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Home » Editoriale » Tredici ore di lavoro al giorno: la Grecia ridiventa laboratorio

Tredici ore di lavoro al giorno: la Grecia ridiventa laboratorio

23 Ottobre 2025 Paolo Andruccioli  1559

Orario di lavoro. Sembrava un tema sepolto nel passato antico, un’eco soffocata dell’epoca industriale durante la quale i lavoratori cantavano “se otto ore vi sembran poche”. Poi, dopo anni di oblio, la questione è tornata di attualità, mettendo in luce un conflitto tra interessi che una volta avremmo definito di classe, ma che oggi preferiamo catalogare con altre etichette meno evocative. Comunque la si voglia definire la “questione carsica”, nel corso di questo 2025, è riemersa già tre volte, e con segno opposto. C’era stata una prima puntata in Spagna dove una ministra del governo Sánchez, Yolanda Díaz Pérez, era riuscita a far approvare dal governo una norma che prevede la riduzione dell’orario settimanale di lavoro da 40 ore a 37,5 (vedi qui). “La nostra linea rossa è che vogliamo ridurre la giornata lavorativa di 12,5 milioni di lavoratori nel nostro Paese. Per il resto, tutto il margine di negoziazione è assolutamente possibile” – aveva spiegato la ministra ai politici e all’opinione pubblica. Eravamo in maggio. Poi a settembre la doccia fredda: il Congresso spagnolo ha bocciato il provvedimento. Decisivo, nell’inversione di rotta in parlamento, il partito indipendentista catalano Junts, che ha votato no alla legge insieme al Partito popolare e Vox, dopo mesi di manifestazioni in tante città spagnole organizzate dalle principali sigle sindacali, Ccoo e Ugt, a favore della riduzione dell’orario di lavoro.

Ora assistiamo al terzo atto della nuova battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro, ma questa volta ci dobbiamo spostare in Grecia e dobbiamo cambiare i termini. Nel Paese che era stato strizzato dalla “troika europea”, all’inizio del nuovo secolo, è stata infatti approvata la discussa riforma che permette turni lavorativi fino a 13 ore al giorno. Una legge che, già prima di essere varata, aveva suscitato grandi proteste e due scioperi generali.

Come abbiamo letto in questi giorni, il governo di centrodestra di Kyriakos Mitsotakis sostiene che la riforma si è resa necessaria per rendere le regole del mercato del lavoro più flessibili e contrastare gli effetti della crisi demografica. D’altra parte, dal punto di vista politico, l’approvazione della riforma non è stata neppure una sorpresa, perché Nuova democrazia, il partito di Mitsotakis, controlla da solo la maggioranza dei 300 seggi in parlamento: i sì sono stati 158, i contrari 109.

Al momento, in Grecia, la durata di una giornata lavorativa è di otto o nove ore. Le norme vigenti permettono già comunque di fare tre ore di straordinario, ma con la nuova legge se ne aggiungerà una quarta, arrivando quindi a 13 ore di lavoro in un giorno. Con questa riforma, la Grecia torna a essere un laboratorio economico e politico di sperimentazione. Sembra un seguito di quello che è successo una decina di anni fa, quando, per evitare il tragico default dei conti pubblici, il Paese era stato messo sotto pressione dalla “troika” – Fmi, Unione europea e Bce – che nel 2012 posero come condizione, per sbloccare il pacchetto di aiuti internazionali (circa 45 miliardi di euro), l’attuazione da parte del governo greco di rigidissime misure strutturali e di austerità. Fra esse, come si ricorderà, spiccava la proposta di ridurre del 22% i salari minimi, per ridare uno slancio alla competitività dei prodotti greci. Questa volta non sono stati i ricatti della “troika” a decidere la linea. È la Grecia stessa ad autoriformarsi, secondo le regole auree dell’economia neoliberista. Conta solo il mercato e la competitività internazionale che si ottengono attraverso la compressione dei diritti dei lavoratori. Nell’epoca degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, sembra di tornare all’Ottocento.

Ma neppure dobbiamo essere troppo scandalizzati o cedere all’ipocrisia. La linea della destra greca si ispira alle scelte economiche neoliberiste (che vanno per la maggiore anche tra i dirigenti della Ue), che privilegiano il profitto delle imprese e pongono come condizione centrale la compressione dei margini di vivibilità dei lavoratori. Non è neppure un caso che, da quando è entrato in carica, nel 2023, il primo ministro Kyriakos Mitsotakis abbia già introdotto varie modifiche alle regole sul lavoro. Nel 2024, era stata introdotta la settimana lavorativa di sei giorni, una scelta opposta rispetto a quelle di altri Paesi europei, che stanno provando a ridurne la durata con la “settimana corta”.

Da notare, poi, che quando si interviene sul conflitto di interessi non ci si ferma al solo aspetto della durata della giornata lavorativa. Secondo i dogmi del neoliberismo, si devono flessibilizzare tutti gli ingranaggi della macchina. Così la nuova legge greca introduce anche una maggiore flessibilità nelle assunzioni a breve termine e nelle regole per le ferie annuali nel settore privato. Si allentano, inoltre, i controlli sulle ispezioni sul lavoro che già oggi, secondo i sindacati e le opposizioni, non vengono condotte con regolarità. Probabile dunque che le nuove norme possano aumentare la possibilità di abusi da parte dei datori di lavoro.

Anche senza la riforma, la Grecia è già il paese dell’Unione europea in cui si lavora il maggior numero di ore a settimana. Dopo la grande crisi finanziaria del 2011, e lo scampato “fallimento” dello Stato, qualcosa era stato aggiustato della macchina dell’economia, ma a spese dei salari dei lavoratori, che sono tra i più bassi dell’Unione europea e delle condizioni di milioni di persone. Le statistiche ci dicono che un greco su quattro è a rischio di povertà o di esclusione sociale.

Il leader di Syriza, Sokratis Famellos, ha parlato di norme che introducono un Medioevo del lavoro, giornate interminabili dalla mattina alla sera, mentre la vita familiare e sociale dei cittadini rischia di essere schiacciata. Altro elemento da considerare è quello relativo al principio di volontarietà, che, secondo i sindacati, si potrebbe facilmente trasformare in pressione sui dipendenti e in lotta tra poveri. La decisione del governo greco si pone, quindi, sulla scia di una politica conservatrice e per certi aspetti reazionaria.

In Francia Bayrou, uno dei capi di governo dimissionari di Macron, pochi mesi fa, aveva proposto di abolire due festività e trasformarle in giornate lavorative. Lo ha ricordato l’ex sindacalista Giorgio Cremaschi sul “Fatto quotidiano”. In Germania il cancelliere Merz ha annunciato la necessità di aumentare l’orario di lavoro proprio nel Paese delle 35 ore conquistate dai metalmeccanici. Orbán, in Ungheria, ha presentato una legge che impone 400 ore di straordinario obbligatorie all’anno senza la certezza della retribuzione. Una legge poi bocciata dalla Corte costituzionale ungherese nel 2021.

Ma anche noi italiani non ci facciamo mancare niente. Nel 2003, il governo Berlusconi, con la legge 66, aveva permesso 250 ore di straordinario all’anno, che ancora sono in pieno vigore, mentre nello stesso anno era stata la Commissione europea a rendere perfettamente legali in tutta l’Unione le 13 ore di lavoro al giorno. Con la Direttiva 88 del 2003, l’Unione europea ha stabilito che l’orario settimanale “medio-massimo” sia di 48 ore alla settimana, con quattro settimane di ferie obbligatorie, il che vuol dire un orario massimo annuale di 2304 ore, superiore a quello reale di qualsiasi Paese europeo. In quella che avrebbe dovuto essere la liberazione del lavoro, con l’avvento delle macchine che sostituiscono l’uomo, assistiamo al paradosso (apparente) dell’aumento del tempo complessivo che si dedica nella vita al lavoro. Cresce l’orario settimanale di lavoro e si innalza l’età della pensione.

Per fortuna, però, la storia dell’orario di lavoro non è tutta al nero. In alcuni Paesi del nord Europa si sta sperimentando la settimana di quattro giorni, con 35-36 ore settimanali, e c’è chi si batte per le 32 ore di lavoro su quattro giorni. Ultima annotazione: la molla che spingerà molti lavoratori greci ad accettare le nuove norme sull’orario riguarda i bassi salari. Per vivere decentemente, se si viene pagati poco, bisogna lavorare di più.

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TagsGrecia orario di lavoro Paolo Andruccioli Spagna

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