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Home » Articoli » Spento dal ministero un convegno sulla pace

Spento dal ministero un convegno sulla pace

“4 novembre, la scuola non si arruola” era stato programmato in occasione della Giornata dell’unità nazionale

4 Novembre 2025 Stefania Tirini  838

La pace non è uno stato di natura, una condizione spontanea che si rinnova senza sforzo: non germoglia dal semplice non fare guerra, perché l’assenza di ostilità non è ancora garanzia di sicurezza. In assenza di un patto che vincoli i comportamenti, il vicino rimane sempre potenzialmente nemico; la minaccia è latente anche nel silenzio. Perciò la pace non è un dono del caso né un atto di benevolenza, ma un’istituzione da costruire, un ordine giuridico e morale in cui ciascuno rinuncia a proclamare la propria forza come legge suprema, riconoscendo invece la libertà altrui come condizione della propria.

Questa verità astratta assume forme concrete e dolorosamente quotidiane. Una comunicazione del ministero ha spento – come una luce che si spegne d’improvviso – un convegno intitolato “4 novembre, la scuola non si arruola”; non si è trattato di un incidente amministrativo: si è consumato un gesto che interroga il rapporto fra legge, educazione e pace. Quel convegno proposto come corso online, pensato per la Giornata dell’unità nazionale e inizialmente lanciato sulla piattaforma ministeriale Sofia, voleva chiedere al mondo della scuola quale posto occupi oggi la pace: non come retorica, ma come materia vivente del pensiero, come pratica civica e come difesa della libertà di insegnamento. La revoca dell’accreditamento, motivata con fredda coerenza burocratica, ha detto altrimenti: come se la parola “pace” potesse essere considerata sovversiva, come se certi temi dovessero essere accantonati in nome di un ordine che non ammette il dubbio.

È un paradosso che rivela il cuore del problema: la pace non si instaura solo attraverso trattati e istituzioni, ma anche nella forma mentis delle nuove generazioni. Se lo Stato crea meccanismi che rendono impossibile il ricorso alla guerra, è pur vero che quel sistema politico deve essere sorretto da cittadini educati alla critica, alla responsabilità e alla coscienza. La guerra non è un procedimento legittimo per stabilire il diritto; la pace, per essere vera e duratura, va costruita su regole e istituzioni che la rendano stabile, ma anche su scuole che insegnino a riconoscerla, a desiderarla, a difenderla.

Spegnere un convegno che indaga la “cultura della difesa”, la presenza del linguaggio militare fra i banchi, i legami fra istituti e industrie belliche, significa attenuare la funzione critica dell’educazione. Ma la revoca non cancella la domanda: può la scuola educare alla pace se non si può parlare della guerra? Può formare coscienze libere se le voci che discutono e dissentono vengono messe a tacere per coerenza amministrativa? È vergognoso, eppure indicativo: in un tempo in cui la parola “pace” rischia di essere trattata come sospetta, la sua difesa diventa ancora più urgente.

Così la necessità di un ordine giuridico che renda impossibile la guerra e il dovere di coltivare moralmente gli uomini si incontrano nelle aule e nei tribunali, negli atti di resistenza civile e nelle scelte legislative. La pace è un dovere non perché imposta dall’alto, ma perché la ragione pratica la impone come fine supremo: è diritto dei popoli e responsabilità delle istituzioni, ma anche responsabilità quotidiana di chi insegna e di chi apprende. Ma spegnere un convegno non significa spegnere la coscienza. La pace si insegna con il pensiero critico, con la libertà di discutere anche i temi scomodi; si fonda mediante leggi che scoraggino la guerra e con scuole che formino cittadini, non soldati. È una costruzione lenta, fatta di istituzioni giuste e di educazione coraggiosa, un patto che richiede impegno reciproco e perseveranza: non un lusso sentimentale, ma il lavoro quotidiano attraverso cui la ragione umana trasforma la minaccia in sicurezza e il silenzio in parola condivisa

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