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Home » Editoriale » Lo scandalo di cui non si parla abbastanza: i salari

Lo scandalo di cui non si parla abbastanza: i salari

16 Settembre 2025 Paolo Andruccioli  1952

Siamo in piena emergenza salariale. L’Italia continua a occupare i posti più bassi nella classifica degli aumenti salariali in Europa. Così, mentre in quasi tutti gli altri Paesi si è registrata una progressiva ripresa dei livelli retributivi dopo la pandemia (con punte più alte nel nord del continente) e il segno più è ricomparso davanti a tutte le percentuali, in Italia siamo addirittura al meno. Secondo un’elaborazione del centro studi di un importante istituto finanziario italiano sui dati statistici di Eurostat e Ocse, la retribuzione reale per dipendente, tra il quarto trimestre del 2019 e lo stesso periodo del 2023, è scesa in Italia dell’8%, più della media dell’eurozona (-3%). Per molti economisti, non certo di sinistra, le performance delle retribuzioni italiane sono state l’effetto di richieste più limitate sugli stipendi, rinnovi graduali dei contratti e assenza del salario minimo, oltre naturalmente all’indebolimento generale del mercato del lavoro. Operai, impiegati, e anche professionisti italiani, hanno pagato il conto più salato della crisi.

Sebbene ci siano i soliti sapientoni che cercano di smentire questa tendenza invitando ad andare oltre i luoghi comuni e sostenendo che non si possono paragonare le dinamiche salariali italiane con quelle di altri Paesi le cui economie sono caratterizzate da fattori diversi rispetto all’Italia, è ormai acclarata la differenza di retribuzione in quasi tutti i settori. Le distanze sono in continua crescita. Il primato negativo è dell’Italia: il nostro Paese ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie dell’Ocse. Un record in termini di riduzione del potere d’acquisto per i lavoratori italiani, i cui stipendi hanno un potere di acquisto più basso rispetto alla media dell’Unione europea: 24.051 contro 27.530. Ma non è questione solo di trend e di dinamiche generali. Se si vanno a confrontare i redditi medi di diversi tipi di lavoro e professioni, il divario tra l’Italia e il resto del mondo a capitalismo avanzato e tecnologico è molto profondo – e induce a riflettere sul concetto stesso di Occidente.

Qualche anno fa, quando si cominciava a discutere degli effetti della globalizzazione sull’economia europea e nazionale, nei dibattiti andava di moda proporre lo spettro dell’idraulico polacco che sarebbe entrato in competizione con i nostri idraulici nativi. Una narrazione diventata spauracchio prima nella politica francese – all’epoca dell’adesione della Polonia all’Unione europea –, e poi anche qui da noi. L’idraulico polacco veniva contrapposto alla figura dell’omologo francese, simboleggiando la minaccia di competizione economica e di disoccupazione causata dai lavoratori stranieri. In Italia ci si stracciava le vesti per difendere una figura professionale che, nella realtà, viene molto criticata e perfino odiata: gli idraulici non si trovano mai, si fanno pagare troppo, evadono le tasse, e via accusando. Ma, se si vanno a guardare i dati, di quella vecchia narrazione rimane ben poco. Non solo non abbiamo assistito all’invasione di un esercito di idraulici polacchi, che avrebbero sostituito i nostri connazionali, ma le rilevazioni statistiche comparate penalizzano gli idraulici italiani non in confronto ai polacchi, ma ai francesi, ai tedeschi, agli inglesi e soprattutto ai belgi.

Oggi un idraulico in Italia guadagna in media circa 1.400 euro al mese lavorando per un’azienda. Con l’aumento dell’esperienza e lo sviluppo di una propria rete di clienti, lo stipendio può comunque aumentare significativamente, fino a 3.000 euro al mese. In Germania un idraulico può guadagnare invece in media 27 euro l’ora. Nei Paesi Bassi lo stipendio orario medio per un idraulico si aggira intorno ai 22 euro. In Svizzera – che si distingue dal resto dei Paesi anche per la manutenzione dei rubinetti – il costo per gli idraulici è molto più alto, con tariffe orarie che variano tra gli 80 e i 140 franchi svizzeri, anche se gli analisti specificano che queste cifre si riferiscono più al costo del servizio che ai guadagni netti.

Tra i vari lavori e collocazioni professionali, in Italia, per trovare gli stipendi più alti, si deve andare in una nicchia di mercato, quella del settore minerario, che occupa solo pochi specialisti ma paga ottimi salari: 4.954 euro lordi al mese. Molto più alti di quelli medi europei dello stesso settore (2.359 euro) e persino di quelli tedeschi, che si fermano a 4.020 euro. Si tratta però di pochi lavoratori. I più sono occupati altrove, per esempio nell’edilizia, dove gli stipendi italiani sono in linea con quelli europei, 2.460 e 2.424 euro rispettivamente. Oppure nel commercio, dove c’è poca differenza tra i salari europei e i nostri.

Ma le differenze diventano mostruose se si passa dal lavoro “materiale” al lavoro “intellettuale”. Secondo alcune rilevazioni nel settore della scuola e dell’educazione in generale, il gap è pesante. Gli stipendi degli insegnanti e del resto del personale scolastico italiano ammontano a 2.298 euro al mese, molto meno dei 2.624 pagati mediamente in Europa; mentre in Germania si arriva a 3.777. Un altro settore che vede gli stipendi italiani rimanere indietro è quello dell’Information and Communication, ovvero l’Ict. I dati confermano come l’Italia sia rimasta indietro rispetto alle aree più dinamiche d’Europa. Infatti, i salari in Italia in questo settore ammontano a 3.100 euro lordi mensili, mentre nell’Unione si arriva mediamente a 3.596, con gli stipendi tedeschi che arrivano a 4.595 euro e quelli francesi a 4.039.

Le conferme di questa tendenza all’indebolimento progressivo dei salari e degli stipendi degli italiani arrivano da fonti molto autorevoli, oltre che dalle nude statistiche. Nonostante un timido recupero, nel 2024, i salari reali degli italiani, cioè quelli che tengono conto dell’aumento dei prezzi, restano ben al di sotto dei livelli pre-pandemia. Addirittura al di sotto di quelli del 2000. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle sue ultime “Considerazioni finali”. “Dall’inizio del secolo – ha spiegato il governatore – in linea con la stagnazione della produttività, le retribuzioni reali sono cresciute molto meno che negli altri principali Paesi europei”. “Fino alla pandemia, l’aumento era stato appena del 6%. Il successivo shock inflazionistico ha riportato i salari reali al di sotto di quelli del 2000, nonostante il recupero in atto dallo scorso anno”.

Ma la cosa forse più interessante, tra i concetti usati da Panetta, riguarda il rapporto tra salari e prezzi. Il governatore smentisce la vulgata che attribuisce ai salari la crescita dei prezzi e quindi l’inflazione. Intervenendo all’assemblea dell’Abi, l’associazione delle banche italiane, Panetta ha spiegato che, anche nel caso di retribuzioni in crescita, i salari non sarebbero un problema perché “i cospicui profitti sin qui accumulati consentono alle imprese di assorbire la crescita salariale senza trasferirla sui prezzi finali”.

Nessuna spirale prezzi-salari, dunque. Andiamo allora indietro di qualche anno. “L’aumento generale del livello dei salari non porterebbe dunque ad altro, dopo un turbamento temporaneo dei prezzi di mercato, che alla caduta generale del saggio di profitto, senza alcuna variazione durevole del prezzo delle merci” (Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865). Tornando all’oggi, le questioni che qui abbiamo solo potuto accennare, nello spazio ridotto di un editoriale, vengono approfondite, con freschezza e maestria, in un libro appena pubblicato da Laterza con il sostegno della Fondazione per la critica sociale (che edita anche il nostro “terzogiornale”). Curato da Giacomo Gabbuti, ricercatore presso la Scuola Sant’Anna di Pisa, il libro è composto di brevi saggi scritti da giovani studiosi che smontano tutti i luoghi comuni più abusati sulla delicata materia della giustizia sociale. Il titolo è già quasi un programma politico: Non è giusta, l’Italia delle disuguaglianze. E il messaggio è molto chiaro: non basta più parlare genericamente di disuguaglianze. Vanno capite a fondo le cause e trovate strade nuove per combattere le ingiustizie.

Ultima annotazione sul mercato del lavoro più bello dai tempi di Garibaldi – espressione, questa, che piace tanto alla presidente del Consiglio. Dalle considerazioni di Panetta, e anche da altri studi seri, sta emergendo una possibile spiegazione di quella che sembra un’anomalia rispetto agli anni passati: la crescita dell’occupazione. Ebbene, non si tratta solo della crescita di lavori fragili e precari. Si tratta anche della convenienza delle imprese che sfruttano i bassi salari. Assumiamoli, tanto li paghiamo poco, e infatti l’incidenza generale, sulle dinamiche dei profitti e delle rendite, è ormai quasi nulla.

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