• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Editoriale » Sclerosi tedesca?

Sclerosi tedesca?

4 Novembre 2025 Agostino Petrillo  664

La Germania non sta bene, la malattia sembra grave, e Friedrich Merz è in difficoltà. Il “Rapporto autunnale” di uno dei principali istituti di ricerca (IW– Institut der deutschen Wirtschaft) non lascia dubbi: la produzione industriale ha subito un crollo verticale del 4,3% solo nell’ultimo mese, e si tratta della contrazione più brusca dall’inizio della guerra in Ucraina. Nonostante gli ingenti stanziamenti approntati per il riarmo, e il tentativo di diffondere un clima di ottimismo, gli indicatori economici non mostrano segnali di ripresa neppure nel terzo trimestre dell’anno.

Non giova certo un contesto economico esterno poco favorevole, segnato da un indebolimento della dinamica globale, in parte dovuto agli effetti sempre più evidenti dell’aumento dei dazi doganali statunitensi, che sta frenando le esportazioni tedesche. La produzione industriale è appesantita dal calo degli ordini esteri. Il settore manifatturiero ha registrato una diminuzione significativa del volume di produzione rispetto al mese precedente. Il settore industriale, in particolare, ha registrato un calo del 5,6%. Il crollo nel settore automobilistico e dei componenti per autoveicoli è stato particolarmente pronunciato, attestandosi al -18,5%. Numerose industrie hanno problemi di insolvenza. Colossi come Volkswagen attraversano difficoltà gravissime: si parla di un indebitamento vertiginoso dell’ordine di oltre dieci miliardi di euro. Gli analisti economici avevano previsto un calo, ma molto più modesto, intorno all’1%; la realtà è stata quattro volte peggiore. Cuore della crisi il settore che è stato per anni l’orgoglio nazionale: l’industria automobilistica.

Le prime spiegazioni da parte governativa, tese a rassicurare, sono arrivate subito. Si è parlato di ferie aziendali concentrate ad agosto, di complesse riconversioni produttive necessarie per la transizione all’elettrico. Giustificazioni che sembrano volere coprire un malessere profondo che dura da tempo. La fiducia nella ripresa si sta allontanando. Le ragioni sono molte: anzitutto, l’indebolimento della domanda globale negli ultimi mesi, dovuto in parte all’aumento dei dazi statunitensi, che si riflette in un calo significativo degli ordini dall’estero, in particolare al di fuori dell’eurozona. L’industria tedesca, fortemente orientata all’export, è duramente colpita. La tendenza al rallentamento si è manifestata fin dalla primavera, e c’è stata anche una sensibile riduzione dei consumi.

Un dibattito divide gli economisti: la crisi è congiunturale o strutturale? Il problema attuale è solo un incidente di percorso, strettamente connesso alla riconversione dell’industria automobilistica ormai in buona parte obsoleta, oppure – come sostiene per esempio Heiner Flassbeck, notissimo esperto di economia monetaria ed ex consigliere ministeriale – si tratta di una malattia cronica che ha un nome preciso: carenza strutturale di domanda interna?

Il modello tedesco, basato per decenni sulla potenza delle esportazioni, ha funzionato magnificamente finché il mondo comprava i suoi prodotti. Ma il mondo è cambiato. Le tensioni geopolitiche, la concorrenza cinese che sull’auto elettrica ha sbaragliato i tedeschi con l’innovazione, e i processi di de-globalizzazione, hanno ridotto l’ambito del “made in Germany”. L’economia tedesca si ritrova così con un motore produttivo ancora potente che però gira a vuoto, perché manca la domanda, soprattutto quella interna, fatta di consumi e investimenti. Il modello tedesco è invecchiato, e – se questa diagnosi è giusta – occorrerebbe una terapia adeguata. Anche perché i principali istituti di ricerca economica concordano nel non prevedere una ripresa nel prossimo futuro. Dopo due anni di recessione, gli analisti si accontentano di sperare in una crescita modesta, pari allo 0,2%, alla fine del 2025.

L’economia tedesca rimane dunque su un terreno instabile. Se anche si verificasse una ripresa, “non sarebbe duratura, date le persistenti debolezze strutturali”. Al contrario, le prospettive di crescita a medio e lungo termine minacciano di peggiorare ulteriormente, e si parla di vera e propria recessione per il 2026. La Confindustria tedesca insiste sui presunti “costi unitari del lavoro”, eccessivamente elevati rispetto agli standard internazionali, e chiede alla coalizione di governo massicce riforme strutturali, che dovrebbero rendere la Germania più competitiva. La strada prospettata è quella consueta: intensificazione dello sfruttamento attraverso tagli salariali. Obiettivo da raggiungersi anche riducendo i contributi previdenziali, con risparmi nel sistema sanitario e in quello pensionistico, attaccando il welfare. Per i lavoratori a basso reddito, ovvero i lavoratori più poveri del Paese, dovrebbero essere incrementati gli “incentivi al lavoro” con un aumento degli orari. In altri termini, si potrebbe parlare di una richiesta dell’introduzione mascherata di forme di lavoro forzato, e la Grecia in questo sta facendo scuola (vedi qui).

La “terapia” che viene proposta – tagli alla spesa pubblica, freno agli investimenti, moderazione salariale – collima perfettamente con un’ossessione per l’austerità, che ha radici profonde nella cultura economica tedesca, nel cosiddetto ordoliberismo, e rischia non solo di aggravare la recessione interna ma di esportarla in tutta Europa. Un’eventuale recessione tedesca è un problema non solo tedesco, ma europeo e italiano, dato che migliaia di piccole e medie imprese del nostro Paese sono parte integrante della catena del valore dell’industria tedesca, specialmente nel settore automobilistico e della meccanica, cui forniscono la componentistica. Ma recessione tedesca significa anche meno domanda per i prodotti italiani, meno turismo, maggiore instabilità.

Per questo, l’analisi sulla vera natura della crisi tedesca diviene cruciale. Se dovesse prevalere la narrazione dell’austerità, la Germania non solo rischierà di approfondire la propria crisi, ma imporrà all’Europa intera una nuova stagione di rigore, proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di investimenti e di crescita. Il Paese si trova a un bivio storico. Può continuare a seguire la strada familiare e ormai mitologica del pareggio di bilancio a ogni costo, anche a quello di una depressione economica. Oppure può avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, riconoscere che il suo vecchio modello di crescita si è esaurito, provando ad approntarne uno nuovo. Ma la ricetta proposta dall’attuale cancelliere – dall’“assicuratore”, come lo chiamava con una punta di disprezzo Angela Merkel – pare purtroppo essere sempre la medesima. L’impatto di Merz e del suo governo sulla politica tedesca, soprattutto sul versante economico-industriale, è modestissimo a sei mesi dall’ingresso del leader della Cdu alla cancelleria. Il percorso di Merz segue per ora pedissequamente le indicazioni degli economisti conservatori, e si aggrappa alla possibilità del riarmo come rilancio dell’industria.

Il progetto di riconversione industriale per il riarmo non sta però ancora avviandosi, e, se può supplire a una parte della domanda mancante dell’automotive, certamente non può fare molto per gli altri settori in crisi. C’è anche la spada di Damocle del settore siderurgico, che dovrebbe alimentare tutti i piani del maxiprogetto da cinquecento miliardi di euro di investimento in infrastrutture, concordato con gli alleati socialdemocratici, e che perde colpi: “La produzione di acciaio tedesca è diminuita del 12% nella prima metà di quest’anno”, spiega il “Financial Times”, aggiungendo che il cancelliere ha annunciato agevolazioni fiscali per le imprese. Non sarà però facile invertire la china per Merz, la cui luna di miele col Paese è già finita. E alle cui spalle incombe l’ombra di Alternative für Deutschland, pronta a sfruttare ogni segnale di malcontento nei confronti dell’attuale esecutivo.

Berlino appare dunque destinata a un altro anno di pesanti incertezze economiche e politiche. La Germania rimane un Paese in travaglio, in cerca di un nuovo modello di sviluppo dopo la chiusura del rapporto stretto con la Russia sul gas, l’ascesa di una vistosa concorrenza cinese e i dubbi sulle imposizioni della difesa americana. E per ora questo modello non sembra essere riuscito a strutturarlo. Certo, le condizioni di partenza erano oggettivamente problematiche, ma la “germanosclerosi”, se non curata energicamente, rischia di rivelarsi presto una malattia contagiosa per tutta l’Unione europea.

667
Archiviato inEditoriale
Tags

Articolo precedente

Spento dal ministero un convegno sulla pace

Articolo successivo

Sfratti rapidi, l’iniziativa di una destra populista

Agostino Petrillo

Seguimi

Articoli correlati

La Corea del Nord rafforza i legami con la Russia

“Senza patria”, un romanzo di confine

Ex Ilva, ancora in attesa

Legge elettorale: premio, indicazione premier, capilista bloccati, preferenze

Dello stesso autore

In Germania il giorno più nero

La crisi delle città creative

Una teologia per l’età delle macchine. Su Peter Thiel

Affinità elettive tra Sahra e Alice?

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Due guerre in stallo: fino a quando?
Giorgio Graffi    14 Settembre 2026
Legge elettorale, verso l’ok al Senato
Stefania Limiti    11 Settembre 2026
Legge elettorale, la destra litiga ma va avanti
Stefania Limiti    8 Settembre 2026
Ultimi articoli
La Corea del Nord rafforza i legami con la Russia
Marco Santopadre    18 Settembre 2026
Ex Ilva, ancora in attesa
Guido Ruotolo    17 Settembre 2026
Legge elettorale: premio, indicazione premier, capilista bloccati, preferenze
Stefania Limiti    16 Settembre 2026
Electrolux, il conflitto
Paolo Andruccioli    16 Settembre 2026
“Campo largo” tra primarie e quarta gamba
Vittorio Bonanni    15 Settembre 2026
Ultime opinioni
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
La Francia vieta i social agli “under 15”
Stefania Tirini    27 Luglio 2026
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Ultime analisi
Sul declino industriale dell’Occidente (2)
Vincenzo Comito    14 Settembre 2026
Sul declino industriale dell’Occidente (1)
Vincenzo Comito    10 Settembre 2026
Ultime recensioni
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA