Panahi, lo sappiamo, non è soltanto un notevole autore cinematografico ma l’eroe di una resistenza, tranquilla e ostinata, al regime teocratico iraniano, che ha cercato a più riprese di impedire la sua attività artistica anche cacciandolo in prigione. Ed è certo da questa esperienza che nasce Un semplice incidente, ora nelle sale italiane, dopo essere stato premiato a Cannes. La trama del film – alquanto surreale se si pensa all’inserimento, per nulla estraneo alla poetica del regista, di non pochi elementi paradossali e umoristici nel tessuto narrativo – è presto detta: un oppositore del regime, incarcerato, torturato e in seguito rimesso in libertà, crede di riconoscere in un personaggio incontrato per caso il suo aguzzino, che egli non ha mai visto, bendato com’era, ma di cui ricorda bene purtroppo il suono della voce e il rumore del passo di chi si muove grazie a un arto artificiale.
Decide quindi di rapirlo e di farlo fuori, seppellendolo vivo nel deserto. Ma nel momento in cui ha cominciato a riempire la fossa in cui lo ha disteso legato come un salame, quegli riesce a insinuargli un dubbio: e se non fosse lui la persona responsabile delle torture che ha subito? se si trattasse di uno sbaglio? Di qui ha inizio una piccola odissea, con il malcapitato drogato e rinchiuso in un furgone, e l’aspirante vendicatore che va in giro alla ricerca di altri ex detenuti come lui per chiedere loro se riconoscono o no, in quell’uomo, il perfido carceriere detto “Gamba secca”.
Dopo varie peripezie, in una sequenza ad alta intensità drammatica, l’uomo legato a un albero, incalzato dal crescendo di accuse da parte del suo sequestratore e soprattutto di una donna, una fotografa, che fu anch’essa torturata, ammetterà di essere lui l’aguzzino. I due allora lo lasceranno lì, ma con un taglierino e le istruzioni per mettersi in salvo. Una punizione, o meglio una vendetta, c’è stata – e tuttavia i due non se la sono sentita di farsi giustizia da sé. Il film si chiude con la lunga inquadratura di spalle del mancato giustiziere che non può evitare di avere ancora nelle orecchie il “toc toc” del passo del suo carceriere.
È grande cinema, senz’altro: per la maniera in cui il film è girato, con una narrazione ellittica che di volta in volta mette in evidenza i punti salienti della vicenda, puntando tutto su quella che è la principale virtù dell’arte cinematografica, la sua scoperta del visibile proprio attraverso l’eliminazione di ciò che rimane fuori dal campo visivo. Ed è grande cinema anche per la tematica etica che agita: fino a che punto ci si può spingere con la vendetta, quella stessa che perfino molte religioni ammettono. Nell’impossibilità di rivolgersi a una legittima autorità costituita, che possa giudicare i torti subiti, cosa devono fare i torturati, o più in generale gli oppressi, per far valere le proprie ragioni?
Certamente uccidere il proprio carnefice una qualche legittimazione ce l’ha. Ma la spirale della violenza, in cui si finirebbe così col collocarsi – di una violenza puramente privata, nel caso sorda e muta, senz’alcuna possibilità di farsi cassa di risonanza di una più ampia rivolta –, quale senso mai avrebbe? Quale giustizia potrebbe mai nascere da una semplice ritorsione?
Il film ha dunque uno spessore etico che va molto al di là della surreale storia che narra, in un Paese che, per vocazione alla ribellione, è quello in cui oggi è forse più agevole misurare l’enorme distanza che separa una giustizia illuministicamente orientata dal neo-arcaismo cui si ispira non soltanto il regime iraniano, ma una parte considerevole delle posizioni politiche nel mondo. La “legge del taglione” praticata su larga scala passa quasi inosservata; messa però sotto il microscopio del regista più coraggioso presente sulla scena internazionale, mostra tutta la sua sporca ambiguità – nell’implicito riferimento all’orizzonte di un’altra giustizia ancora di là da venire.









