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Amico “spread”

9 Dicembre 2025 Paolo Barbieri  1007

Tutt’a un tratto… il coro, recitava una antica pubblicità televisiva, che torna alla mente avendo assistito alle più recenti celebrazioni a destra per il calo del mitico spread Btp-Bund. Si tratta, per chi avesse la memoria corta, del differenziale fra il tasso d’interesse sui titoli di Stato decennali tedeschi e quello sugli equivalenti titoli italiani. “Gufi annichiliti dall’ennesimo record del governo Meloni: spread a settanta punti, ai minimi dal 2009”, esulta un titolo recente del “Secolo d’Italia”, testata edita dalla Fondazione di Alleanza nazionale, a dir poco molto vicina a Fratelli d’Italia e al governo Meloni.

Certo, sono lontani i tempi dello spread oltre i cinquecento punti nell’annata orribile del 2011, quando proprio la “sfiducia” dei mercati finanziari fu uno degli elementi che costò la poltrona di presidente del Consiglio a Silvio Berlusconi. Lo scorso 14 maggio, quando ancora si oscillava attorno ai cento punti base di differenza (l’equivalente di un punto percentuale in più sugli interessi da pagare sui Btp rispetto a quelli sui Bund), fu proprio Meloni, trascinata forse da un eccesso di entusiasmo, a rivendicare il risultato in aula alla Camera: “Lo spread oggi è sotto i cento punti: significa che i titoli di Stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di Stato tedeschi”, affermazione iperbolica che spinse il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sacerdote della tradizionale austerità europea, a scuotere la testa accanto a lei incurante della diretta tv. Un risultato, secondo Ferruccio De Bortoli, autorevole esponente del partito ultraeuropeista tradizionalmente più forte nelle redazioni dei giornali che nelle urne, ottenuto grazie a “una prudenza, nella gestione della finanza pubblica, al limite dell’austerità”. Proprio quel rigore tanto avversato, almeno fino all’ultima campagna elettorale, anche dai sedicenti “sovranisti”.

Tanto trionfalismo meloniano, sul giudizio dei mercati sull’Italia, può suscitare qualche sorriso, se solo si fa un minimo esercizio di memoria. Protagonista in passato di diversi scontri polemici con gli opinionisti più autorevoli dell’area europeista-liberista, incluso De Bortoli, l’attuale presidente del Consiglio, ancora nel 2018, rivendicava orgogliosamente “io non guardo lo spread”, come raccontava con immutabile ammirazione e affetto “Il Secolo d’Italia”. “No, guardi, per me – scandiva in uno scontro televisivo con un giornalista della “Stampa” la leader di Fratelli d’Italia – non è mai stato un indizio determinante, da sempre. Neanche quando andava bene. Lo affermavo quando eravamo al governo con il centrodestra, lo affermavo con Renzi, lo affermo ora: i fondamentali dell’economia non dipendono dallo spread, che è un’operazione finanziaria”. Anzi, l’uso dello spread nel dibattito politico era stato uno strumento per l’attacco all’Italia, ricordava lei stessa in un tweet che risale al mese di maggio del 2018, quando ancora si discuteva di quale governo dovesse nascere, a seguito delle elezioni politiche, dal trionfo inatteso dei 5 Stelle, bilanciato dalla maggioranza relativa del parlamento in mano alle forze dell’allora centrodestra ancora saldamente a guida berlusconiana: “Nel 2011 era lo spread, ora l’aumento dell’Iva: cambiano le ‘minacce’ ma la volontà di calpestare la sovranità popolare è la stessa”.

È norma di buon senso ricordare che lo spread è un valore che esprime un rapporto, una relazione: prendendo la Germania come punto di riferimento (benchmark, dicono gli economisti allergici alla lingua di Dante), in quanto storicamente economia affidabile e Stato solido, esprime il grado di minore fiducia che chi acquista in titoli di Stato coltiva nei confronti dell’Italia o della Francia, della Grecia e così via. I fattori alla base della maggiore o minore fiducia possono essere molteplici: solidità della base produttiva e del mercato interno, ricchezza complessiva della popolazione, dimensioni del debito pubblico in termini assoluti e in rapporto al Prodotto interno lordo, stabilità politica, per citarne alcuni. Elementi che sono misurati appunto in relazione fra loro: cioè, lo stato di “salute” economico e finanziario dell’Italia paragonato a quello della Germania. Se la Germania, in un futuro più o meno remoto, crollasse, nulla vieta in teoria che lo spread si inverta e vada a vantaggio di altri sistemi economici più sani: potrebbe essere la Spagna, la Francia, la stessa Italia.

Un cenno è quindi necessario farlo alle recenti traversie della ex locomotiva d’Europa (“terzogiornale” ne ha parlato ampiamente qui). Secondo un recente riepilogo del “Sole 24 Ore”, la Germania ha evitato di un soffio la “recessione tecnica”, ovvero la flessione del Pil per due trimestri consecutivi, ma da quattordici trimestri consecutivi i suoi dati economici segnano crescita bassa, nulla o in contrazione. E le scelte del governo tedesco restano in bilico fra tentazioni di allargamento dei cordoni della borsa, in materia di debito pubblico e spesa statale (reindirizzata in prevalenza sulle armi), e pressioni ideologiche per l’inasprimento dell’austerità in modo da scaricare i costi della crisi sui lavoratori e le famiglie delle fasce sociali medio-basse.

Uno scenario complessivo che certamente non ha cancellato il primato della Germania nell’economia europea, ma che probabilmente contribuisce, assai più dei successi “austeritari” del governo italiano tanto apprezzati da De Bortoli, al riequilibrio dello spread sui titoli pubblici. Per ora, comunque, fa bene la destra a festeggiare la sconfitta dei “gufi”, se per gufi si intendono quanti a inizio legislatura avevano sperato nella consueta convergenza fra influenti giornali internazionali, mercati finanziari e autorità nazionali e sovranazionali europee, per isolare e mettere in difficoltà la maggioranza di destra-centro che aveva vinto le elezioni del 2022. Magari aiutata in modo eccessivamente generoso dalle simpatie governative così diffuse nel mondo imprenditoriale e in quello gemello dell’informazione, la luna di miele fra Giorgia Meloni e l’elettorato italiano non sembra ancora prossima al capolinea.

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