è cosa vecchia; Franco Venturi, nel suo Il regime fascista, ricordava che in un misero borgo del Sud dominava una sola scritta, ed era contro gli stravizi: “Abbasso i gagà”.

Le norme cambieranno? Forse, ma già scriverle fa effetto. Il circuito cultura-controcultura-sottocultura, ricordato da Agostino Petrillo (vedi qui), in fondo è simile a quello fra decreto-legge e reazioni frontali, possibiliste, perplesse (sdegno, fermezza, distinguo, propositi). Con la differenza che ci sono di mezzo la gazzetta ufficiale e l’apparato giudiziario. Il provvedimento, se è così, funziona come parte di un rave smaterializzato, o piuttosto ne è la funzione di interfaccia convenzionale, di gagliardetto: quelli che si presentano come patrioti, vantano le rimpatriate. La rave-o-lution del governo Meloni, come lo sballo, mima un tempo astorico perché, simile ai ravers, non può cambiare la sostanza del mondo vero (inflazione, recessione, povertà, Pnrr, vincoli europei). La fissità identitaria e securitaria è seriale come la musica techno.

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Tagsgoverno meloni Luca Baiada primo decreto legge meloni rave sanitari non vaccinati

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