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Home » Editoriale » Conti in ordine? D’accordo, ma la giustizia sociale?

Conti in ordine? D’accordo, ma la giustizia sociale?

22 Settembre 2025 Rino Genovese  898

Si sa che i borghesi, vecchia storia, desiderano la stabilità politica come sfondo dei loro affari, unica cosa per loro davvero importante. Per questo (se si esclude una dittatura del proletariato, del resto mai vista nella storia, perché la sua forma realmente esistita è stata piuttosto quella di una dittatura sul proletariato) va bene qualsiasi regime, poco importa se liberale e democratico, autoritario o proprio fascista. Così l’agenzia di rating statunitense Fitch ha promosso i conti pubblici dell’Italia (upgrade a BBB+ e outlook positivo), mentre ha abbassato la valutazione della Francia: e ciò soprattutto per la stabilità politica di cui gode il nostro Paese, per via di una chiara maggioranza e del suo solido governo, laddove in Francia, com’è noto, l’assemblea parlamentare è divisa in tre blocchi (vedi qui). Nessuno vuole contestare che avere una prospettiva di riduzione del deficit (in Italia stiamo sul 3,4% del Pil nel 2024) e, se possibile, anche del debito pubblico complessivo (da noi al 135%) sia una buona cosa. Tutto sta, però, a vedere come ci si arriva.

Ebbene, il governo in carica dal 2022 ha ridotto la spesa pubblica: è il caso della sanità e c’è stata poi l’eliminazione di quello straccio di reddito di cittadinanza istituito dal governo Conte 1, per non parlare del superbonus, sostanzialmente sterilizzato. A fronte di questo, nessuna particolare lotta all’evasione fiscale (a parte la breve e risibile campagna pubblicitaria su quello che ordina l’aragosta al ristorante grazie alle tasse che non avrebbe pagato), ma neppure una diminuzione delle accise sui carburanti – anzi, in proposito, c’è stato un aumento di quelle sul gasolio, nonostante la promessa demagogico-elettorale di Giorgia Meloni. Infine, tra “tasse piatte” e dumping fiscale che favorisce i super-ricchi che dall’estero si trasferiscono nel nostro Paese (una misura, questa, voluta già dal governo Renzi) si è lasciata mano libera all’affarismo, evitando perfino qualsiasi imposizione fiscale una tantum sui proventi delle banche, di cui pure si era parlato. Nell’insieme, il quadro è quello di un’Italia che si arrangia tra salari bassissimi (vedi qui), boom dell’iperturismo e affitti brevi, e soprattutto soldi del Pnrr, che non sono stati portati a casa dal governo in carica ma dal Conte 2, e che termineranno nel 2026.

L’Italia è il Paese delle disuguaglianze in aumento, quelle che nessun’agenzia di rating prende in considerazione (ma noi sì, da ultimo con il volume collettivo, sostenuto dalla Fondazione per la critica sociale e curato da Giacomo Gabbuti, dal titolo Non è giusta: l’Italia delle disuguaglianze). Il ministro Giorgetti si è limitato a regolare il suo passo su quello del precedente governo, dimostrandosi un ottimo epigono di Draghi con cui, nel 2021, l’Italia aveva già ottenuto una promozione da Fitch. Forse per questo – verrebbe da malignare – l’ex segretario del Pd, Letta, aveva dato partita vinta a tavolino a Meloni, perché, ossessionato dalla famosa “agenda Draghi”, avrà pensato che era forse meglio lasciarla alla destra, sebbene estrema, anziché a un coacervo di forze eterogenee poco affidabili come quelle di centrosinistra.

Ciò detto, dall’andamento dell’Italia si ricava un che di arcinoto, e cioè che con l’intervento statale nell’economia – nel nostro caso, tenendo i conti sotto controllo ed evitando qualsivoglia ridistribuzione del reddito – ci si può rendere graditi ai mercati finanziari e all’affarismo internazionale. Dell’aumento della povertà, relativa e assoluta, cosa importa! Lasciamo fare al mercato, e anche “dal basso” (come veramente accade a Napoli finanche con i “bassi” oggetto di affitti turistici) qualche risorsa spunterà fuori. Nel Mezzogiorno impareranno a galleggiare.

Alla stessa stregua, tuttavia, con l’intervento statale nell’economia – per quanto i margini siano ristretti dal contesto internazionale e, per noi, europeo – si può ancora promuovere un processo virtuoso di ridistribuzione del reddito (quindi, relativamente, di ridistribuzione del potere) e di riduzione delle disuguaglianze. Si pensi, per esempio, a quanto sta accadendo in Messico (vedi qui) e a quanto è accaduto in Brasile, soprattutto con il primo Lula.

Non è vero, per esprimere la nostra tesi in breve, che una prospettiva statalista-socialdemocratica sia completamente fuori portata, destinata a non sortire alcun effetto. Ciò è dimostrato e contrario anche dal fatto che un Paese può avere successo sui mercati tenendo i conti sotto controllo: dunque, a trattarli con minore “austerità”, aumentando la spesa pubblica ma anche le entrate con una giusta imposizione fiscale sulla ricchezza, si potrebbero raggiungere dei risultati di segno diverso rispetto a quelli di cui si rallegrano oggi Giorgetti e Meloni.

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Tagscontrollo dei conti diseguaglianze in aumento governo meloni prospettiva statalista-socialdemocratica Rino Genovese salari bassi

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